Motorway

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Minimalismo ed enfasi, antico e moderno, riflessioni esistenziali e metalinguistiche tramite archetipi narrativi ed espressivi. Far East Film e CG editano in dvd Motorway di Cheang Pou-Soi, esempio di cinema di genere “oltre il genere” da Hong Kong.

Giovane poliziotto in forza alla “Squadra Invisibile” di Hong Kong, Cheung dà la caccia a un criminale asso del volante con l’aiuto dell’anziano collega Lo. Il terreno della sfida sono l’inseguimento d’auto e la “curva della morte” negli stretti vicoli della città. [sinossi]

Il cinema è simbolo. La messinscena, i suoi meccanismi, la messa in quadro del reale costituiscono la prima materia di un discorso oltre gli oggetti stessi, rimandano a dimensioni altre, a equilibri e dissesti esistenziali specchio di un universo inafferrabile, fuori dalla portata dei sensi umani. Nel cinema di Cheang Pou-Soi, prolifico autore di Hong Kong che dalle nostre parti riscosse un’ottima accoglienza per Accident in concorso a Venezia 2009, l’audio-immagine risuona sempre di altre dimensioni, e più o meno sottovoce deflagrano conflitti universali affidati ad archetipi narrativi, condotti alla loro massima espansione.
Un cinema enfatico e sommesso al contempo, che fa un uso sempre più nobile e affinato delle retoriche del classico cinema di genere, sia esso il noir o il più puro cinema d’azione. Conosciamo il cinema di Hong Kong che da decenni ormai sposa i generi più affermati del cinema occidentale alle autoctone radici cinematografiche e culturali. Con il cinema di Cheang sembra però di assistere a un salto ulteriore, ovvero alla dichiarata riflessione in chiave esistenziale di quegli stessi dispositivi archetipici, riletti ed espansi alla ricerca delle loro profonde motivazioni, delle loro valenze simboliche e universali. È lo stesso fatto-cinema ad assumere tali tratti, oltre le necessità narrative, oltre l’urgenza di dare corpo e voce a personaggi e di snodare storie: la ripresa, il dettaglio, la sua espansione, l’oggetto inanimato che si fa esso stesso racconto. Un’operazione di mesmerismo. Far parlare l’inanimato, narrare universi tramite la rappresentazione di ciò che non ha voce né movimento autonomo.

Motorway, in dvd per Far East Film e CG, viene dopo Accident, e in qualche modo sembra porsi in un percorso di coerente rilettura autoriale. Dopo lo splendido sguardo sul noir del film precedente, Cheang aderisce stavolta al cinema d’azione, assumendolo come categoria dello spirito, di cui adottare gli schemi più archetipici per condurli alla massima espressione ed espressività. Cinema d’azione che ha sempre meno bisogno del dialogo, o meglio che se ne serve solo quando è “necessario”, mentre la sostanza narrativa si rifugia quasi totalmente nelle iperboli dei dettagli, nella loro meticolosità e insistenza, nelle luci dei motori e nei rombi in colonna sonora. Si tratta di un approccio al fatto-cinema in qualche modo riconducibile alla rilettura di Michael Mann, condotta praticamente per tutta una carriera, sui canoni dell’action e del poliziesco, ma che affonda in tutta evidenza nel pregresso specifico culturale di un intero mondo espressivo, affermatosi a Hong Kong in più decenni, portandolo a gradi di inusitata tensione creativa. Motorway, ma anche Accident si caratterizzano anche per la breve durata: 85 minuti il primo, 80 minuti il secondo, dove però il racconto è caratterizzato per l’estrema densità e asciuttezza. Si può essere epici senza necessariamente sforare le tre ore.

Frutto di una coerente scelta di estrema essenzialità, Motorway ha per protagonista Cheung, giovane poliziotto alle prime armi, entusiasta e ardimentoso, in forza alla “Squadra Invisibile” di Hong Kong, che recluta ottimi e spericolati piloti per tenere sotto controllo le strade della città servendosi di automobili non segnalate esternamente come appartenenti alle autorità. La prima sfida importante per Cheung è dare la caccia a un altro asso del volante, il criminale Jiang, che ha aiutato un complice a fuggire dal carcere e insieme a lui architetta il furto di un diamante. Cheung fa coppia con Lo, anziano poliziotto prossimo alla pensione, che anni prima si era trovato a dare la caccia allo stesso criminale. La sfida si giocherà soprattutto intorno al mito della “curva della morte”, ovvero sulla capacità di far compiere all’enorme automobile una curva di 90 gradi negli stretti vicoli della città. Ottomila giri e 2 chilometri all’ora: è l’unica soluzione per far slittare lentamente la macchina, in mezzo ai fumi dei motori e delle ruote, oltre l’angolo di strada.
La storia è tutta qui, avvitata intorno a macroscopici archetipi, sia di figure umane sia di dinamiche narrative: il rapporto allievo-maestro tra Cheung e Lo, lo sdoppiamento dell’eroe positivo in un suo negativo criminale altrettanto valente, lo scontro titanico tra Bene e Male ma in un contesto di grigia uniformità metropolitana, e, sopra ogni cosa, il secolo di storia del cinema degli inseguimenti, dalle chase del muto ai cartoon, al poliziesco, a tutti i generi cinematografici, sempiternamente attraversati dai montaggi alternati di chi insegue e di chi è inseguito. A ciò si aggiunge un archetipo tipicamente hongkonghese, il tema del doppio che qui è a sua volta raddoppiato. Da un lato, Cheung e Lo sono uno specchio dell’altro in età diverse, significativamente opposti allo stesso criminale a distanza di anni, traslando il discorso in una dimensione universale e circolare, in cui il tempo può mutare i corpi ma non gli spiriti, e non può sconfiggere per sempre l’Eterno Nemico. Dall’altro, Cheung e Jiang si affrontano in un duello di abilità automobilistiche, secondo un’ottica di titanico scontro tra Bene e Male, stavolta meno ambiguo e sfumato rispetto ad altre occasioni hongkonghesi, a cominciare proprio da Accident in cui peraltro Cheang appariva più interessato a una dichiarata riflessione metafilmica a largo spettro.

In Motorway Cheang invece concentra il proprio afflato metalinguistico tutto nello studio ed evocazione di un unico canone espressivo: l’inseguimento d’auto, unica vera ragione narrativa ed espressiva del film, riproposto in lunghe e accurate sequenze fino a trasformare l’intero film in una sorta di “installazione d’arte” dedicata a un unico luogo narrativo. In tal senso Cheang mostra non soltanto una sconfinata perizia nella messinscena e nella coreografia dei duelli automobilistici, ma anche un’intelligente funzionalizzazione di tale tòpos cinematografico a una riflessione tragica sull’esistenza dell’uomo, mai libero dall’istinto alla sfida. Si tratta di un cinema che fa del dinamismo la propria ragion d’essere, dove per dinamismo non s’intende soltanto l’adesione pressoché totale ad adrenalinici ritmi audiovisivi, ma anche l’immortale sfida dell’uomo a se stesso e ai propri limiti.
In tal senso appare fortemente radicato nella cultura autoctona il bel leit-motiv della “curva della morte”, definitivo banco di prova per il dominio di se stessi. “Il pensiero ti farà rallentare”, dice l’anziano Lo all’allievo Cheung nel momento del suo primo allenamento con la curva impossibile. Dominare l’oggetto e piegarlo alla propria volontà (e in senso lato dominare il reale) passa attraverso un controllo totale di se stessi e della propria emotività, e soprattutto attraverso un’estrema torsione delle proprie abilità per tramutarle in effetto.

L’enorme talento di Cheang si esprime anche nel gigantesco paradosso che sorregge tutta l’impalcatura di Motorway: in un film composto per tre quarti da avvincenti sequenze d’azione, il punto di massima tensione emotiva è raggiunto proprio in quelle pagine di sospensione narrativa dedicate a tale singolare “sfida da fermo”, in cui un’automobile incastrata in un vicolo cerca di superare l’ostacolo per successivi e minuscoli movimenti. Per tutto Motorway non ci ritroviamo mai col fiato sospeso come in quei frammenti, e una volta di più Cheang mostra com’è possibile raggiungere la massima espressività tramite elementi minimali di messinscena.
È una scelta che informa tutto il film, scopertamente dichiarata anche nelle affermazioni dell’autore nell’interessante contributo extra. Com’è evidente le opere di Cheang si riallacciano fieramente al cinema anni Ottanta hongkonghese e americano, rifiutando l’uso invasivo degli effetti speciali e affidandosi ancora a vere coreografie con stunt-men, stunt-car, camera-car e quant’altro. Anche per questo Motorway conserva un respiro inconsueto rispetto al cinema attuale grazie al suo entusiasmante connubio tra antico e moderno (o archetipico e postmoderno). Le automobili di Cheung brillano di nuovi dispositivi e rilevatori di velocità, ma si scontrano e si ammaccano come ai vecchi tempi, spezzano veri specchietti nelle curve, mentre sul piano più strettamente narrativo è sufficiente (e necessario) rispolverare un furto vintage come quello di un purissimo diamante per dare il via all’azione. A ben vedere, anche la scelta di rappresentare il “vero oggetto” in conflitto con i limiti della realtà risponde all’idea di sfida tra finito e infinito, tra l’oggetto e i suoi limiti. Optare per un cinema ancora legato al conflitto tra messinscena e limiti del reale apre scenari non solo metalinguistici, ma prettamente esistenziali.

Minimale ed enfatico si danno la mano, uno specchio e ragione dell’altro. Ogni oggetto è evocato per se stesso, e al contempo evoca pagine illimitate di cinema pregresso. E tramite un cinema così asciutto Cheang dà estremo rilievo al fatto-cinema di per sé, ne riscopre tutta la consistenza più materica e simbolica. Fare cinema è in primo luogo catturare immagini dal reale, derubare oggetti dalla realtà, tributarli della loro materia e al contempo smaterializzarli in un nuovo linguaggio fluido e inafferrabile. Liquefazione di oggetti. Nella sequela di decine d’inquadrature, per lo più in dettaglio e macrodettaglio, un intero mondo inanimato entra in collisione con l’universo animato delle passioni faticosamente controllate da esseri umani che si sfidano e sfidano se stessi. Per dare forma a un destino. Per dare senso a un’esistenza. L’oggetto (non) è (mai) solo se stesso.

Extra
Making of
Info
La scheda di Motorway sul sito di CG Entertainment.
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