Pixels

Cosa fareste se Pac-Man e Donkey Kong attaccassero la Terra? È quello che si chiede Chris Columbus in Pixels, elogio del nerd che lavora di pancia dimenticando per strada la struttura narrativa.

Man or Pac-Man?

Una razza aliena scambia le immagini dei vecchi videogame per una dichiarazione di guerra e attacca la terra usando i giochi stessi come modelli per i loro assalti. Il Presidente degli Stati Uniti chiama allora il suo amico d’infanzia Sam Brenner, un campione di videogames negli anni Ottanta, per difendere la terra. Il destino del nostro pianeta è nelle mani di un improbabile team di nostalgici giocatori. [sinossi]

Sui motivi per cui si iniziò a utilizzare il termine “nerd” ognuno ha la propria versione. L’unico dato su cui si può essere d’accordo è che in Italia, fino all’uscita de La rivincita dei nerds di Jeff Kanew, nel 1984, a nessuno fosse mai venuto in mente di usarlo. In trent’anni il mondo occidentale ha vissuto una vera e propria “revenge”, quella del “popolo nerd” nei confronti del resto dell’umanità: tra sit-com televisive – il sempre più deteriore The Big Bang Theory – e opere cinematografiche, l’immaginario collettivo si è popolato di tecnofili all’ennesima potenza, chiusi nel loro piccolo mondo post-modern. Datemi un wi-fi e vi solleverò il mondo!
In questo panorama, tra Scott Pilgrim che combatte la lega dei Sette Malvagi Ex e Peter Parker che acquista super-poteri attraverso il morso di un ragno, l’adolescenza si è dimostrata il perfetto terreno di conquista, l’uditorio di elezione per le multinazionali del cinema alla ricerca di nuove aree da colonizzare. Mancava però il punto di contatto con le generazioni precedenti: perché se è vero che sono trent’anni che i nerd brulicano sul piccolo e grande schermo, vuol dire che molti di loro ora sono uomini e donne di mezza età, più vicini alla pensione (se mai la otterranno) che all’ingresso nel mondo del lavoro. In questo senso la sequenza finale di The Lego Movie, spassoso omaggio al tempo che fu orchestrato dalla coppia Phil Lord/Chris Miller, diceva già molto sul ponte (im)possibile tra i nerd della prima ora e i loro figli. Due generazioni a confronto tra ossessioni, desideri reconditi e passioni ludiche.

La Columbia Pictures ha deciso però di regalare ai padri lo stesso divertissement che sembra spettare di diritto ai figli. Nasce da questa necessità (economica) Pixels, il blockbuster diretto da Chris Columbus che la Warner Bros. ha scelto per allietare l’estate cinefila. Il riferimento iconografico non è più l’oggi, ma lo scenario videoludico di trent’anni fa: quel microcosmo che nel buio delle sale giochi, o nel conforto dei computer e delle prime console, diede vita a entità mitiche come Pac-Man, Donkey Kong, Q*bert, Centipede, Space Invaders. Un mondo virtuale che proponeva fughe nell’immaginario, sfruttando il Capitale per eleggere non-luoghi fuori dallo stesso a propria sede; il riflusso politico degli anni Ottanta vide l’abbandono delle strade per un rifugio sicuro, caldo e accogliente, nella propria dimensione ludica.
Anche questa, però, può essere sfruttata a favore della lotta: quella contro un’invasione aliena, per esempio, che vorrebbe distruggere la terra utilizzando come armi proprio i semidei di quei videogame. Chi può ergersi a protettore degli inermi terrestri se non, dunque, coloro che hanno perso diottrie e anni di vita davanti agli schermi di una sala giochi? Pixels, e lo dimostra la breve sinossi che apre questa recensione, non punta molto sulla struttura narrativa: la storia è talmente basica che parrebbe non essere stata neanche lontanamente sviluppata dall’abbozzo di un’idea. È molto probabile che le immagini che vi si sono fissate nella mente a partire dalla lettura della trama siano le stesse che ritroverete anche nel buio della sala, così come i possibili snodi narrativi, tutti facili da intuire.

Qui risiede il difetto principale di Pixels. Non esiste reale sorpresa, ma solo la replica di un gioco già giocato, trenta anni fa, in completa solitudine. Stavolta non si ha il joystick in mano, e la condivisione dello spazio è collettiva, ma si tratta di una differenza minima. Per il resto rimane solo il ludus in quanto tale; si ride e si sgranano gli occhi per la sorpresa all’apparizione di questi letali nemici, e in un angolo neanche troppo recondito della coscienza si vorrebbe essere lì, nell’agone della battaglia. Ma è un riflesso condizionato, il ritorno di fiamma di una droga che una volta entrata in circolo fatica ad abbandonare l’organismo.
Gli effetti speciali subliminano una visione alterata, fuori dai canonici standard a cui si è abituati. Non c’è però nulla sotto la superficie liscia e luminosa architettata da Columbus, uno che un tempo amava costruire in sceneggiatura avventure stratificate come Gremlins, I Goonies e Piramide di paura, ma che da tempo si accontenta di trasformare in immagini script altrui – nel caso specifico la firma è di Tim Herlihy e Timothy Dowling. Là dove altre opere hanno avuto il coraggio di scandagliare l’universo videoludico per tentare di comprenderne oscurità, pulsioni e ombreggiature (senza scomodare il nume tutelare Tron, caposaldo del genere, viene naturale citare l’ottimo Ralph Spaccatutto e, perché no, persino il tanto bistrattato Nirvana di Gabriele Salvatores), Pixels tira diritto per la sua strada, asfaltata solo di battute, gag e combattimenti all’acqua di rose.

Si potrebbe dire che non è lecito attendersi molto di più da un’operazione del genere, ma l’impressione è che a forza di accontentarsi si sia raggiunto il nadir spettatoriale, quello di uno spettacolo nel quale è sufficiente la presenza di un riferimento mitico per quietare anche lo spirito più cinefilo. Ma i gloriosi eroi dei videogiochi anni Ottanta, un’epoca in cui il bidimensionale dominava senza timori – in questo senso l’utilizzo del 3D rappresenta lo spunto più interessante dell’intera operazione Pixels –, avrebbero meritato un lavoro meno sciatto, più partecipe e appassionato. In tal senso, se proprio si è malati di nostalgia, il consiglio è quello di recuperare The King of Kong: A Fistful of Quarters, sorprendente documentario diretto da Seth Gordon nel 2007. Davanti a quello il cuore straziato del nerd anni Ottanta ha diritto a lasciarsi andare alla commozione. Senza ricatti. Senza effetti speciali.

Info
Il trailer di Pixels.
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