Bota Cafè

Bota Cafè

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Co-produzione italo-albanese-kosovara, Bota Cafè è un’opera sospesa tra onirismo e spietato realismo, un ritratto convincente ed empatico di sopravvissuti a un passato che è oggetto di un impossibile tentativo di rimozione.

Crocevia della memoria

Intorno e dentro il Bota Cafè si agitano le vite di Beni, quarantenne e meschino proprietario del luogo, di sua cugina Juli, una nonna da accudire e un lavoro da cameriera, dell’altra dipendente Nora, ingenua amante dell’uomo. Poco lontano dal locale, una squadra di operai sta costruendo un’autostrada, che collegherà lo sperduto villaggio albanese al resto del paese… [sinossi]

Un piccolo bar posto in mezzo al nulla, che vede l’incrocio quotidiano di variegate esistenze. Un uomo e due donne, legate al primo rispettivamente dalla parentela e da un sentimento ingenuo e disperato. Un ex poliziotto silenzioso, forse custode di un segreto. Due operai e un’autostrada in costruzione, che dovrebbe (teoricamente) collegare quel pezzo di mondo dimenticato, residuo nascosto di un passato scomodo, a una società in trasformazione. E poi, l’inevitabile deflagrazione, e il cambiamento irreversibile di tutte queste vite.
Questa produzione italo-albanese-kosovara, co-diretta dall’esordiente Iris Elezi e dall’albanese-americano Thomas Logoreci, utilizza pochi e ben selezionati elementi per dipanare la sua tessitura; sospesa tra passato e presente, tra uno spietato realismo e un onirismo a volte dolce, a volte allucinato, tra disperazione e squarci di ironica fiaba contemporanea. In Bota Cafè c’è, innanzitutto, l’evidenza di un non-luogo, di un’isola che galleggia nel nulla insieme ai suoi occupanti, di un crocevia casuale di reduci di un passato tanto vicino nei fatti, quanto disperato oggetto di rimozione nelle intenzioni. Il Baghdad Cafè di cinefila memoria, richiamato nel titolo italiano (quello originale è un più secco Bota – “il mondo” in albanese) è un’assonanza solo fonetica: i personaggi che si affollano intorno a questa baracca di legno nel deserto, tra cemento, detriti e mucche al pascolo, portano un peso molto più grande. Un peso che avvertiamo fin da subito, pur senza comprenderlo fino in fondo.

La struttura di Bota Cafè è dapprima enigmatica, di non immediata lettura. I personaggi sono tratteggiati in modo essenziale, il loro passato resta inizialmente oscuro. I loro rapporti vivono della contingenza, del qui e ora, del tentativo (perdente in partenza) di cancellare i segni di un dramma collettivo; quel dramma che al contrario si riflette in tutto l’ambiente circostante. I sogni e gli incubi della protagonista Juli, orfana di madre e divisa tra il bar e la cura di sua nonna malata, si alternano ai suoi quotidiani viaggi tra la casa e il locale; tra una squallida cattedrale di cemento, nel quale lei ed altri reietti furono a suo tempo segretati, e la precaria isola nel nulla costruita da suo cugino, fragile e provvisoria fin dall’apparenza. Viaggi, andate e ritorni di un percorso obbligato e reiterato, opprimente nel suo perenne riproporsi, come una condanna da scontare ad libitum, senza una data di fine. Le ferite lasciate dal regime vengono curate da ognuno dei personaggi a modo proprio, modi, comunque, tutti invariabilmente inefficaci: con un’illusoria e fittizia routine, grottesco simulacro di normalità, nel caso di Juli, con l’illusione d’amore, tenera nella sua fatua ingenuità, di Nora, con la rapacità cialtrona e improvvisata, imitazione incompetente dello spirito capitalistico, di Beni. L’alternativa, per ognuno di questi individui, è andarsene o essere spazzati via. Ma nessuno di loro, almeno finché la tragedia non li colpisce, sembra esserne realmente consapevole.

Affascina, il film di Elezi e Logoreci, col suo enigmatico dispiegarsi di storie piccole e grandi, con la sua struttura rapsodica e apparentemente casuale, coi suoi frammenti di sogni, intessuti in una partitura realistica, gettati sullo schermo senza apparente giustificazione. Il tutto trasmette l’impressione di un equilibrio precario, proprio come le vite dei personaggi: sempre sul punto di collassare o di perdere misura e credibilità, sempre sull’orlo dei precipizi (opposti) del formalismo o della retorica. Eppure, muovendosi su un crinale pericoloso e instabile, la sceneggiatura (scritta dai due registi insieme all’italiana Stefania Casini) sorprendentemente tiene, rivelando il senso dei segni precedentemente disseminati, riannodando i fili di passato e presente, giungendo a una risoluzione in cui non manca (persino) un piccolo afflato di speranza. Ci arriva, lo script, forzando un poco la struttura narrativa, accelerando forse oltre il lecito l’evolversi degli eventi, chiedendo allo spettatore un piccolo sforzo nell’accettare il lavorio distruttivo del destino, già annunciato e tutto concentrato nella parte finale. Ma la lucidità del quadro che se ne ricava, la coerenza con cui i registi assemblano il materiale, dapprima così difficile da leggere, che avevano a disposizione, il nitore con cui viene fatta risaltare (pur drammaticamente) la chiusura di un cerchio, colpiscono certo nel segno. E questo dramma, sospeso tra il privato e il collettivo, così geograficamente (e storicamente) delimitato, riesce infine a toccare, efficacemente, corde universali.

INFO
Il trailer di Bota Cafè su youtube.
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