For the Love of a Man

For the Love of a Man

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For the Love of a Man, della regista indiana Rinku Kalsy, indaga il mondo dei fan della superstar tamil Rajinikanth, dove l’idolatria trascende nella fede religiosa. In Venezia Classici.

Non Bollywood, non Hollywood… Rajnwood!

For the Love of a Man segue i fan della superstar Rajinikanth, che vivono la loro passione come parte integrande della propria identità e di quella delle persone che hanno intorno. L’etica visiva della fandom e della cultura del mimo rivelano una forma di culto che è unica nel cinema indiano. Le vite dei fan e delle loro famiglie si aprono a temi che riguardano la fratellanza, l’ambizione, l’affiliazione politica. Un viaggio in questo sottobosco. [sinossi]

All’interno di una Mostra del Cinema che stenta a decollare, costringendo il cinefilo ad ancorarsi a certezze quasi aprioristiche (Sokurov, Wiseman), è da segnalare un’anomalia, un aspetto che si muove in netta controtendenza rispetto alle programmazioni abituali del festival. La presenza dei film indiani alla Mostra non è mai stata così corposa e visibile: nelle Giornate degli Autori è ospitato Island City, opera prima di Ruchika Oberoi, tra i restauri di Venezia Classici trova spazio Sete eterna (Pyaasa), il capolavoro di Guru Dutt del 1957, e tra Orizzonti e Venezia Classici – sezione documentari – ci si imbatte in Visaaranai (Interrogation) di Vetri Maaran e For the Love of a Man di Rinku Kalsy. La peculiarità di questi ultimi due titoli è che si tratta di film parlati in tamil, la seconda industria cinematografica del subcontinente con base a Kodambakkam, un distretto della conurbazione di Chennai. Kollywood, dunque, e non la più celebre – in occidente – Bollywood. E proprio a Chennai vive una delle superstar del cinema tamil, forse il divo più noto in novantanove anni di vita dell’industria (il primo film tamil fu Keechaka Vadham, diretto da R. Nataraja Mudaliar nel 1916): Shivaji Rao Gaekwad, conosciuto dai suoi fan con il nome d’arte Rajinikanth, sessantacinquenne di Bangalore che, dopo aver lavorato per anni come autista di bus e pullman, si è riciclato nella seconda metà degli anni Settanta come attore, scavando un solco nel cuore dei suoi fan. Anche se sarebbe più esatto definire questi ultimi fedeli…

Si concentra proprio sul culto di Rajinikanth For the Love of a Man, che si muove tra giovani invasati che utilizzano i social network per propagare il verbo (visivo), atei che hanno scoperto la fede proprio nel volto e nelle azioni di colui che non osano neanche chiamare per nome – lo invocano come “Thalaivar”, leader –, imitatori che hanno fatto della replica delle sequenze più celebri del suo cinema il loro impiego. Un cosmo a se stante, quasi esclusivamente maschile – la moglie di uno dei protagonisti, sfiancata da un marito che la pone in secondo piano rispetto alla devozione per il divo, è la vera figura tragica del documentario – e che conta migliaia e migliaia di adepti. Uomini che vivono nell’attesa del ritorno sugli schermi di Rajinikanth, pronti a prendere d’assalto i cinema e a ripassare nelle proprie menti le azioni più esaltanti.
In una nazione che sta perdendo sempre di più i punti di riferimento, e che non trova nella politica uno sfogo alla propria insofferenza, un divo come Rajinikanth viene elevato a ruolo di semidio: lui, uomo del popolo che è riuscito a raggiungere la gloria imperitura – fino a deterioramento delle pellicole, ovviamente – è il simbolo di una riscossa possibile, la dimostrazione che si può pretendere di uscire dal proprio status sociale. Non con la lotta di classe, e neanche con il cinema: con l’idolatria. For the Love of a Man indaga un’umanità ricca di contraddizioni e per questo ancor più affascinante, senza mai giudicarla o svilirla a ruolo di semplice bozzetto privo di identità. Anzi, è proprio la ricerca dell’identità, di una propria essenza riconoscibile al di là della mera condizione di vita, il fulcro di una narrazione segmentata ma mai episodica, che permette allo spettatore occidentale – e a chiunque non fosse avvezzo alla cultura tamil e al suo cinema – di entrare in contatto con una realtà “altra”, senza sensazionalismi di sorta.
Può il cinema essere una religione? Può l’immagine rimanere realmente cristallizzata nel tempo, sradicata dalla propria “verità”? Chissà. Il ralenti che apre Muthu (1995), con Rajinikanth che dopo l’irruzione in scena compie un balzo sovrumano per saltare a bordo di un carro, è già sacrale in fase di ripresa. È già culto. Accessibile a tutti, senza ricatti morali, senza obblighi di obbedienza. Una prova d’amore, e di ossessione. Ma vi è poi differenza?

Info
Il sito ufficiale di For the Love of a Man.
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