Poltergeist

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Sia che lo si guardi come remake (sbiadito) del classico di Hooper e Spielberg, sia come ghost story moderna, il nuovo Poltergeist si segnala per la sua mediocrità, e la sua natura di bignami di stilemi e topoi dell’horror di ieri e di oggi.

Derivative presenze

La famiglia Bowen, coi suoi tre figli, si è appena stabilita in una nuova casa, su un terreno da poco edificato. Nell’abitazione, da subito iniziano a verificarsi manifestazioni inquietanti, finché una notte, improvvisamente, la piccola Madison sparisce… [sinossi]

Chi scrive ha sempre reputato oziose le discussioni sui remake, almeno impostate nel modo in cui, da qualche anno a questa parte, si è soliti farlo. Questo, principalmente perché la pratica del riciclo, della copia, del riutilizzo (più o meno creativo) di uno stesso materiale narrativo, è da sempre parte integrante del fare cinema; ed è in qualche modo attività connaturata allo stesso statuto del mezzo cinematografico (che nasce come copia della realtà). Inoltre, un qualsiasi ragionamento sulla pratica dei rifacimenti, che non tenga conto degli elementi della memoria, del piacere del riconoscimento e della previsione, del legame (anche affettivo) che lo spettatore stabilisce col testo filmico, uniti a quelli dell’adattamento e della riformulazione di uno stesso soggetto per una diversa fascia di pubblico, è destinato ad essere monco e incompleto in partenza; e, in ultimo, proprio data la natura pervasiva e onnipresente di tale pratica, la sua presenza costante in tutta la storia del cinema, parlare di “remake inutile” sulla sola base dell’esistenza di un film, è esercizio sterile e (questo sì) sostanzialmente inutile.

Questo lungo cappello, solo per dire che sarebbe fuorviante accostarsi al Poltergeist del 2015 (così come a qualsiasi altro rifacimento) con un atteggiamento pregiudizialmente negativo, sulla base del fatto che “l’originale è ancora perfetto così com’è” (e allora?). Tuttavia, proprio in virtù di un approccio iniziale scevro da pregiudizi, non si può non valutare in modo molto negativo la riuscita del film di Gil Kenan; che si configura, in sé, come prodotto fiacco e derivativo, non solo con riferimento al film originale, ma (soprattutto) a moltissimo horror contemporaneo, di cui replica senza verve tutte le convenzioni e i topoi.
Se si dovesse valutare il film di Kenan senza riferirsi a quello di Hooper e Spielberg (la paternità dell’originale, com’è noto, è da dividere tra i due cineasti) non ci sarebbe, in fondo, moltissimo da argomentare; al netto del confronto col suo illustre modello, questo nuovo Poltergeist risulta essere un bignami del moderno cinema dell’orrore, che ne ripropone pedissequamente tutti gli espedienti, le convenzioni, gli stilemi visivi. Guardando il film di Kenan, a tratti sembra di vedere uno dei prodotti meno riusciti della Blumhouse: una ghost story che fonde elementi classici (la famiglia che si trasferisce, la casa infestata, i bambini come tramite con l’aldilà) con l’utilizzo del digitale e di tutti i mezzi più moderni, non ultima un’attenzione particolare al sonoro, per creare l’effetto-shock, fine ultimo della costruzione scenica.

Tuttavia, il nuovo Poltergeist sceglie di essere un remake, e lo fa in modo dichiarato: non solo nel titolo, ma anche nella sua scelta di ripercorrere a grandi linee (anche con rimandi e ammiccamenti diretti) l’intreccio del film originale. Un approccio critico non può, ovviamente, non tener conto di questa sua natura; e il costante ritorno mentale al modello è, anche per noi, pratica inevitabile. Così, non si può non sottolineare come tutta la costruzione narrativa creata dalla sceneggiatura dell’originale, quel misto di aspettativa, meraviglia e orrore, sulla base di un legame familiare tanto forte quanto storicamente declinato, venga qui totalmente annullata; non ci sono molti dubbi, fin dalle prime immagini, sul fatto che la casa in cui i Bowen si trasferiscono sia infestata, mentre la natura malvagia e ostile delle presenze che la abitano è, fin dall’inizio, manifesta. L’iniziale accostamento curioso, non pregiudizialmente negativo, della famiglia nei confronti delle manifestazioni spiritiche, base per un ragionamento più generale sull’attitudine open minded nei confronti del diverso (retaggio di un decennio – gli anni ’70 – da poco trascorso) sparisce totalmente da questa nuova versione: qui, viene totalmente saltata la fase “pacifica”, e di semplice ricerca di contatto, da parte delle presenze, i bambini sono unici testimoni delle loro manifestazioni, e i poco avveduti genitori si accorgono di tutto solo quando la piccola Madison (alter ego della Carol Anne dell’originale) è ormai stata rapita.

Unitamente a questo radicale cambio di approccio, che inevitabilmente banalizza la premesse della storia, la sceneggiatura sceglie anche di sfrondare del tutto i riferimenti politici (neanche tanto velati) che caratterizzavano il film del 1982: in quest’ultimo, Spielberg, memore del suo passato nella New Hollywood, e della sua formazione in quel preciso humus culturale, aveva inserito una riflessione sulla rapacità di un certo tipo di capitalismo (in anni di nascente reaganismo), sulla sua capacità di annientare uno degli stessi valori che in genere vi si accompagnano (quello della famiglia) e più in generale di farsi condanna per un’intera comunità; non è un caso che, all’epoca, il protagonista interpretato da Craig T. Nelson fosse un dipendente della ditta immobiliare che aveva costruito sul cimitero, e quindi corresponsabile, suo malgrado, degli eventi; e non è un caso che qui, al contrario, il suo omologo col volto di Sam Rockwell non abbia alcun collegamento con l’edificazione del terreno in cui va a risiedere. La famiglia Bowen, qui, risulta mera vittima, e non parte attiva, di un ingranaggio messo in moto altrove, su cui si hanno ben poche possibilità di intervento: il cambio di ottica è netto.

Poco altro, in fondo, si può dire di un horror che ha tra i suoi torti principali (ma non l’unico) quello di cercare costantemente il rimando al suo modello, muovendosi tuttavia su un piano del tutto diverso: si può sottolineare la poco convinta interpretazione del già citato Rockwell, lo spreco di un interprete come Jared Harris (alter ego maschile della medium a suo tempo interpretata da Zelda Rubinstein), il poco riuscito tentativo di dare una visibilità, tutta digitale, all’universo degli spiriti lasciato fuori campo nell’originale. Si può rimarcare, ancora una volta, il suo carattere di ghost story incolore, che sbiadirebbe, senza il richiamo a un modello tanto illustre, nella melma dei tanti prodotti analoghi usciti negli ultimi anni. Sia quel che sia, questo nuovo Poltergeist si rivela un’operazione del tutto mediocre, che fallisce non tanto per reato di lesa maestà nei confronti di un classico: quanto, piuttosto, per aver scelto l’aderenza filologica a quest’ultimo, senza aver avuto tuttavia la capacità, o il coraggio, di riadattarne le premesse alla realtà del cinema, e della società, moderni.

INFO
Il sito ufficiale di Poltergeist.
Il trailer italiano di Poltergeist.
Poltergeist su facebook.
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