La canzone del paese natio

La canzone del paese natio

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Il primo film conservato di Mizoguchi, La canzone del paese natio, in un restauro che ha perfettamente recuperato i colori originali di viraggi e imbibizioni, inaugura la sezione Armoniosa ricchezza, il cinema a colori in Giappone del Cinema Ritrovato 2015.

Naotaro torna a casa

Le vicende di Naotaro, studente di umile origine, che si vede surclassato dai coetanei di famiglie benestanti, e che non riesce a proseguire gli studi causa problemi economici. [sinossi]

Se è noto che il primo lungometraggio interamente a colori giapponese è Carmen ritorna a casa di Keisuke Kinoshita, il colore è comunque comparso prima di quel film nella cinematografia nipponica, come in quella occidentale, con varie sperimentazioni, viraggi e imbibizioni. Il film La canzone del paese natio è il primo conservato del grande regista nipponico Kenji Mizoguchi, uno dei due della Nikkatsu, ed è stato restituito ai suoi viraggi originali grazie al lavoro del National Film Center di Tokyo, reso possibile partendo da una copia a nitrato sopravvissuta che aveva conservato tracce delle imbibizioni ai margini della pellicola.

Al di là dello splendore cromatico ed estetico di una tale proiezione, possiamo chiederci cosa ci sia, in embrione, del grande regista nipponico. Il film risale al 1925, data che combacia con un momento critico nella storia del Giappone. Paese che era ancora provato dal grande terremoto del Kanto, di due anni prima, ed era prossimo alla transizione tra la liberale epoca Taisho e il periodo Showa, conservatore. Nella vicenda del giovane studente Naotaro, Mizoguchi racconta una storia che fotografa uno spaccato delle classi sociali dell’epoca, il contrasto tra città e campagna e il processo progressivo di abbandono di quest’ultima (che saranno peraltro proprio i temi chiave di Carmen ritorna a casa). Mizoguchi legge il tutto secondo istanze umaniste di parità, in una visione sociale che era propria del teatro e della letteratura shinpa, predominanti all’epoca, che avevano non poche ripercussioni anche nella settima arte.
Nel film Mizoguchi riprende con insistenza mezzi di trasporto, treni, automobili d’epoca e carrozze. Spesso le ultime due condividono, confliggendo, l’inquadratura. Evidente una lettura in chiave di modernità e una fotografia delle trasformazioni in atto nel paese. Se i treni possono far pensare allo sviluppo della società, e di questo essere assurto a simbolo, come sarà nel cinema di Onu, macchine e diligenza sono anche simboli di classi sociali diverse. In ciò Mizoguchi anticipa la scena di competizione tra carrozza e risciò presente ne Il filo bianco della cascata, film le cui tematiche, come quella dell’esigenza di mantenersi agli studi, sono molto vicine a quelle di questa opera. E il disco che si vede inserire in un giradischi d’epoca rappresenta pure una lettura della contemporaneità come un anelito all’udito in un cinema muto dove questo era comunque garantito dalla figura del benshi. Nel successivo La marcia di Tokyo, ancora un’opera a sfondo sociale e di ambientazione giovanile, la canzone iniziale, eseguita nelle sale dai benshi, sarebbe diventata un grande successo e pubblicata in vinile.

Centrale in questo film la presenza della natura e di quella della campagna, sottolineate da viraggi in verde e in giallo (il grano). Mizoguchi realizza un’elegia contadina e rappresenta l’operosità dei braccianti e il duro lavoro della gente di campagna, con un’intensità che tornerà nel cinema giapponese con L’isola nuda, opera di un regista come Kaneto Shindo, che si è sempre professato esigono del Maestro Mizoguchi.

Info
La canzone del paese natio sul sito de Il cinema ritrovato.

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