Intervista ad Adriano Valerio

Intervista ad Adriano Valerio

Abbiamo intervistato Adriano Valerio, regista di Banat (Il viaggio), pellicola italiana selezionata alla Settimana Internazionale della Critica 2015. In questa sua opera prima, Valerio affronta temi ponderosi, come la disoccupazione e il trasferimento all’estero di due trentenni nostrani (singolare la scelta della destinazione, quella Romania da cui tanti emigrano per venire in Italia), con piglio autoriale e un pizzico di leggerezza. Di questi e altri argomenti abbiamo parlato nella nostra conversazione con l’autore.

Spesso si rimprovera ai film italiani di non saper cogliere fino in fondo quali siano le difficoltà lavorative dei trentenni di oggi, cosa che invece Banat (Il viaggio) riesce a fare in maniera molto realistica. Come hai lavorato su questo aspetto?

Adriano Valerio: Secondo me i film italiani più belli degli ultimi anni sono quelli che stanno a contatto con la realtà e lavorano sul confine tra la finzione e il documentario. Penso ai lavori di Pietro Marcello, Roberto Minervini e Alice Rohrwacher che fa un cinema di fiction ma molto sensoriale, molto attaccato alla terra, ma anche ai capolavori di Francesco Rosi o a un film di qualche anno fa come Respiro di Crialese, che mi è capitato di rivedere di recente e che possiede questa forza tellurica e sottomarina esplosiva. A me non piace la retorica nei film e in generale amo quegli autori che riescono a spogliarsene per provare a cogliere qualcosa di veramente umano. È questo che ho provato a fare nel mio film, non so quanto ci sono riuscito.

Come hai avuto l’idea di raccontare la storia di un italiano che per lavorare emigra in Romania, compiendo dunque un movimento contrario rispetto alle usuali direzioni dei movimenti migratori?

Adriano Valerio: L’aneddoto è che qualche anno fa un mio amico italiano ha deciso di andare a vivere e a lavorare in Romania, in un momento in cui nel nostro paese tutti i media attribuivano ai rumeni qualsiasi crimine o reato avvenisse sul territorio italiano, così come anni prima accadeva con gli albanesi e ancora prima coi marocchini, includendo tra l’altro in questo “epiteto” qualsiasi persona nata nel Nord Africa. Mi interessava questo viaggio al contrario del mio amico e lo trovavo anche molto attuale, visto che gli italiani dal 2007-2008 hanno ricominciato, dopo i grandi esodi degli anni ’30 e ’50, ad emigrare altrove in cerca di una felicità professionale che qui non potevano avere a causa della crisi. Così è nato Banat (Il viaggio) che ora viene mostrato in un momento in cui l’immigrazione è un argomento di grande attualità sui media. Sicuramente il soggetto di questo film è anche l’emigrazione, ma l’emigrazione di due individui che hanno una possibilità di scelta, non come le migliaia di persone che arrivano ogni giorno coi barconi, che non hanno scelta, vengono qua per sopravvivere.

Pur raccontando una storia di difficoltà esistenziali e lavorative, Banat (Il viaggio) non sceglie solo il “realismo”, ma ha anche delle aperture al simbolico. Ad un certo punto, ad esempio, diventa chiaro che il Tai Chi Chuan si trasforma in un potente strumento di comunicazione tra i personaggi.

Adriano Valerio: Raccontando questa storia che comunque ha delle premesse abbastanza pesanti, difficili, relative a delle scelte di vita e alla crisi economica, volevo mantenere anche un tono leggero e vivendo a Parigi a volte vedo delle persone, anche anziane, e a orari improponibili fare Tai Chi Chuan nei parchi. È un’immagine che mi ha molto colpito e ho pensato che potesse essere un po’ il filo conduttore tra i due personaggi femminili del film.

Come è avvenuta la produzione del film?

Adriano Valerio: Siamo stati tutti molto coraggiosi, a partire dai miei produttori, perché abbiamo avuto la conferma che avremmo potuto girare il film subito dopo la Berlinale e solo cinque mesi dopo abbiamo ricevuto la lettera d’invito da parte della Settimana della Critica. Per cui abbiamo fatto una preparazione molto rapida e abbiamo girato girato cinque settimane, in cinque nazioni diverse con una troupe composta da persone di cinque paesi e dalle relative differenti lingue. È stato un lavoro molto intenso che ha richiesto moltissima energia e concentrazione e quindi magari non posso dire che ripartirei esattamente domani, ma di certo posso dire che è stata un’esperienza strepitosa che mi ha lasciato la convinzione che sia decisamente questo il mestiere che voglio fare nella vita.

Info
La scheda di Banat (Il viaggio) sul sito della SIC.
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