Un mostro dalle mille teste

Un mostro dalle mille teste

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Il messicano di origine uruguayana Rodrigo Plá torna al Lido con Un mostro dalle mille teste, thriller che vorrebbe svelare le ipocrisie classiste del Messico ma fallisce il bersaglio con una narrazione abbozzata e semplicistica. Film di apertura della sezione Orizzonti 2015 e in sala dal 3 novembre.

La donna con la pistola

Nel tentativo disperato di salvare la vita del marito assicurandogli la cura di cui ha bisogno per sopravvivere, Sonia avvia una battaglia contro la sua assicurazione, una società corrotta e noncurante, e i suoi complici rappresentanti. Lei e il figlio finiranno in una vertiginosa spirale di violenza.
Un animale ferito non piange, morde.
[sinossi]

Otto anni fa, nella tarda estate del 2007, alle Giornate degli Autori venne presentato al pubblico La Zona, esordio alla regia dell’allora trentanovenne Rodrigo Plá, uruguayano di nascita ma messicano di adozione; un viaggio nelle ipocrisie del Messico, teso thriller che metteva alla berlina il classismo di un sistema corrotto, in cui chi detiene il potere è intoccabile, e sovrano ben più dello Stato “democratico”. Un’opera prima convincente, poderosa, che metteva in mostra un regista dalle idee chiare e dalla messa in scena mai banale, complessa, stratificata. In molti preconizzarono la nascita di un autore destinato a svolgere un ruolo di primaria importanza negli anni successivi.
Speranze mal riposte, a conti fatti, perché ciò che ha fatto seguito a La Zona si è mosso in direzioni tutt’altro che convincenti. Plá prosegue nella sua mostra delle atrocità, puntando il dito contro l’ipocrisia borghese di una nazione corrotta nell’animo, ma lo fa adottando un semplicismo retorico che finisce per annullare qualsiasi velleità intellettuale.

L’ennesima dimostrazione è arrivata da Un mostro dalle mille teste (traduzione letterale dell’originale Un monstruo de mil cabezas), scelto da Barbera e dal suo staff per aprire ufficialmente il concorso di Orizzonti, la sezione competitiva parallela alla principale dove dovrebbero trovare ospitalità i film più coraggiosi, in caso di osare e di muoversi al di fuori dei soliti tracciati. Il condizionale è d’obbligo, perché nel corso delle edizioni della Mostra del cosiddetto Barbera-bis l’impressione è che Orizzonti calamitasse solo quei titoli che non possedevano i galloni per competere nella corsa al Leone d’Oro. Un mostro dalle mille teste non si distanzia molto da questa idea: il film di Plá è troppo esile, rabberciato e privo di complessità per poter ambire al concorso principale, e così gli viene assegnato un posto d’ufficio in Orizzonti. Ma con quale diritto?
L’ambizione non manca di certo al regista uruguayano-messicano, né la verve: prendendo spunto da un romanzo (e da una sceneggiatura) della sua compagna di vita e fedele sodale Laura Santullo, Plá racconta la tetra vicenda di una donna che, portata allo stremo della resistenza psicologica dalla malattia mortale del marito, perde la trebisonda e prende in ostaggio quelli che lei ritiene essere i corresponsabili delle condizioni del consorte. Vengono così minacciati con una pistola i medici, gli assicuratori, gli avvocati che (parte integrante dell’ingranaggio del sistema messicano) non si assumono fino in fondo le proprie responsabilità nei confronti dei pazienti e dei clienti. Trascinandosi dietro il figlio adolescente, Sonia Bonet – questo il nome della protagonista, a cui dà corpo e voce una fin troppo spiritata Jana Raluy, attrice televisiva piuttosto nota in patria – vive un giorno di ordinaria follia, attraversando una città in cui la moltitudine sembra preoccuparsi molto più della finale del campionato di calcio tra il Pumas di Città del Messico e il Chivas di Guadalajara che delle reali condizioni in cui versa la vita quotidiana.

Uno spaccato sociale che lascia però ben presto spazio a un thriller ansiogeno quanto confuso, zeppo di buchi logici e privo di una reale visione politica. Lo sguardo di Plá, così attento e certosino ai tempi dell’esordio, si è annacquato in una palude qualunquista in cui il gioco è diventato quello del tiro al piccione. Si spara nel mucchio, in modo da poter colpire qualcuno, prima o poi. Una scelta a dir poco discutibile, come quella (in tutto e per tutto legata alla struttura del film) di intervallare una narrazione “oggettiva” con i punti di vista dei vari protagonisti, che intervengono con voce fuori campo come testimoni del processo contro la Bonet: un escamotage rabberciato, utilizzato per di più in modo del tutto discontinuo. Preso dalla fregola del racconto e dell’invettiva, Plá dimentica in un cantuccio la narrazione; non potendo contare su un apparato visivo particolarmente forte, quasi che la regia fosse una scaturigine dell’umore del cineasta, Un mostro dalle mille teste arranca quasi da subito dietro i suoi personaggi, che smarriscono con troppa facilità identità e spessore.
Nei primi giorni della settantaduesima Mostra di Venezia, una nuova delusione. Forse la più cocente.

Info
La scheda di Un monstruo de mil cabezas sul sito della Biennale.

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