Dark in the White Light

Dark in the White Light

di

Opera quarta di Vimukthi Jayasundara, Dark in the White Light è un viaggio all’interno della morte e della perdizione, un oggetto multiforme e quasi impenetrabile, che cede però a soluzioni ora già viste e collaudate, ora esagerate e smaccatamente provocatorie.

L’urlo bestiale dell’uomo

Un giovane monaco buddista in cerca di verità spirituali. Uno studente aspirante medico che testa i suoi limiti. Un trafficante d’organi che porta avanti i propri affari nell’afosa indifferenza di Colombo. Un chirurgo, scortato dal proprio domestico in veste di autista, che cura di giorno e stupra donne di notte. Nella forma di un racconto filosofico, il film intreccia diverse storie di corpi perduti, ai confini del dolore, tra la vita e la morte. [sinossi]

Il rasoio a mano taglia via i riccioli neri, lasciando la testa completamente glabra. È la fase ultima, nella quale l’uomo, avvolto dalla tunica arancione, diventa monaco. Ha sempre subito il fascino della morte, ha sempre voluto penetrarne i misteri, si è persino impiccato “non per morire, ma per provare la sensazione di chi sta per farlo”. Ora, la sua ricerca di spiritualità si canalizza nella meditazione e nel rapporto quasi simbiotico con la natura. Vimukthi Jayasundara, regista cingalese già Caméra d’Or a Cannes 2005 con il film d’esordio The Forsaken Land, presenta in concorso a Locarno la sua opera quarta Sulanga Gini Aran, titolo internazionale Dark in the White Light.

Si dipana un puzzle di personaggi e situazioni, giocato fra il monaco, un giovane studente di medicina, un trafficante d’organi, un medico stupratore seriale e il suo assistente. In un climax di disumanizzazione, urla bestiali e presagi di morte, nelle quali i corpi perdono via via la propria vitalità e fisicità, quando non la dignità e la vita, si inserisce una narrazione volutamente frammentata, fatta come di flash all’interno degli episodi. I paesaggi e la società si fondono in un humus di indifferenza, noncuranti delle spirali autodistruttive innescate dai personaggi. La parte dedicata al medico, in particolare, impreziosisce il lungometraggio di diversi ottimi spunti, su tutti la sequenza della prostituta prima scaraventata fuori dalla macchina e poi fatta risalire in lacrime, oppure il controcampo sullo sguardo vacuo e inespressivo dell’assistente alcoolizzato mentre il dottore, sul portabagagli della tre volumi, stupra una donna in una strada deserta. Ma è senza dubbio la scena del suo suicidio il momento maggiormente lirico, con la buca, la tanica di benzina e l’assistente che fugge terrorizzato, mentre solo qualche fiamma, dal basso, fa capolino nell’inquadratura.

D’altra parte, sempre relativo al personaggio del dottore, ci tocca rimarcare uno dei più pesanti limiti del film, riassumibile nel cattivo gusto con il quale viene proposta una lunga scena di necrofilia con la paziente appena uccisa. Nella spirale distruttiva, l’omicidio è il più prevedibile dei cliché, mentre la dettagliata scena di sesso con il cadavere risulta, in questo caso, un’esagerazione che nulla aggiunge ai precedenti stupri, e proprio si riesce a coglierne l’utilità, al di là della mera provocazione gratuita. In un lavoro senza dubbio interessante come quello di Jayasundara, balza all’occhio come il regista non si sia saputo evolvere, innalzando il suo livello, dai tempi dell’esordio. Pur cullati dal potere ipnotico delle immagini, ci si ritrova spesso ad invocare un’originalità che, minuto per minuto, va a scemare: le soluzioni adottate, per quanto d’effetto, sono in buona parte già viste e collaudate, topoi simbolistici del cinema asiatico sempre efficaci, ma in definitiva ormai svuotati dalla ripetitività. Fra i ritriti cliché sulla morte e sul suicidio, echi del Kim Ki-duk di Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera e di un approccio à la Apichatpong Weerasethakul. Ma manca in sostanza al film di Jayasundara una vera e propria trovata, un’idea per la quale strabuzzare gli occhi e potersi innamorare davvero di un lungometraggio che procede sui giusti binari emotivi, senza però riuscire mai definitivamente a decollare.

Principale pregio del film è indubbiamente la tensione emotiva che riesce a creare. Dark in the White Light non si limita a parlare della morte, o a metterla in scena: l’intero lungometraggio vive come un corpo morto, uno spettro che vaga in un mondo quasi disabitato che si limita a girare la testa dall’altra parte. È un film enigmatico e spigoloso, dilatato e riflessivo, che non cerca risposte a tutti i costi, ma incolla gli occhi allo schermo, suggerendo al subconscio un’infinita serie di domande. Un film d’atmosfera, in grado di esercitare una fascinazione netta e profonda, mentre la regia asettica, cavalletto e long take con i movimenti ridotti all’osso, contribuisce ad alimentarne l’effetto ipnotico e straniante. Lo spettatore viene catapultato in una sorta di limbo fantasmatico nel quale si pensa costantemente, alla vita, alla morte, al dolore. E in questo Dark in the White Light funziona egregiamente.

Se il personaggio del medico incarna la distruzione, c’è dall’altra parte il monaco che, al contrario, è giunto al termine di un percorso catartico, ed ora guarda sereno il mare dall’alto della sua rupe. Il taglio dei capelli della sequenza iniziale (sorta di incipit di Full Metal Jacket dilatato e ancestrale), come del resto la voce fuori campo e i suoi presagi di morte, non sembravano certo il preludio ad un miglioramento, ma nel finale il monaco torna, pacifico, per ridare un minimo di speranza e quiete. Davanti alla morte del proprio mentore, reagisce con una ritrovata maturità, un dolore dignitoso e ancestrale, ha ormai raggiunto la pace. Il monaco torna alla fine del film, forse, come auspicio che questa pace spirituale possa trovarla anche lo Sri Lanka, allontanando le idee di morte che lo pervadono e smettendo magari di girare quella testa dall’altra parte davanti ai suoi figli marcescenti. Ma per ora sotto la montagna, a valle, gli abitanti ogni tanto sentono ancora qualche urlo straniante e straziante, perché i fantasmi, quando così radicati, sono ardui da scacciare.

Info
La scheda di Dark In the White Light sul sito del Festival del Film Locarno.
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-01.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-02.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-03.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-04.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-05.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-06.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-07.jpg
  • Dark-In-the-White-Light-2015-Vimukthi-Yayasundara-08.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    locarno-2015Locarno 2015

    Dal 5 al 15 agosto, la 68esima edizione del Locarno Film Festival, per la terza volta sotto la guida di Carlo Chatrian. Ancora una kermesse di grandissimo livello che porterà sul Lago Maggiore nomi del calibro di Andrzej Zulawski, Chantal Akerman, Marlen Khutsiev, Michael Cimino, Otar Iosseliani...
  • AltreVisioni

    Between Two Worlds

    di Il lungometraggio di Vimukthi Jayasundara, irrompe nel concorso della Mostra del Cinema di Venezia come un lampo nel buio, surreale e immaginifico, metaforico e inafferrabile.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento