Kristy

Con la produzione esecutiva di Scott Derrickson, Kristy è un thriller/horror solido, nonostante lo spunto pretestuoso e qualche ingenuità, che sfrutta abbastanza bene le potenzialità della sua ambientazione.

Keep calm and kill Kristy

Una setta di fanatici assassini sta facendo strage di studentesse, selezionandone alcune che ribattezzano “Kristy” (seguace di Dio). Quando la giovane Justine resta da sola, durante la Festa del Ringraziamento, all’interno del college in cui studia, diventa la vittima ideale per i killer. Ma la ragazza si rivelerà un osso più duro del previsto… [sinossi]

Nel prologo di Kristy, horror risalente al 2014 e sbarcato nelle nostre sale solo nell’attuale, torrida estate, si vede un omicidio inframezzato da frammenti di riprese digitali, commentato dalla voice over di un servizio televisivo, seguito da filmati truculenti pensati per quel formato “social” che sempre più sta contaminando, nelle sue logiche più deteriori, il grande schermo. Il tutto, montato con lo stile nervoso e iper-frammentato che tante volte abbiamo visto, nel genere, negli ultimi anni. Una presentazione che non fa ben sperare per il film diretto da Oliver Blackburn (al suo secondo lungometraggio dopo l’inedito Donkey Punch); che sembra voler innestare nel thriller/horror elementi “spuri”, poco in linea con la sua anima più autentica, da sempre all’insegna dell’essenzialità. Magari facendo il compitino di stigmatizzare (ed è quanto di più facile) la logica della comunicazione audiovisiva via web e le sue degenerazioni, i filmati violenti che diventano virali, un mondo interconnesso, invariabilmente, solo nelle sue manifestazioni più deteriori.

Fortunatamente, però, le velleità “sociologiche” di questo piccolo film di genere si fermano qui; confinate, quasi come vezzo, alle sue prime battute, e a qualche frammento del finale. Il film di Blackburn, che vede Scott Derrickson nelle vesti di produttore esecutivo (e l’influenza del team di Jason Blum, con cui Derrickson ha spesso collaborato, si nota) è in realtà un discreto thriller, che guarda ai classici del passato senza replicarli pedissequamente, garantendo un buon intrattenimento che rientra nei 90 minuti “canonici” di durata. Lo spunto è poco più di un pretesto: una setta di giovani fanatici che prendono di mira alcune studentesse, selezionando quelle a loro giudizio più “pure”, che ribattezzano “Kristy”, ovvero seguace di Dio (scelta, quest’ultima, che dà anche vita a qualche passaggio un po’ grottesco: “Kristy è una seguace di Cristo; se uccidi Kristy, uccidi Dio”, sentiamo dire a una voce che espone il manifesto della setta). La premessa, che si vorrebbe evocativa (e quella “K” che a noi fa pensare, al massimo, al linguaggio da sms) non raggiunge, precisamente, il risultato sperato. Ma non è il caso di stare a sottilizzare su un plot che, come si sarà intuito, nasce di suo già pretestuoso.

Più interessante rilevare l’iconografia dark della mise degli assassini (guidati, nella fattispecie, da una Ashley Greene sorprendentemente efficace, diafana e lontana dal suo personaggio della serie Twilight): giubbotto di pelle, cappuccio, occhiali scuri e piercing per la leader, felpe nere e maschere deformi per gli altri membri del gruppo. Vengono in mente i killer senza volto dei due La notte del giudizio; e probabilmente, visto il già ricordato coinvolgimento di Derrickson nelle vesti di produttore esecutivo, e la sua vicinanza al team creativo di Blum, la similitudine non è casuale. Interessante, anche, rilevare una certa abilità del regista nello sfruttare le peculiarità delle location, sia per quanto concerne gli esterni che gli interni: rispettivamente, i nebbiosi boschi che circondano il campus in cui la protagonista resta isolata, e le stanze deserte dell’edificio stesso, un labirinto illuminato da tonalità fredde e minacciose. Un teatro ideale per innestare il gioco di gatto e topo che gli inseguitori avviano con la sfortunata protagonista (una Haley Bennett che fa il minimo sindacale, nei panni di un personaggio schematico, dal potenziale abbastanza limitato): una caccia prevedibile quanto si vuole, ma efficace nella resa e innervata da una buona gestione della tensione.

Nell’ora e mezza di durata del film, Blackburn dirige il tutto con sicurezza, dimostrando di aver ben assimilato la lezione dei maestri (parliamo – fatte le dovute proporzioni – dei classici di Carpenter e Romero, e dei loro cloni più recenti); riuscendo anche a non far pesare più di tanto i passaggi in cui, narrativamente, viene messa più a dura prova la sospensione dell’incredulità (in primis, personaggi secondari che si rivelano inevitabili vittime sacrificali, dal comportamento che non brilla esattamente per intelligenza).
Al di là dell’ovvia, già sottolineata esilità (e pretestuosità) del tutto, di Kristy delude anche la parte finale: qui, l’evoluzione (che evitiamo ovviamente di svelare) del personaggio della protagonista, si risolve in poche sequenze, e in una conclusione abbastanza affrettata. Conclusione seguita da una “dichiarazione di intenti” anch’essa un po’ pretestuosa, e pensata apparentemente per lasciar spazio a un possibile sequel.

Info
Il trailer di Kristy su Youtube.
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