Winter on Fire

Winter on Fire

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Ancora piazza Maidan e la rivolta ucraina, ormai al centro di numerose riletture in chiave documentaria. Winter on Fire di Evgeny Afineevsky si affida all’informazione e alla roboante glorificazione, sull’onda di un linguaggio decisamente convenzionale e banalmente epico. Fuori concorso a Venezia 2015.

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Il racconto degli eventi che hanno contrassegnato l’Ucraina in un periodo di 93 giorni tra il 2013 e il 2014. [sinossi]

Sullo stessa tema possono aprirsi infinite possibilità di rappresentazione, racconto e interpretazione. È la prima riflessione che emerge nel vedere Winter on Fire di Evgeny Afineevsky, presentato fuori concorso a Venezia 2015. È inevitabile infatti andare col pensiero all’acclamato Maidan di Sergei Loznitsa di appena un anno fa, che si poneva a raccontare gli stessi giorni della recente vicenda ucraina avvalendosi di un approccio del tutto diverso. La macchina fissa e la lunga durata di Loznitsa: il documentario narrativamente potente e serrato, ma assai meno stimolante di Afineevsky. Sono due opere che nascono su finalità vistosamente diverse: Loznitsa cerca una via personale al documentario, Afineevsky approda invece alla pura informazione e glorificazione del movimento di piazza Maidan. A sostenere tale intento platealmente didascalico interviene anche l’adesione a un linguaggio decisamente multiforme.
Come accade spesso nel roboante documentario d’approccio occidentale/internazionale, in Winter on Fire non vediamo soltanto le immagini raccolte nel vivo degli eventi da Afineevsky e dai suoi collaboratori, ma anche decisi contributi da materiali televisivi (brani di telegiornali, ad esempio), e montaggio, interviste frontali e commento musicale la fanno da padroni. È lo stesso Afineevsky a ribadire risolutamente l’intento della sua opera: celebrare gli eroi caduti per la libertà di un paese, glorificare un’impresa e innalzare cori al patriottismo.

Quel che è accaduto a Kiev nell’inverno tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 è ormai storia nota: il Presidente Viktor Yanukovich promette di firmare accordi per l’ingresso dell’Ucraina nella Comunità Europea, ma poi ci ripensa e assume posizioni decisamente filorusse. La reazione del popolo non si fa attendere. In piazza Maidan si raccolgono sempre più persone, s’iniziano proteste e dibattiti, con relativo inasprimento da parte del Governo. Lungo 93 giorni la repressione di Yanukovich si fa sempre più violenta, ricorrendo anche alle bieche risorse di reparti speciali della polizia. È guerriglia urbana, giocata dalle autorità sulla dura repressione, da manganellate fino ai carri armati. I morti iniziano a moltiplicarsi, e il popolo non demorde. Da ultimo, Yanukovich si rifugerà in Russia, scappando nottetempo. Si indicono nuove elezioni. Il popolo ha vinto: si celebrano funerali in piazza per la commozione di tutti.
Il frammento rubato da una telecamera notturna, che vede il Presidente darsela a gambe in incognito all’aeroporto, esemplifica perfettamente lo spirito dell’intero film. È inevitabile che quel frammento venga accolto da chi vede con una risata sadica e liberatoria: un classico soddisfacimento da antica catarsi, che inquadra il tiranno nella fine ingloriosa e ridicola. A ben vedere, è il tipico meccanismo insito in molto cinema classicamente hollywoodiano, secondo la rilettura specificamente americana dell’epica.
Tutti gli strumenti di Winter on Fire puntano a tale visione ideologica, secondo la quale si finalizza la realizzazione e la visione di un’opera a pura e semplice celebrazione. Col supporto di cotanto produttore esecutivo Angus Wall, abituale montatore per David Fincher e già 2 volte premio Oscar (The Social Network e Millennium), Afineevsky giustifica anzi la celebrazione tramite gli strumenti dell’informazione; il suo film resta comunque un contributo importante per la diffusione di ciò che accadde a Kiev, di cui si raccontano fatti e misfatti dal vivo degli eventi.

Tuttavia, la veste formale è decisamente virata verso il grande spettacolo, verso l’indignazione tutta di pancia (e assai meno di testa) che tanto piace a collaudate retoriche occidentali. Per cui si esce dalla visione avendo appreso forse qualche dettaglio in più, ma ancora senza un quadro realmente profondo su tutta la vicenda ucraina. Si dà pieno rilievo alla forza del popolo, alla sua capacità di unirsi e sollevarsi contro il Potere in una solida comunanza anche tra religioni diverse. Si trascurano totalmente invece le profonde ragioni storico-culturali, i ruoli ricoperti da altre potenze mondiali, gli affondi significativi sulle realtà politiche in gioco. Soprattutto non si trasforma tutto ciò in fatto cinematograficamente rilevante. Afineevsky monta il suo materiale raccontando un puro e semplice scontro tra buoni e cattivi, mai inseriti in un contesto più ampio che dia conto del retroterra, di come questi attori socio-politici siano arrivati a profilarsi tali. E in ultima analisi Winter on Fire non è nemmeno un racconto del “qui-e-ora”, poiché le riprese colte nel vivo della rivolta sono piegate a un palese discorso tutto a posteriori.
Eccessivo in tal senso appare anche il lavoro di post-produzione, tra esagerate sovrimpressioni e un commento musicale convenzionalmente epico (per ora quest’anno a Venezia la fanno da padrone le trombonerie tambureggianti: vedasi anche Everest). Senza voler assumere giudizi a priori, continuiamo comunque a preferire scelte di documentario più personali e rigorose. Film come Winter on Fire conservano certamente una loro utilità informativa, ma appaiono assai meno stimolanti rispetto ad altre opere che cercano di ragionare sul reale tramite il cinema.

Info
La scheda di Winter on Fire sul sito della Biennale.
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