Frenzy

Frenzy

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Opera seconda del regista turco Emin Alper, Frenzy, presentato in concorso alla Mostra di Venezia è un ritratto impietoso di uno stato di polizia, che, dietro un’immagine ‘friendly’, fa tabula rasa di nascosto dei nemici e dei marginali, dove fanno resistenza storie di amicizia e rapporti fraterni.

Come cani randagi

Hamza, un alto funzionario di polizia offre a Kadir la libertà condizionale purché accetti di lavorare nella nuova unità di spionaggio composta da raccoglitori di rifiuti. Kadir accetta e inizia a raccogliere spazzatura nei sobborghi più disagiati, verificando se tra rifiuti si rinvengono materiali utilizzati per la fabbricazione di bombe. Kadir ritrova il fratello minore Ahmet, in uno di questi quartieri, che lavora per il comune come agente di una squadra incaricata dell’eliminazione dei cani randagi. La riluttanza di Ahmet a legare come fratello con Kadir, nonostante l’insistenza di quest’ultimo, conduce Kadir a tessere una teoria del complotto atta a giustificare il distacco di Ahmet. [sinossi]

Squadracce di accalappiacani che abbattono senza pietà i randagi. Bisogna fare in fretta a ripulire la città da quelle presenze ingombranti. Lo vuole il sindaco. Ma ufficialmente i dirigenti municipali negano il tutto, i cani verranno catturati e messi in canili a cinque stelle, come mostra orgoglioso uno degli intervistati in uno spot televisivo. Ahmet, che fa parte di quelle ronde, si intenerisce per un cane che non sono riusciti a uccidere, ma che è rimasto solo ferito a una zampa. Lo prende, lo custodisce e lo accudisce. Ma il terrore di essere scoperto è grande e spinge l’uomo in uno stato di paranoia. Erige muri interni alla sua casa, costruisce barriere su barriere che si frappongono tra lui e il mondo per occultare la presenza dell’animale domestico. Nascondendosi da tutti e isolandolosi così sempre più dalla società e dal fratello Kadir che diventa sempre più sospettoso per l’irreperibilità di Ahmet, pensandolo coinvolto in chissà quale oscura macchinazione. Macchinazione che invece coinvolge proprio lui, Kadir, ex-galeotto incaricato di fare il netturbino come infiltrato negli slum della città, per controllare di nascosto le azioni di presunti terroristi. Kadir ha un volto segnato dalla vita, era detenuto per un reato di cui non è dato sapere. E il suo principale obiettivo è quello di tornare sui luoghi della sua vita dopo tanto tempo, di ritrovare amici e parenti del suo passato.

La pulizia e lo stato di polizia sono concetti indissolubilmente legati, in un regime totalitario. La rimozione di tutto ciò che è scomodo o semplicemente brutto a vedersi, da occultare sotto il tappeto, per mantenere una vetrina di facciata, ordinata e pulita, va di pari passo con il controllo dei cittadini, nel contrasto e nella repressione di ogni forma di dissenso o con la scusa della minaccia del terrorismo. Una Istanbul atemporale quella raccontata dal regista Alper in Frenzy, che evita accuratamente qualsiasi riferimento a contesti specifici, in un paese da sempre teatro di violenza politica, tra Lupi Grigi, PKK, primavere arabe, estremismi islamici. Le bombe di cui si parla, quelle che deve cercare Kadir, sembrano obsolete o comunque rudimentali. Una città squallida, quella dei sobborghi, delle case fatiscenti, delle discariche, rifugio dei marginali, che vede sullo sfondo file di identici palazzoni alveare. Una città grigia, piena di stanze buie, e spesso immersa nella nebbia. Un’angoscia kafkiana pervade la Turchia descritta dal regista. Un clima di sospetto e di paura di delazioni, di informatori segreti, di complotti, di rapporti umani diffidenti, di posti di blocco, di spaventosi rumori notturni da interpretare, di teorie del complotto come quella fantasiosissima che elabora Kadir per mettere insieme tutti i fatti misteriosi che riguardano il fratello. Un’angoscia che mette con le spalle al muro lo spettatore, coinvolgendolo negli incubi dei protagonisti. Una società che prevede anche i suoi ‘missing’ come Veli, il fratello perduto sulla cui sorte Kadir crederà invano di far luce, pensando di essere entrato in confidenza con il capo, il burattinaio Hamza.

Emin Alper si rivela per Frenzy regista dotato e capace di usare il mezzo cinematografico. Sapendo fare uso di macchine a mano galleggianti e destabilizzanti, o del montaggio analogico. E soprattutto creando quei personaggi, quei piccoli uomini come li definisce, che si muovono in questo universo tanto naturalistico quanto distopico, tentando di mantenere i rapporti umani, anche nell’amicizia con un animale, e i legami famigliari.

Info
La scheda di Frenzy sul sito della Biennale.
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