Intervista a Otar Iosseliani

Intervista a Otar Iosseliani

Atterrato a Locarno il merlo canterino. Otar Iosseliani, il regista georgiano ormai da tanti anni naturalizzato francese, il “chantrapas”, secondo un termine mutuato da una sua precedente opera, ma anche l’escluso, ovvero l’artista che ha subito l’ostracismo in patria ed è stato costretto a migrare per altri lidi. Termine che è la traslitterazione russa dal francese “chantera pas” (non canterà), un riferimento alle selezioni fatte dai maestri italiani di canto ai bambini dell’aristocrazia russa di fine ottocento, ambiente in cui si parlava in francese. Ma il merlo canterino ha continuato a cantare e ora al festival ticinese arriva con un nuovo canto, Chant d’hiver, presentato in concorso. Ancora un titolo che riprende le stagioni o i mesi dell’anno, che sono le stagioni della vita. Ancora una volta con il suo tocco, leggero e surreale, il regista regala sequenze memorabili. Abbiamo incontrato Otar Iosseliani a Locarno, dove ci ha ricevuti nella sua stanza d’albergo, sul balcone, per poter fumare.

Anche in questo tuo ultimo film, utilizzi Pierre Etaix come attore, anche se in un piccolo ruolo. Etaix è stato un clown e un regista di commedie slapstick, finché non è stato costretto a smettere. In questo modo sta ritrovando una sua strada nel cinema. Possiamo parlare di un omaggio, ma anche di una sottile parentela tra la leggerezza, il surrealismo del tuo cinema e il suo cinema-clownerie?

Otar Iosseliani: È un genio. Ed è fiero della mia amicizia. Doveva avere un ruolo più attivo ma non poteva recitare per problemi di salute, per questo motivo è sempre seduto, se hai notato. Ma come sta seduto, però! È una persona estremamente raffinata. Gli piaceva da morire il ruolo del barbone. Soprattutto di un clochard ex-aristocratico. Perché lui adora i clochard. Ma non sto parlando dei senza tetto, mi riferisco ai clochard di una volta, non quelli moderni, non i sans-papiers. Quando è arrivato a Parigi la prima volta, lui è stato ospitato da dei veri clochard. I veri clochard sono letterati, filosofi, persone che escono da una cultura. Non lo fanno perché non hanno soldi o non hanno casa. Hanno deciso di vivere in strada perché detestavano vivere in mezzo ai borghesi. E questo è dunque un ruolo che Etaix ha incarnato con grande piacere. Etaix è perfettamente in armonia con il suo stato d’animo perché è un vero clochard. Quando ho frequentato anch’io i clochard, ce n’era uno i cui genitori lo andavano a cercare in Rolls-Royce, e questa era una cosa che mi faceva cagare. Ma lui era obbligato una volta all’anno ad andare a mangiare dai genitori. L’ho conosciuto nella Rue Mouffetard a Parigi. E lì c’è stato qualcuno che ha sputato sul parabrezza della macchina e un altro clochard che si è messo a pulirla. Li ho trovati adorabili. E mi hanno detto subito: “Si vede che sei un bevitore”. E poi è nata un’amicizia. Adesso non ci sono più perché i veri clochard muoiono molto presto.

Siamo in un periodo in cui il mondo è scioccato dalle decapitazioni dei fondamentalisti islamici. Tu inizi Chant d’hiver con la scena della ghigliottina, pur con il tuo tocco ironico, con l’uomo con la pipa. Evochi il Terrore di Robespierre. Un modo per evidenziare che la violenza ha già caratterizzato eventi storici pur importanti?

Otar Iosseliani: L’ho fatta perché i francesi si ricordino che hanno ghigliottinato la crème del loro paese. E quello che rimane è ben misero, guardate a Chirac e Sarkozy, guardate a cosa siete arrivati. Loro sono i resti miseri di quello che c’era. Quando c’è stato il bicentenario della Rivoluzione francese, Mitterand mi ha invitato alla festa e io gli ho chiesto: “Perché non avete istituito un giorno di lutto?”. Mi ha detto che il popolo non vuole il lutto, vuole la festa. Ma cosa andate a festeggiare? L’arrivo di questi personaggi miserandi che ci sono adesso? Mi ha detto “Questa è l’epoca”. È vero che la corte di Versailles era un incubo, faceva schifo. Però da qualche parte c’era d’Artagnan. Bisognava eliminare tutti i membri dei Templari che facevano schifo anche loro. Tutti quelli che hanno un po’ di potere sono schifosi. È così che va la storia. Si è pianto quando è stata assassinata la famiglia di Nicola II di Russia, ma era colpa sua. Nicola non era in grado di difendere il suo paese. Essere uno zar ed essere irresponsabile è una situazione di grande incompatibilità. Per questo noi siamo quello che siamo e la situazione è più tranquilla ora. Non si capiscono tante cose, ma non abbiamo un briciolo del potere che esisteva all’epoca. E tutti i miei amici, italiani, francesi, russi, georgiani, li rispetto perché sono anche il risultato della storia che c’è stata. Tutti derivano dai clochard. Anche il Festival di Locarno, anche Carlo Chatrian è un successore dei clochard. Perché appunto nella selezione si nota uno sguardo, un livello che rifiuta tutto quello che è chic e brillante, che è ricco, che è americano. È un festival “tra noi”.

C’è poi questo momento straordinario nel tuo film, del clochard che viene schiacciato da un rullo compressore e ne esce appiattito. Sembra una scena da cartoon di Tex Avery o Chuck Jones…

Otar Iosseliani: I buoni bisogna schiacciarli. È un po’ questo rullo compressore che ci schiaccia tutti. In questo caso viene schiacciato per farlo rivivere. Sapendo quindi che è lo stesso personaggio che vive diversamente. È generoso, nobile, amico del suo amico. Per tutto ciò bisogna schiacciarlo.

Nel vicolo scrostato che torna spesso in Chant d’hiver, c’è una porticina che porta a mondi fantastici. Tra questi, c’è un giardino bellissimo, da favola. Ma quando si torna in quel giardino, ci si accorge che questo ora versa in uno stato di degrado. Cos’è successo?

Otar Iosseliani: È tutto quello che ci vediamo intorno. C’è questa forma romantica di dire che prima era meglio. Ma non è vero. Tutto va in rovina, tutto scompare e forse è meglio così.

In un film come il tuo che esprime un forte senso di divario sociale, c’è questo personaggio che organizza un traffico di scambi tra libri antichi e armi. Cosa rappresenta?

Otar Iosseliani: Il libro è un’arma: l’arma vera e propria è come un libro. Quindi è uno scambio alla pari. Quindi un ladro di libri non sa neppure che cos’è un libro. C’è una storiellina russa: due poliziotti dicono che è il compleanno di un altro poliziotto. “Che gli si regala? Un libro?” “Ma un libro ce l’ha già.”

In un’altra scena vediamo due personaggi litigare al cellulare, fino al punto di gettarlo via per la rabbia. Poi scopriamo che queste due persone si trovavano vicine, da una parte all’altra della stessa fermata di un metrò o di un treno. Con questa ironia esprimi un rifiuto della modernità?

Otar Iosseliani: Il cellulare non serve a niente. Si vive nella telefonia oggi, ma non serve a niente. Perché le persone si urlano al telefono ma poi, per scaricare le emozioni, buttano il telefono.

Il tuo cinema funziona secondo una dimensione poco verbale. Seguendo il tuo film con i sottotitoli mi sono reso conto che i dialoghi più lunghi sono in realtà nelle canzoni. In questo senso, come lavori?

Otar Iosseliani: Se uno può chiudere gli occhi e capire tutto dai dialoghi, allora tanto vale non avere l’immagine. Quando i personaggi parlano, parlano per dire qualcosa evitando il blabla. Per esempio c’è la scena in cui un personaggio dice che vuole imparare come sedurre una ragazza, e così glielo insegnano. E lì c’è una piccola vendetta nei confronti della musica di Wagner e dell’Inno alla gioia di Beethoven. Che oggi fan venire le lacrime agli occhi a tutti. Io invece li detesto.

Alla fine del film Un petit monastère en Toscane, una didascalia diceva che dopo vent’anni saresti tornato a girare la seconda parte, con gli stessi personaggi, “se tutto va bene”. Sono ormai passati i vent’anni, cos’è successo?

Otar Iosseliani: Sono diventati alteri questi monaci. Non sopporto questa alterigia. Potevo continuare il film riprendendo questa loro alterigia. Però fare una critica al clero non fa parte del mio campo. Per questo non ho continuato.

Info
Chant d’hiver di Otar Iosseliani a Locarno 2015.
La scheda di Otar Iosseliani sul sito del Festival di Locarno.
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