Kaili Blues

Kaili Blues

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Capita di scoprire, tra le pieghe di sezioni secondarie di grandi festival, dei veri e propri gioielli. È il caso di Kaili Blues, presentato a Locarno nella sezione Cineasti del presente, in cui si è aggiudicato il Premio per il miglior regista emergente, bissato anche da una menzione speciale della giuria trasversale First Feature. Diventato subito un caso al festival, per la sua freschezza e per il suo viaggio in una Cina fantastica.

Falso movimento

Kaili, provincia di Guizhou, Cina. Un medico, Chen Sheng, parte per un lungo viaggio alla ricerca del bambino abbandonato da suo fratello. L’altro medico della piccola clinica, un’anziana e solitaria signora, gli chiede di portare una fotografia, una camicia e una cassetta al suo innamorato di un tempo, che si è ammalato. Durante il tragitto, Chen passa per la strana cittadina di Dangmai, dove il tempo non è lineare e le vite delle persone si completano a vicenda. Qui si ferma, sperimentando il passato, il presente e il futuro. [sinossi]

Sorprendente esordio al lungometraggio di fiction per il giovane regista, nonché poeta, Bi Gan, autore finora di un corto, Diamond Sutra. E un brano del Sutra del Diamante viene recitato proprio all’inizio di Kaili Blues, film costellato anche da letture di poesie in voce off. Il confine tra cinema e poesia in quest’opera è in effetti assai labile, l’uno confluisce nell’altra e viceversa.
L’inizio del film descrive un ambiente degradato, quello di Kaili, la città del regista. L’ambulatorio, l’andare e venire della luce, la televisione scassata, la giostra scalcinata, i vicoletti, le ruspe, le fatiscenti sale da biliardo, il cortile pieno di rottami, cavi, ferraglie, l’officina, ma anche già un mondo con degli elementi fuori luogo – il tempo fuori luogo –, anacronistici, come la palla stroboscopica tenuta nell’appartamento, le tartarughe e le rane in una vaschetta con la tv come sfondo. Tutto ripreso secondo il grande senso di composizione dell’immagine di cui il giovane filmmaker cinese mostra di essere dotato. Aleggia il fantasma della Rivoluzione culturale, che ha tenuto fermo il paese che successivamente ha subito un’accelerazione nella modernità ma a velocità diverse nelle sue varie parti. Ed emerge un altro spettro drammatico, quello della legge sul figlio unico, nella storia del bambino abbandonato dal fratello, legge che ha generato una vera piaga sociale, come raccontato anche nell’ultimo film di Peter Chan, Dearest.

Un’officina si trova a un piano di un edificio in costruzione, o forse dello scheletro di un palazzone mai portato a termine. Le pareti inesistenti sono grandi finestre sul vuoto, ma anche schermi cinematografici di un cinema che proietta immagini al suo interno, come quella del treno, preannuncio di un viaggio, che appare come immagine su un muro prima di palesarsi nella sua realtà e fisicità (ma sempre di immagine proiettata si tratta). Come per I ragazzi di Feng Kuei di Hou Hsiao-hsien che osservavano il vuoto da un simile palazzo incompleto, dimenticato.
Bi Gan si insinua tra il tempo e lo spazio, contaminando tra loro questi due concetti e mettendoli in discussione. Il tempo è quello degli orologi disegnati sui muri dal bambino, o aggiustati dal riparatore o proiettati sul finestrino del treno. Il tempo è quello dei lunghi piani sequenza che seguono personaggi in cammino o su mezzi di trasporto, movimenti in tempo reale dove quindi lo spazio è fatto coincidere con il tempo. E i tempi, nelle loro convenzioni, non sono rispettati per primo dal regista che mette il titolo del film a mezz’ora dall’inizio. Lo spazio è quello del viaggio, dell’itinerario percorso, dai treni, quasi vuoti, e dalle motociclette, lo spazio del road movie. Sui binari come sui tornanti di montagna che si lasciano sullo sfondo i grattacieli della città. Un viaggio che a un certo punto si sospende in un non-tempo, con la tappa forzata nella località di Dangmai. Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, popolato dall’antica etnia miao, che conserva le sue tradizioni, la sua cultura, i suoi strumenti musicali. I miao, o hmong, sono preesistenti alla dinastia Qin e rappresentano il primo popolo a essersi stabilizzato nel territorio dell’attuale Cina. Appartiene a questa genealogia, che ha anche dato origine a una diaspora, la comunità orientale del film Gran Torino. Nella parte di Kaili Blues ambientata in questa cittadina, il film si sospende in una stasi narrativa. E con un lungo piano sequenza, della durata di quarantuno minuti, comincia un’esplorazione dello spazio. Una mdp galleggiante, fluttuante come l’immagine delle scarpe nell’acqua. Uno sguardo demiurgico che scende nei vicoli, entra nelle viuzze, segue e anticipa i personaggi (come già faceva e farà con motociclette e treni) e, attraverso loro, perlustra il territorio. Passa da una parte all’altra di una cittadina tagliata in due da un fiume, attraverso un ponte e una tradizionale barca dei miao. Mentre accompagna una ragazza in barca, questa recita le coordinate geografiche di Kaili. Una declamazione senza senso, un tentativo di fissare uno spazio mentre si è all’interno di un limbo, di una deriva. E durante la fase successiva del concerto, la mdp inquadra, non i musicisti come convenzione vorrebbe, ma una ragazza del pubblico che batte le mani senza molta convinzione. Solo in un secondo momento lo sguardo si volgerà, sempre senza stacchi, verso i cantanti. Un girare attorno alle cose, un approccio che il regista dichiara di aver assimilato quando, da studente, faceva riprese di matrimoni, inseguendo gli sposi, vagando da un tavolo all’altro. Un modo di filmare che potrebbe essere considerato semplice e non professionale. Ma che Bi Gan assume come sua cifra stilistica. Kaili Blues è un ghirigoro che si insinua tra coordinate geografiche e temporali, tra cinema e poesia. Il regista si fa interprete di un cinema fenomenologico che si aggira tra le cose, che è in movimento continuo.

“Come le stelle, come fugaci impressioni visive o la fiamma di una lampada, come un’illusione magica, una goccia di rugiada o una bolla, come un sogno, un lampo o una nuvola, così andrebbero visti tutti i fenomeni condizionati.” (Dal Sutra del Diamante)

Info
Kaili Blues sul sito del Festival di Locarno.

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