Pomi d’ottone e manici di scopa

Pomi d’ottone e manici di scopa

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Nella vasta filmografia live action della Walt Disney Productions Pomi d’ottone e manici di scopa di Robert Stevenson rifulge di una luce particolare, ponendosi come uno degli esempi più splendenti del cinema destinato all’infanzia. Ma non solo…

Treguna mekoides trecorum satis dee

Portobello Road, Portobello Road
Quante stupende ricchezze ci son
Troverai ricordi d’ogni generazion
Sulle bancarelle di Portobello Road
Si trova di tutto a Portobello Road.
Dal film
Nell’agosto del 1940, nel mezzo della seconda guerra mondiale, il governo britannico tenta di sfollare i bambini nelle campagne per proteggerli dai bombardamenti che l’aviazione tedesca infligge a Londra. Paul, Carrie e Charlie vengono dati in custodia a miss Eglentine Price nei pressi del paese di Pepperinge Eye, da dove subito cercano di scappare ritenendo il posto piuttosto noioso. Una volta scoperta Miss Price volare a cavallo di una scopa scelgono però di restare. Quando arriva una lettera che spiega le ragioni per cui Miss Price non potrà avere per corrispondenza l’ultima lezione del corso di stregoneria, la donna sfrutta un incantesimo per recarsi a Londra insieme ai bambini e incontrare il sedicente preside della scuola, il sig. Emelius Browne, per avere dei chiarimenti… [sinossi]

Oscurati come sono dallo scintillante bagliore della produzione animata, dominata da opere del valore di Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, La carica dei 101 e via discorrendo, spesso i lavori in live-action (o in tecnica mista con la componente animata in posizione subordinata) della Disney sono accantonati in un angolo, retaggio dell’infanzia che perde peso specifico con l’avanzare dell’età. Certo, non ci si dimentica di titoli come Mary Poppins, ma solo perché la sua fama travalica qualsiasi distinzione di genere: in pratica si guarda il film con Julie Andrews come se ci si trovasse a tu per tu con Alice nel paese delle meraviglie o La spada nella roccia. Nell’immaginario collettivo il nome di Walt Disney è vincolato a doppio nodo alle orecchie di Topolino e alla blusa da marinaio di Paperino. Ciò che lo avvicina troppo alla “realtà” viene visto con fastidio, quasi stesse derubando lo spettatore del suo diritto all’immaginario.
Un vero peccato, perché se è vero che il non plus ultra dell’arte disneyana è racchiuso nei capolavori d’animazione (anche sulla breve distanza, come dimostrano le Silly Symphony), la vasta produzione con attori in carne e ossa ha spaziato, per oltre quarant’anni, dalla commedia al western, dal dramma alla fantascienza, dal fantasy al film d’avventura. Fino alla fine degli anni Ottanta – sulla restante produzione Disney è necessario operare dei distinguo, viste le direzioni prese negli ultimi venticinque anni, e che hanno portato a un’ulteriore diversificazione della proposta – la Walt Disney Productions ha portato sugli schermi d’America, e quindi nel resto del mondo, un cinema adatto alle famiglie ma non per questo svuotato di un’anima personale, capace persino di dimostrare notevole coraggio. Al fianco di operazioni altamente professionali ma maggiormente canoniche, come Le avventure di Davy Crockett di Norman Foster (1955), Geremia cane e spia di Charles Barton (1959), Il cowboy con il velo da sposa di David Swift (1961), Magia d’estate di James Mailson (1963), Quattro bassotti per un danese (1966) e La gang dalla spider rossa (1976) di Norman Tokar, la Disney è stata capace di dare spazio a voragini dell’immaginario in cui tutto, più o meno, è stato concesso.

Sono così venuti alla luce le 20.000 leghe sotto i mari nella versione di Richard Fleischer (1954), l’assolata e al contempo cupissima storia di intrighi tra cui si aggira Giallo a Creta di James Nielson (1964), l’animalesco e quasi muto L’incredibile avventura di Fletcher Markle (1963), l’incompiuto ma anche incompreso fantasy Il drago del lago di fuoco di Matthew Robbins (1981), il fantaspionaggio di Condorman di Charles Jarrott (1981), l’orrorifico Qualcosa di sinistro sta per accadere di Jack Clayton (1983). Ma il nome che più di ogni altro certifica l’imponenza del ruolo svolto dalla Disney nel cinema statunitense a cavallo tra il periodo classico e la rifondazione della New Hollywood è senza dubbio quello di Robert Stevenson, regista tra gli altri proprio del sopracitato Mary Poppins. Ma la sua storia nasce molti anni prima…
Regista inglese tra i più talentuosi degli anni Trenta, Stevenson si mette in luce con film quali King Solomon’s Mines, The Man Who Changed His Mind e Return to Yesterday, al punto da convincere David O. Selznick a metterlo sotto contratto nel 1940, anno in cui anche il connazionale Alfred Hitchcock firma per la stessa produzione e attraversa l’oceano per esordire a Hollywood. In California però Stevenson lavora praticamente per tutte le major, o quasi: per la Universal dirige Charles Boyer e Margaret Sullavan ne Gli amanti (1941), per la RKO Joan of Paris (1942), per la 20th Century Fox l’ottimo adattamento di Jane Eyre intitolato in italiano La porta proibita, con Orson Welles e Joan Fontaine. Dirige anche sotto contratto con la United Artists (Disonorata, 1947), e la Columbia (To the Ends of the Earth, 1948), prima di tornare alla RKO con alcuni titoli, tra i quali Lo schiavo della violenza (1949). Pare giri anche alcune sequenze de L’avventuriero di Macao di Josef von Sternberg, sorte condivisa con Nicholas Ray. Dopo alcuni anni trascorsi in televisione, arriva finalmente la chiamata di Walt Disney.

Per la “casa del topo” Stevenson si dimostra il regista più fedele, e anche quello maggiormente ispirato. Anche le sceneggiature più bislacche o disattente trovano in Stevenson un metteur en scène attento ai dettagli, acuto, mai banale. Non è certo un caso che a lui siano affidati i progetti più affascinanti, come il western/bildungsroman Zanna gialla, il fantasy irish con sorprendenti venature horror Darby O’Gill e il re dei folletti (uno dei primi ruoli per Sean Connery e uno degli ultimi per l’anziano Albert Sharpe), il sulfureo Un professore tra le nuvole, la spy-beat-comedy felina F.B.I. Operazione gatto, lo scatenato Il fantasma del pirata Barbanera con la coppia Dean Jones/Peter Ustinov, lo “sportivo” – si fa per dire – Un maggiolino tutto matto, l’avventuroso L’isola sul tetto del mondo. Ma sono due, in particolar modo, le opere fondamentali portate a termine al soldo della Disney. La prima, si è già scritto, è Mary Poppins. La seconda, in qualche modo, ne è figlia ma anche madre; meglio procedere per gradi.
Della estenuante trattativa che portò Disney a ottenere i diritti di Mary Poppins dalla riluttante autrice, Pamela Lyndon Travers, si è occupato di recente anche il cinema, con Saving Mr. Banks di John Lee Hancock. Negli anni di logorante attesa che la romanziera accettasse i compromessi della Settima Arte, Disney si premura e si muove alla ricerca di un sostituto in grado di reggere il confronto. Lo trova, a suo dire, in due romanzi pubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale dalla londinese Mary Norton (a cui si deve anche la saga degli Sgraffignoli, trasposta in immagini dallo Studio Ghibli in Arrietty di Hiromasa Yonebayashi), Il magico pomo d’ottone ovvero, come diventare una strega in dieci facili lezioni e Falò e manici di scopa. Gli elementi di cui si compongono i due libri non si distanziano molto dal mood della Travers, e Disney acquista in fretta e furia i diritti. Il film dovrebbe anche entrare in pre-produzione, quando si appianano gli attriti tra Disney e l’autrice e Mary Poppins entra finalmente in lavorazione.
Pomi d’ottone e manici di scopa finisce dunque nel dimenticatoio per alcuni anni, fino al 1971. Solo un lustro e poco più, dunque, ma nel frattempo è cambiato molto, se non tutto: Walt Disney è morto per un collasso cardiocircolatorio nel dicembre del 1966. Pomi d’ottone e manici di scopa rientra nei progetti che aveva avuto modo di supervisionare direttamente, e si vede. Lo dimostra la grandeur immaginifica in cui tutto si lega alla perfezione: la meraviglia dell’effetto speciale (nel film si vola, si nuota, si compiono magie, si fanno marciare eserciti di armature), la commedia, l’animazione, il live action, lo spirito avventuroso. Per replicare il successo di Mary Poppins si decide di riprendere pressoché in toto la medesima squadra: accanto a Stevenson ecco dunque l’art director Peter Ellenshaw e i compositori, i fratelli Sherman, accompagnati dal direttore musicale Irwin Kostal. Anche davanti alla macchina da presa ci sono dei contatti con il film del 1965, come dimostrano le interpretazioni di David Tomlinson e di Reginald Owen, che concude qui sessant’anni di carriera cinematografica (sotto la direzione, tra gli altri, di Frank Capra, John Cromwell, Michael Curtiz, William A. Wellman, Henry Hathaway, Jean Renoir e Vincente Minnelli).

Pomi d’ottone e manici di scopa, a quarantaquattro anni dalla sua distribuzione nelle sale statunitensi, dimostra una vitalità sorprendente, al punto da risentire meno di Mary Poppins del “proprio tempo”. L’ambientazione nell’Inghilterra rurale durante la Seconda Guerra Mondiale agevola probabilmente il compito di scollegare il film da una qualsivoglia epoca storica. Sì, ci sono i nazisti e vorrebbero anche dire la loro nell’ultimo segmento del film, ma in realtà l’intera narrazione vive in una sospensione spazio-temporale. Così come la strega novella Angela Lansbury, l’imbonitore che le ha venduto il corso per corrispondenza e i tre fratellini che vivono con la donna (orfani e sfollati da Londra, dove il rischio dei bombardamenti è ben più impellente) vagano nello spazio per raggiungere luoghi che non esistono neanche sulla mappa, come l’isola di Naboombu dove gli animali hanno imparato a vivere da umani dopo aver rubato un medaglione magico a uno stregone di nome Astaroth (che hanno poi provveduto a uccidere), anche lo spettatore di Pomi d’ottone e manici di scopa vive in un continuo non-luogo, muovendosi ondivago tra un’Inghilterra perfettamente credibile nella sua normalità e un mondo magico che può prendere corpo in qualsiasi momento, dietro una qualsiasi porta chiusa.
È l’impero di Disney, quello in cui l’immaginario e il visionario possono prorompere da ogni dove, non per stravolgere il reale ma per completarlo, per donargli la necessaria rotondità.
Stevenson si adegua a questo scopo con ammirevole dedizione, e sfodera alcune sequenze destinate a rimanere impresse nell’immaginario collettivo del pubblico disneyano. Costruito a segmenti piuttosto delineati e riconoscibili (i primi esperimenti in casa, l’arrivo a Londra, la visita a Portobello, la fuga a Naboombu, il ritorno in Inghilterra, la lotta contro il tentativo di invasione nazista), Pomi d’ottone e manici di scopa non si adagia mai nella confortante sicurezza dell’antologia di pezzi di bravura, mantenendo una coesione espressiva e timbrica grazie anche alla brillantezza dei dialoghi, ben orchestrati da Bill Walsh e Don Da Gradi e serviti su un piatto d’argento a un cast in gran forma. Anche i brani musicali, alcuni dei quali recuperati da materiale scartato per Mary Poppins (The Beautiful Briny, il brano che Tomlinson e la Lansbury cantano danzano in acqua nella laguna di Naboombu, accompagnati da una band composta da pesci) si rivelano tra i migliori mai scritti dai fratelli Sherman.

Ma sono principalmente tre le sequenze che permettono di annoverare Pomi d’ottone e manici di scopa tra le migliori produzioni live action della Disney e i migliori film “per famiglie”. La prima è la lunga sarabanda danzante tra i banchi di Portobello Road, durante il tradizionale mercatino: un seducente profluvio di balli che diventa in pochi minuti un ripasso delle culture – anche coloniani – che albergano nel cuore della Gran Bretagna. La seconda è la sgangherata, appassionante e fuori dalle regole partita di calcio tra animali sull’isola di Naboombu, cui Tomlinson presta la sua professionalità come arbitro: un gioiello d’animazione divertente, demenziale, ghignante e sanamente anarchico. La terza è la marcia verso la battaglia contro i nazisti delle armature, risvegliate dal loro sonno secolare dalla Lansbury con la formula “Treguna mekoides trecorum satis dee”: un bagliore nel buio, war-movie che si mescola a medievalismi mai presi sottogamba da Stevenson.
Ma a dominare lo sguardo, a ben vedere, è soprattutto il mood tra misterico e bucolico che pervade ogni singola inquadratura: Robert Stevenson non era un mestierante, e neanche un semplice artigiano del cinema. Era un cineasta dotato di intelligenza e di una notevole classe, elegante nella messa in scena e mai prono ai diktat dell’industria. In Pomi d’ottone e manici di scopa queste doti invadono lo schermo, asservendo lo sguardo degli spettatori, non solo dei bambini.

Info
Il trailer inglese di Pomi d’ottone e manici di scopa.
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