La prima luce

La prima luce

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Con La prima luce Vincenzo Marra prende spunto dalla propria drammatica vicenda personale per raccontare una paterna storia d’amore, senza particolari guizzi creativi. A Venezia 2015 nelle Giornate degli Autori.

Genitori e figli

Marco, giovane e cinico avvocato rampante, vive a Bari con la sua compagna Martina e il loro piccolo Mateo di 8 anni. Martina, latino americana, si è trasferita in Italia dopo aver conosciuto Marco. La nostra storia inizia quando il rapporto tra i due è ormai alla fine. Martina vuole tornare a vivere nel suo paese con Mateo ma questa scelta escluderebbe Marco e lui non glielo consente, troppo profondo è l’amore e il legame con suo figlio. Dopo un periodo lacerante, Martina decide di scappare insieme a Mateo e si reca nel suo paese facendo perdere ogni traccia. Il tempo per Marco inizia a scorrere più lento, non ha nessuna notizia di suo figlio e dopo un periodo di angoscia e sbandamento decide di andare a cercarlo… [sinossi]

Se è vero che bisognerebbe sempre usare la massima attenzione quando si maneggiano delle storie “vere”, il discorso si fa ancor più urgente quando ci si confronta con una finzione narrativa che attinge a un evento vissuto in prima persona. La sinossi de La prima luce, il ritorno di Vincenzo Marra al lungometraggio di finzione a otto anni di distanza da L’ora di punta, subissato di fischi alla proiezione stampa della Mostra di Venezia del 2007 (dove era stato collocato nel concorso ufficiale, una scelta col senno di poi non troppo avveduta), ricalca a larghi tratti la reale vicenda di cui è stato protagonista il regista. Anche sua moglie, come la Martina interpretata da una monocorde Daniela Ramirez, fuggì nel sudamericano paese natale con il figlio, costringendo il regista il quarantatreenne regista partenopeo a una dura e difficile battaglia legale.
Un tema, quello dei padri come anello debole della genitorialità di fronte alla legge, che torna con estrema regolarità sugli schermi cinematografici dai tempi di Kramer contro Kramer di Robert Benton; forse perché il cinema continua a essere declinato attraverso sguardi maschili? Al di là di questo, è evidente in Marra la volontà di svicolare almeno in parte dell’autobiografismo, cercando di ricondurre La prima luce a un discorso universale sull’amore dei padri verso i figli e sull’impossibilità di accettare una separazione coatta.

Forse preoccupato che la propria esperienza personale irrompesse con eccessiva foga nell’impianto strutturale dell’opera, Marra sceglie uno sguardo partecipe eppure distaccato, disossando l’opera del proprio lato più melodrammatico e puntando la camera sul dramma intimo del padre. Riccardo Scamarcio riesce anche a convincere, con la propria presenza scenica, ma non può dare profondità a una narrazione troppo basica, dimentica dei chiaroscuri. Se da principio La prima luce sembra voler tratteggiare un personaggio a suo modo ambiguo, come si può dedurre dalla rigidità espressa nei confronti della moglie e dalla spregiudicatezza ai limiti del legale con cui Marco svolge la professione di avvocato, ribaltato nella prospettiva dall’amore senza ombreggiature che nutre nei confronti del figlioletto Mateo, questo aspetto viene ben presto lasciato in secondo piano, sostituito da una presa di posizione più netta o, come sarebbe meglio definirla, ottusa.
Martina diventa la Crudelia Demon della situazione, e Marco minuto dopo minuto si rivela per quel che davvero è: una vittima. Vittima della follia dispotica della moglie, del sistema giudiziario sudamericano (probabilmente cileno, visto che in scena recitano due attori-feticcio di Pablo Larraín, Alejandro Goic e Luis Gnecco), di un mondo che rinnega i diritti basilari del protagonista. Questo brusco cambio di prospettiva in maniera inevitabile finisce per scardinare l’intero impianto strutturale, producendo solo confusione. Per di più la prima parte registra i suoi momenti più ispirati nell’alchimia sprigionata dal rapporto tra Marco e il figlio, un aspetto che lascia un buco emotivo profondo nella seconda metà del film, quella ambientata lontano dall’Italia.
Regista che non ha mai fatto della messa in scena il proprio punto di forza, Marra non riesce a sopperire con la regia a questa lunga serie di squilibri, perdendo il contatto con la sua creatura e abbandonando qualsiasi velleità di lettura psicologica del personaggio di Martina. Ridotto a una mera lotta tra “buoni” e “cattivi”, La prima luce perde gran parte del suo interesse, finendo nel calderone del prodotto medio italiano, quello di cui è davvero difficile riuscire a sentire la necessità.

Info
Il trailer de La prima luce.
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