Italian Gangsters

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Torna in Orizzonti Renato De Maria con Italian Gangsters, rievocazione delle vicende di sei criminali della nostra storia. Nuova contaminazione oltre le delimitazioni dei generi, ma il lavoro tra ricostruzione attoriale e materiali d’archivio è pretestuoso e poco significativo, e non si tramuta mai in discorso.

Con l’Alfetta fucile ed occhiali

Un viaggio inedito nelle imprese più eclatanti della mala nostrana. Trent’anni di storie violente consacrate dalla cronaca e dal cinema. Una galleria di volti, testimonianze e filmati d’epoca… [sinossi]

Giusto un anno fa, qua a Venezia la Mostra accolse assai male La vita oscena di Renato De Maria, e il sottoscritto fu uno dei pochi ad apprezzarne il tentativo di collocarsi in un territorio alieno rispetto all’imperante “mono-stile” del cinema italiano più recente. Quando De Maria cerca di trovare una propria strada personale al cinema, in genere si dirige verso le contaminazioni, tentando di rimescolare le carte e rifiutando prima di tutto la narrazione lineare e i rigidi steccati espressivi. Italian Gangsters nasce con lo stesso spirito, ricorrendo stavolta a materiali dei più diversi per cercare di dare corpo a una riflessione storica, culturale e mediale. Tuttavia, per creare nuovi significati non è sufficiente enunciare; è necessaria una solida visione d’insieme che leghi i singoli contributi, li faccia risuonare, collidere/assonarsi in una riflessione. Insomma, esprimere. Italian Gangsters appare invece un’occasione sprecata su una buona idea di partenza, quasi una pura e semplice sommatoria di contributi eterogenei, che si giustifica nella sua stessa multiformità senza trovare prima di tutto un vero nucleo cinematografico.

Il progetto nasce con l’intento di rievocare le gesta di sei noti rapinatori italiani, che si dettero alla malavita dal dopoguerra in poi (Paolo Casaroli, Ezio Barbieri, Horst Fantazzini, Luciano Lutring, Luciano De Maria, Pietro Cavallero, sostenuti dalle loro bande o meno), per metterli in relazione col contesto storico-culturale del quale divennero espressioni e attori. Tramite le loro vicende si ripercorre un tratto di strada della nostra storia, e ci si avvicina a un’idea di criminalità piuttosto lontana dalla più recente attualità: per alcuni di loro si trattò di una via alternativa (e complementare) al boom economico, dopo i dissesti e la fame del dopoguerra, per fare soldi facili e permettersi lussi secondo un modello antropologico divenuto rapidamente imperante nel nostro paese.
Per fare questo, De Maria ricorre in primo luogo a un alternarsi di monologhi per lo più in primo piano di sei attori che reincarnano i personaggi, enunciando brani di diari, autobiografie o interviste opportunamente riscritte. Ciò è accompagnato dal supporto audio-video di materiali d’archivio dell’Istituto Luce e da frammenti di tutto il “convoy” cinematografico che ha raccontato, dagli anni Cinquanta in poi, il contesto culturale e/o ampie fette del milieu criminale in cui i sei malavitosi si trovarono ad agire (si va da Vancini a Di Leo, Deodato, Lenzi, Bellocchio..).

La prima perplessità discende dalle proporzioni tra le serie di contributi utilizzati: che cosa sta a sostegno di che cosa? Monologhi e materiali d’archivio non si pongono in fertile e collaborativa equidistanza, ma non vi è neppure una netta rilevanza di una serie di contributi sull’altro. L’impressione finale che ricaviamo da Italian Gangsters è infatti la sostanziale mancata valorizzazione dei materiali d’archivio, inseriti giusto per dare “matericità” ai monologhi degli attori, senza che si crei mai una vera interazione tra di loro. Una serie di contributi chiamati a sostenere un discorso già autoconcluso nei monologhi degli attori, decisamente troppo poveri sotto il profilo espressivo per ergersi a ragione fondante e a sostegno giustificante di tutta un’opera cinematografica. Più di tutto non giovano all’operazione i toni eccessivamente caricati degli interpreti coinvolti, che in alcuni casi si rifugiano in un repertorio facile facile di smorfiette e milanesità da “bauscia” (spesso sembra di rivedere il Vallanzasca macchiettistico di Kim Rossi Stuart).
I contributi, insomma, procedono ognuno per conto proprio, senza suscitare mai l’idea di una scelta profondamente ragionata nella giustapposizione del vecchio materiale con il nuovo. Si cita per citare, cercando il riflesso metafilmico senza minimamente sfiorarlo. Così, in un’opera che nasce sull’entusiasmo della contaminazione, finisce per tirare paradossalmente un’aria generale di para-televisivo, e il modello che durante la visione ritorna più spesso alla mente è la ricostruzione criminale facilona e astorica del film di genere alla Michele Placido (Romanzo criminale, Vallanzasca) fin dai caricati titoli di testa. Solo che qui non siamo nel cinema di genere, non ci sono peripezie, sparatorie, inseguimenti, né scimmiottamenti alla buona dell’exploitation italiana anni Settanta. Ci sono invece stentorei e/o naturalistici monologhi di stampo platealmente teatrale su fondo nero, che vorrebbero venire dal cinema di genere e tornarci, e che annegano invece in un utilizzo mai veramente significativo dei filmati (e film) d’epoca. In più, la macrostruttura si rivela decisamente rigida e poco inventiva, in una meccanica alternanza sempre più debole e prevedibile.
In ultima analisi, pare di assistere al promo di sei serie televisive da realizzare in futuro, di cui si resta davvero con la voglia e la curiosità. Perché Casaroli, Fantazzini, Lutring e gli altri costituiscono un significativo pezzo della nostra storia. Tramite la criminalità si può raccontare molto di un paese, delle sue illusioni, dei suoi sogni e incubi (o di sogni tramutati in incubi), e le loro vicende umane sarebbero perfette per un’elegante serialità televisiva in linea con le più recenti tendenze. Ma anche per il cinema, convenzionale o meno. Basta che ci sia coerenza e riflessione.

Info
La scheda di Italian Gangsters sul sito della Biennale.
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