A Bigger Splash

A Bigger Splash

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In concorso a Venezia 72, A Bigger Splash di Luca Guadagnino è un dramma d’interni ribaltato nella prospettiva isolana di Pantelleria, dominata dal sole bruciante. Un film di desideri, passioni involute e contorte. Imperfetto ma affascinante.

L’isola nuda

La leggenda del rock Marianne Lane è in vacanza sull’isola vulcanica di Pantelleria con il compagno Paul quando arriva inaspettatamente a interrompere la loro vacanza Harry, produttore discografico iconoclasta nonché suo ex, insieme alla figlia Penelope, provocando un’esplosione di nostalgia delirante dalla quale sarà impossibile mettersi al riparo… [sinossi]

È nello sguardo di Marianne Lane/Tilda Swinton, (auto)deprivato della voce, che si insinua il desiderio e la sua inappagabilità, che lo vivifica e conforma in maniera ancora più definita. Mentre l’isola di Pantelleria deve affrontare la tragedia umana di migranti senza nome, senza vissuto – agli occhi occidentali – e senza storia, una rockstar sfrutta un buen retiro in una villa per quietare l’animo e la voce, in attesa di una tournée che forse arriverà in inverno. Il suo nome la precede, e anche se è a sua volta straniera in una terra in cui a malapena si parla italiano, non ha bisogno della parola per ottenere un tavolo al ristorante. Le basta la sua storia, che non è fatta di barconi e povertà, ma di cocaina sniffata nei camerini e del suo produttore, grande amore della sua vita: è stato proprio lui, in un gesto di generosità non privo di un corposo narcisismo, a trovargli sei anni prima il nuovo compagno, un regista di videoclip.
Tutti i personaggi di A Bigger Splash, il film con cui Luca Guadagnino torna dietro la macchina da presa a distanza di sei anni da Io sono l’amore, sono vittime di loro stessi, costruiti attorno all’unica esistenza che sembrano in grado di sopportare. Sono intrappolati, alcuni per scelta, altri per inevitabile conseguenza. Vivono e hanno vissuto epoche diverse, e tutti combattono una battaglia quotidiana contro la desertificazione del proprio desiderio. Marianne e Paul, Harry e Penelope: due coppie squadernate (la prima è una relazione amorosa, la seconda puramente filiale) ma che riflettono due ipotesi del desiderio, destinate a confrontarsi e a scontrarsi. Destinate alla violenza, come sempre i rapporti umani nei film di Guadagnino.

Il soggetto di A Bigger Splash nasce da La piscine di Jacques Deray, ma la prospettiva verso la quale lanciano lo sguardo i due film certifica le enormi distanze che li separano. Deray costruiva un thriller borghese, in cui il conflitto si produceva e consumava tra le mura domestiche, generato dalla retorica della gelosia. Guadagnino stratifica il concetto e lo eleva a un altro grado di riflessione: il concetto stesso di borghesia perde il suo significato, in un’epoca in cui tutto è degradato (“l’intera Europa è una tomba”, risponde Harry a Paul, che lo ammonisce per aver orinato su un monumento funebre), e dove la differenza tra benessere e povertà non si rintraccia più solo nella distanza tra le classi, ma anche tra chi può permettersi un biglietto d’aereo e chi tenta la sorte nella striscia di mare che separa Pantelleria dall’Africa. La Tunisia è appena al di là del mare, se ne intravedono le forme, ma è orizzonte che non può essere esplorato, che non si trasforma mai in realtà.
La realtà è solo ed esclusivamente il mondo di questi artisti, più o meno dissoluti (anche Paul, che parla poco, è salutista e ha modi da infermiere verso la compagna, ha un passato recente di alcolista e ha tentato il suicidio), ma soprattutto non riconciliati. Per questo forse non c’è posto migliore di Pantelleria, per loro: al di fuori della bella villa con piscina, si articola un’isola brulla, selvaggia, ostile. Un panorama violento, fatto di scogli, di tornanti dai quali si rischia di volar via con la macchina, di serpenti, gechi, animali che invadono lo spazio in cui l’uomo cerca una pace apparente.
Guadagnino gestisce la componente atmosferica di A Bigger Splash con notevole sapienza, fronteggiando il solleone e gli acquazzoni, il vento gelido e l’acqua. Quella della piscina, in cui Harry si getta con voluttà, atto di scardinamento rispetto a una prassi ben più programmata e controllata.

Ogni personaggio scruta gli altri agenti della storia con l’intenzione di scorgerne le distanze, le alterità. Anche Guadagnino, attraverso la messa in scena, acuisce l’intento con un utilizzo della camera scorbutico, classico e iconoclasta allo stesso tempo. Non sempre riesce a controllare la materia che prende vita sullo schermo con precisione, e nell’ultima parte il film tende a uno sfilacciamento che andava probabilmente gestito con diversa intensità, ma A Bigger Splash è un’opera che sarebbe ingiusto sottovalutare. I fischi che hanno accompagnato le due proiezioni stampa a Venezia, dove il film concorre per la conquista del Leone d’Oro, sono sintomatiche di un’ottusità della visione che anno dopo anno si fa sempre più avvertibile.
Guadagnino ha posto la firma in calce a un film violento, persino sgradevole, a volte vittima di un eccesso di bozzettismo (al personaggio interpretato da Corrado Guzzanti avrebbe giovato un’aura meno grottesca), ma vitale e, ed è questo il punto su cui sarebbe interessante soffermarsi, dotato di uno sguardo proprio, indipendente. In una Mostra dove hanno trovato spazio titoli privi della benché minima personalità, copie sbiadite di predecessori più o meno degni, proprio un remake riesce a muoversi in direzione ostinata e contraria. Magari rilasciando anche gocce di spocchia, qua e là, ma senza mai incoerenza o insincerità. C’è una voragine, nel cinema di Guadagnino, che attrae, come tutti i buchi neri, ma della quale non si riesce a conoscere ancora la reale profondità. Con A Bigger Splash si fa un passo (a tratti ancora incerto) verso lo svelamento di questo enigma.

Info
A Bigger Splash sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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