Mission: Impossible – Rogue Nation

Mission: Impossible – Rogue Nation

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Tra voltafaccia, cambi di abito, maschere e scarpe usate come feticcio, Mission: Impossible – Rogue Nation di Christopher McQuarrie non delude e segna un nuovo pirotecnico ed esaltante episodio delle avventure dell’agente Ethan Hunt.

Giù la maschera

L’agenzia di spionaggio sotto copertura nota come IMF (Impossible Mission Force) è sotto tiro e rischia di essere sciolta, proprio mentre un pericoloso nemico trama nell’ombra. Questa minaccia è il Sindacato, impenetrabile gruppo di spie rinnegate che hanno creato un nuovo programma tutto loro, con l’intento di destabilizzare l’ordine mondiale. Il Sindacato è stato a lungo considerato una leggenda tra le spie. Ma Ethan Hunt ha appena scoperto che questo “stato canaglia” non solo esiste, ma è una bomba ad orologeria in procinto di esplodere. La CIA non gli dà ascolto. La sua squadra è minacciata. Per Ethan è venuto il momento di agire.[sinossi]

Tra fedeltà al prototipo, citazionismo e demistificazione ironica, non sono poi molte le possibili strade da intraprendere per garantire la sopravvivenza di una grande saga cinematografica, ma sufficientemente numerose ne sono le possibili combinazioni. Giunto al suo quinto capitolo, il franchise di Mission: Impossible con Rogue Nation rimescola abilmente le carte e si orienta verso un pirotecnico e ammiccante feticismo. E non poteva essere altrimenti, per una serie che fin dal telefilm originale fa del mascheramento e dei suoi innumerevoli disvelamenti il nucleo pulsante. Largo dunque a voltafaccia, cambi di identità, di abiti, di scarpe e di appartenenza, al ritmo vorticoso di sequenze action in grado d’impennare l’adrenalina ben oltre il limite di tolleranza. Il tutto nel nome di nobili valori del calibro di amicizia, lealtà, giustizia e del più sfrenato giubilo spettatoriale. Con una saga come quella di Mission: Impossible non si può che stare sempre su quel confine tra interno ed esterno, tra le regole ben oliate dell’action spy-movie e la loro esplicita presa in giro, insomma: tra realtà e finzione. Basta pensare all’oramai abituale lancio preparatorio del prodotto-film, tutto incentrato su quali incredibili stunts il nostro Tom Cruise sia “realmente” riuscito a realizzare in prima persona. La realtà sovrasta la fantasia e quest’ultima fa un utilizzo della prima sapiente e diabolico. Ma – ed è ciò che conta di più forse – di entrambe ci si prende gioco amabilmente.

L’ironia è infatti senz’altro uno degli ingredienti magici dell’elisir di lunga vita, che questa saga ha ingerito sin dai tempo del suo augusto debutto, nel lontano 1996 e ad opera di Brian De Palma (forse il capitolo più serioso e “classico” della serie), ma non bisogna dimenticare che, piaccia o no, qui ha un ragguardevole peso anche il suo indomabile protagonista, sempre pronto a mettersi in gioco e in discussione, fino al punto da consentire l’apertura – cosa che accade in maniera ancora più esplicita in questa nuova puntata delle sue avventure – verso una narrazione più corale. La squadra o il fare squadra con qualcuno assume dunque un’importanza sempre più centrale nel franchise di Mission: Impossible e non è forse un caso che questo dettaglio sia in comune con un altra saga di lungo corso e montante successo: quella di Fast&Furious.

Dopo De Palma, John Woo, J.J. Abrams e Brad Bird, questa volta tocca a Christopher McQuarrie dirigere le operazioni. Premio Oscar per la sceneggiatura di I soliti sospetti nonché regista del modesto Jack Reacher, McQuarrie se la cava egregiamente e riesce a fare di Mission: Impossible – Rogue Nation una pellicola al tempo stesso classica e anti-classica, proterva e autocritica, di certo assai brillante nei dialoghi e nelle trovate registiche, tese a supportare, con un mix di inventiva e rigore, una sequela inarrestabile di sequenze d’azione che non barano mai con lo spettatore, ma scommettono tutto sul suo geometrico ed impeccabile equilibrio.

Nulla è lasciato al caso anche dal punto di vista narrativo, con uno script serrato, ma ricco anche di digressioni ora comiche ora drammatiche, nonché di personaggi a tutto tondo. A partire dall’intrigante Ilsa Faust (Rebecca Ferguson) un personaggio femminile forte e tragico, per una volta non un mero accessorio per compiacere i sensi di protagonista e spettatore. L’erotismo serpeggia, ma sono i feticci – in particolare le scarpe – ad assumersi il compito di preservare una sostanziale castità del tutto: uno dei pochi sintomi riconoscibili della co-produzione cinese, insieme forse alla scelta di ambientare una lunga scena d’azione nel corso della rappresentazione della Turandot di Puccini.
Come in ogni racconto popolare che si rispetti, Mission: Impossible – Rogue Nation si avvale di una perpetua dialettica tra l’utilizzo colto del pop e l’utilizzo pop del colto, pensiamo alla scena all’Opera di Vienna (ma d’altronde l’Opera è o quantomeno è stata pop) dove l’aria della Turandot in cui il protagonista medita sul nome della principessa (sì, quella del celeberrimo “Vincerò”) è utilizzata per riecheggiare uno dei misteri ancora da svelare: ovvero quale sia l’identità della misteriosa e iper-addestrata agente che ha già salvato la vita al nostro eroe e che lui è destinato inevitabilmente a incontrare di nuovo.
Identità che, come è giusto che sia in questo intreccio di spie dagli innumerevoli voltafaccia, è naturalmente uno dei temi principali del film. Per cui ecco che se uno dei topoi della saga, ovvero la maschera facciale, viene derisa come strumento vetusto e non necessario; a decretare l’identità di una persona è questa volta la sua andatura, qualcosa di irriproducibile e non imitabile.

Ma la riproducibilità e il mascheramento, con l’inganno che si portano dietro, sono dopotutto una irrinunciabile fonte di piacere spettatoriale e allora si fa strada la certezza che del prototipo forse non abbiamo più alcuna nostalgia, esso è assente, e Mission: Impossible – Rogue Nation, un po’come tutti i feticci, non ce ne fa sentire la mancanza.

Info
Il sito ufficiale di Mission: Impossible – Rogue Nation.
La pagina Facebook del film.
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