Brother Dejan

Brother Dejan

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Fra interminabili silenzi introspettivi e vive fiammelle di inaspettata umanità, Brother Dejan, opera terza del georgiano Bakur Bakuradze, si interroga sulla senilità, sulla solitudine e sulla gracilità del confine fra vittima e carnefice. Un film nel complesso riuscito, ma che incappa in evidenti limiti etici e trova in una gestione metacinematografica troppo ammiccante il suo maggiore difetto. In concorso a Locarno 2015.

Here the Deities approve the God of Music and Love

Gli ultimi dodici mesi di vita di Dejan Stanic, un ex generale della guerra nei Balcani. Nel tentativo di sfuggire alla giustizia e soprattutto al Tribunale penale internazionale per i crimini compiuti nell’ex-Jugoslavia, questi è rimasto nascosto per dieci anni in varie basi militari segrete. Trova infine un rifugio a casa di Slavko, un anziano che vive in un piccolo villaggio di montagna. Soffrendo per l’estremo isolamento, Dejan dovrà abituarsi al nuovo ambiente, ma non riuscirà mai a lasciarsi alle spalle il suo passato [sinossi]

“Ti ho detto di fermare la macchina”, tuona Dejan Stanic, a un primo rifiuto dell’autista di fermare l’auto. Criminale di guerra, pericoloso torturatore e assassino durante il sanguinoso conflitto jugoslavo, ma ormai solo, vecchio, stanco, in fuga dal tribunale internazionale – e probabilmente da se stesso – da più di dieci anni. Nascosto per un periodo interminabile in incognito, già condannato alla pena forse più dura: la lontananza dalla moglie e dalla propria vita. Deve mantenere un basso profilo, non deve essere riconosciuto, perché verrebbe immediatamente arrestato, ma per un istante riemerge in quel taxi lo sguardo di chi è stato abituato a comandare, la durezza di un tempo, e con questa i fantasmi del passato. Quello di Dejan Stanic, trasposizione cinematografica dello spietato generale serbo Ratko Mladic, è un personaggio dal passato abietto, generale fedelissimo di Milosevic e pedina di regime pronta a tutto, ma Brother Dejan, opera terza del regista georgiano Bakur Bakuradze in concorso a Locarno 2015, non si interessa del criminale, non parla del suo passato, preferendo piuttosto andare ad indagare l’uomo e le sue emozioni, in particolare la stanchezza del fuggitivo.

Quello che appare sullo schermo è un uomo ormai fragile e distrutto, schiacciato dal peso dei sensi di colpa e da una senilità che avanza inesorabile. Dejan Stanic, interpretato dall’attore serbo Marko Nikolic, è specchio degli effetti psicologici della guerra, un anziano depresso dopo anni di isolamento e di dolorosa solitudine. I suoi lunghi silenzi, i suoi tristi ricordi, la sua contemplazione della natura, ma allo stesso tempo la pistola sempre infilata nei pantaloni, la paura di essere riconosciuto e consegnato al tribunale internazionale contro i crimini di guerra, la forzata rinuncia agli affetti. Un solo amico, Slavko, pronto a nasconderlo in una convivenza forzata e destinata a non durare. L’approccio del regista e sceneggiatore al proprio personaggio è sincero ed intimo, ma la sua – giustissima – volontà di non giudicare diventa alla lunga un limite: non curarsi del passato porta ben presto ad un paradosso etico, per il quale un criminale di guerra diventa l’eroe, mentre il ‘cattivo’ è il tribunale istituito per giudicare la sua efferatezza. Un ribaltamento dei ruoli sicuramente interessante, ma ci permettiamo di ricordare i 250mila morti e gli oltre due milioni di profughi, ben lieti che, nella realtà, abbiano ricevuto quantomeno un minimo di giustizia.

Al netto delle perplessità morali, non mancano lunghi istanti di strazio tangibile e ancestrale – in particolare le lacrime versate sulla tomba della madre, visitata per la prima volta molti anni dopo la morte, o quell’abbraccio alla moglie agognato per quasi tre lustri – in grado di fornire a Stanic un’umanità profonda, pura, nella quale identificarsi nonostante tutto. La sfera sentimentale, vero oggetto di studio del film, è senza dubbio la parte più riuscita del lungometraggio. Il personaggio interpretato da Nikolic è emozionato ed emoziona, incarnando una caduta e fuga che ricorda, superando non di poco, quel The President di Mohsen Makhmalbaf che aprì Orizzonti a Venezia 2014. Ma se il film georgiano presentato lo scorso anno al Lido risultava a tratti strabico e sempliciotto, adagiato su topoi ritriti e troppo favolistico per potere davvero funzionare, Brother Dejan sa incarnare alla perfezione il dolore e l’alienazione di un uomo profondamente stanco, di scappare e di (non) vivere, già ingabbiato in prigioni più o meno dorate e menzogne.

Il mondo intorno a Dejan Stanic è una sorta di ammasso indefinito, l’attenzione e la tensione sono tutte sul protagonista, seguito lungamente con la macchina a mano. Gli spostamenti da un rifugio all’altro, la fedeltà di facciata mista a corruzione dei vecchi commilitoni, la cura del vecchio soldato nel pulire la pistola che gli è stata regalata in passato, ma anche la moglie, anch’ella sola ma senza colpe, intervistata alla televisione. Si giunge ad una sorta di soggettiva oggettivata, pronta a mostrare una realtà storica rarefatta, filtrata attraverso gli occhi ed il morale del protagonista. Punto di vista interessante, accentuato dal lirismo della sequenza che mostra una danza, muta, vista attraverso una porta a vetri, come se fosse impossibile non solo aprire questa porta sul mondo reale, ma anche avvicinarcisi. Piuttosto, le perplessità maggiori riguardano l’utilizzo del metacinema: il regista appare, accentuato dal formato ridotto, nella sequenza iniziale, intento a mostrare (probabilmente agli attori fuori campo) come dovrà essere una delle ultime scene, poi a metà del film, sul set, anticipando di solo pochi secondi il movimento di macchina che seguirà Stanic nell’inquadratura successiva, ed infine mentre guarda una location. Una tripla scelta inspiegabile, se non come ammiccamento egocentrico a un pubblico mediamente cinefilo. Un metacinema avulso, che non si interroga sul rapporto fra Cinema e Storia, né più in generale sul medium, ma si limita a celebrare il regista in quanto tale, fino a risultare arrogante e fastidioso. E limitando di molto quello che, scevro dai difetti di natura etica di cui purtroppo soffre, sarebbe potuto essere un gran film. Rimane la scritta “sotterratemi” sulla pistola tanto amata, rimane il malore, rimane l’arresto. Rimane la pazienza dell’apicoltore, in attesa che vengano prodotti miele e cera, mentre il senso di colpa cresce dentro, come il ronzio di un alveare. Il resto è Storia.

Info
La scheda di Brother Dejan sul sito del Festival di Locarno
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