Arianna

Arianna

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Esordio al lungometraggio di Carlo Lavagna, Arianna trova nella forza del soggetto una delle sue maggiori risorse. Tra realismo lirico, thriller dell’anima e intimismo, una consueta opera prima italiana. Coraggiosa negli intenti, spesso timida nell’espressione. Alle Giornate degli Autori.

Il mio corpo che (non) cambia

All’inizio dell’estate, i genitori della diciannovenne Arianna decidono di riprendere possesso del casale sul lago di Bolsena dove la giovane è cresciuta fino all’età di tre anni senza, da allora, avervi fatto più ritorno. Durante la permanenza nella casa, antiche memorie cominciano a riaffiorare… [sinossi]

Considerate le ataviche difficoltà del cinema italiano, l’esordio è buono. Carlo Lavagna presenta alle Giornate degli Autori il suo primo lungometraggio, Arianna, affidandosi alla forza di un buon soggetto, che va a indagare territori realmente impervi, quantomeno per la produzione largamente omologata del nostro paese. Gli strumenti sono i consueti del nostro cinema medio, quell’intimismo sussurrato che è diventato, nel bene e nel male, uno dei contesti espressivi più ripercorsi in Italia a partire dagli anni Novanta. Stavolta però ci si aggira intorno a tematiche più o meno rimosse (identità di genere, esistenza al di sopra delle forme), e colpisce più di tutto la capacità di superare a tratti il dato meramente reale verso riflessioni sull’ineffabilità dell’essere umano.
In chiavi decisamente attenuate, Arianna somiglia a un thriller dell’anima in cui la posta in gioco è la conoscenza di se stessi, lo studio davanti allo specchio di un corpo con il quale non si è mai stati veramente in contatto per l’intervento di altri, preoccupati di dare veste definitiva a ciò che non potrà mai averla. La vita.

Arianna ha diciannove anni ma non ha mai avuto il ciclo, e le sue forme femminili stentano a sbocciare. Durante il soggiorno in una casa sul lago di Bolsena, dove la ragazza ha trascorso i suoi primi tre anni di vita, si intensificano i segnali dal passato e le sue relative curiosità. Quando i genitori decidono di rientrare a casa, Arianna sceglie di restare lì, e nemmeno lei sa che cosa sta cercando. Ha una cugina più piccola, Celeste, che nonostante la sua età mostra forme già più definite. Arianna avrà anche la sua prima esperienza sessuale, che la lascerà ancora più confusa. Finché la verità non viene a galla, riconnettendola per quanto possibile con la propria natura più intima.
Come dicevamo, il soggetto è decisamente buono, così come la scelta di collocare il racconto in un contesto geografico-naturale che riecheggia il crepuscolo di un giovane essere umano in via di interrogarsi alle soglie della vita adulta.
Carlo Lavagna sposa la macrostruttura di un giallo senza dare mai vera evidenza “di genere” al racconto; l’andamento è quello di un apprezzabile pedinamento psico-comportamentale, in cui gesti e azioni quotidiane si susseguono senza pesanti riscritture drammatiche. Le parole, i gesti, le reticenze della madre, tutto è ricollocato in un contesto di inquieta fine-adolescenza, che tuttavia sembra non voler mai finire, visto l’apparente netto rifiuto del corpo di Arianna ad adeguarsi al ciclo biologico della vita.
Lavagna aderisce insomma alla consueta retorica espressiva italiana tra “realismo lirico” e intimismo; la mdp segue il personaggio affidandosi alla presa diretta e alla supposta verità delle mezze frasi pronunciate sottovoce, dell’happening falsamente semi-improvvisato (vedasi le sequenze in ospedale, in cui si fanno recitare anche veri dottori). Un apparato espressivo all’insegna dell’ambiguità che si riconferma pure nello sguardo “crudele” riservato al corpo di Arianna, dal profluvio di sangue sulle mutandine alle ferite, tanto reale quanto scopertamente metaforico. Più volte il film appare infatti il racconto di una gigantesca crisi di rigetto (oltretutto perfettamente credibile, visto il colpo di scena finale), in cui un corpo non risponde alle attese e sembra sformarsi in un tormentato compromesso con le griglie interpretative dell’uomo.

In tal senso, Arianna ha buoni momenti e felici intuizioni. Piazza i pugni nello stomaco al punto giusto e non insiste troppo sul detto-non detto dei personaggi di contorno (i genitori, lo zio Arduino…), accennando timidamente a un giallo che di fatto non lo è mai. Restano comunque ampie zone di acerbità espressiva, equamente imputabili alla diffusa gracilità delle opere prime italiane, alle difficoltà produttive e alla giovane età della protagonista Ondina Quadri, che alla lunga si adagia su una certa monotonia espressiva in una chiave di costante rabbia trattenuta. La confezione è insomma quella ampiamente diffusa del volenteroso esordio italiano, in cui la timidezza espressiva sembra spesso dettata dalla paura di puntare troppo in alto quantomeno sul piano linguistico, ché tanto poi i soldi non ci sono ed è inutile quindi perdere tempo a sognare. Lo dimostra la costante alternanza di Arianna tra momenti forti e pallidissime messinscene (tutte le sequenze dedicate alle sedute d’autocoscienza femminile), forza del soggetto e schematismi di servizio. Facendo lo slalom tra tutto questo, Carlo Lavagna riesce comunque a imbastire riflessioni non banali, in cui un apparente rifiuto di vivere si tramuta in una viscerale esaltazione della vita oltre ogni forma. Perché si esiste, a prescindere dall’involucro che ci contiene.

Info
La scheda di Arianna sul sito delle Giornate degli Autori.
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