No Escape – Colpo di Stato

No Escape – Colpo di Stato

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Owen Wilson nel mezzo di una rivolta in un paese del Sud-est asiatico: No Escape – Colpo di Stato occhieggia al cinema post-Vietnam, ma si risolve in una esaltazione del familismo made in USA.

Ho già sentito gridare chi andrà alla fucilazione

Jack Dwyer è un imprenditore statunitense trasferitosi per lavoro nel Sud-est asiatico insieme alla moglie Annie e alle due figlie. Poche ore dopo il loro arrivo, però il Paese viene sconvolto da una rivolta armata che mira a sovvertire il governo ufficiale. Ne seguirà una caccia allo straniero che costringerà Jack e la sua famiglia a cercare disperatamente una via di fuga, affrontando mille pericoli in un territorio sconosciuto e ostile… [sinossi]

Sembra ormai ozioso e quasi cantilenante, oltre il limite di un’insopportabile geremiade, rimpiangere il cinema americano del passato, in particolare quello degli anni Settanta. Ma, quando ci si trova al cospetto di un film come No Escape – Colpo di Stato, non ci si può esimere dal tentare di fare un paragone, anche perché è la concezione stessa del lungometraggio di John Erick Dowdle che ci autorizza a seguire questa strada. Vi si racconta infatti la rocambolesca disavventura di un imprenditore americano (interpretato da Owen Wilson) che, inviato in un imprecisato paese del Sud-est asiatico (si tratta, con ogni evidenza, della Thailandia), si ritrova nel bel mezzo di una violentissima rivolta e deve trovare il modo di salvare la sua famiglia.
Siamo dunque in territori da post-guerre sporche (Corea e Vietnam), con gli americani che anche qui replicano il loro invadente e invasivo imperialismo (perché gradualmente si arriverà a scoprire che la società per cui lavora Wilson sfrutta le risorse locali – l’acqua in particolare – ed è per questo che è tanto odiato dagli autoctoni). I nostri si troveranno perciò a fare i conti con l’ormai leggendaria indecifrabilità di movimento e di pensiero degli asiatici che, quando sono assetati di vendetta, si distinguono nelle loro consuete improvvise e inattese esplosioni di violenza (un topos di tutto il genere bellico ivi ambientato, declinato recentemente in forma simbolico-evirativa dal Nicholas Winding Refn di Solo Dio perdona).

Detto questo, però, i discorsi politici vari o le riflessioni sulla coscienza sporca degli USA o, ancora, il ruolo negativo svolto dalla CIA e da altre varie entità oscure vengono tutti riassunti in un breve monologo di Pierce Brosnan, che tra l’altro interpreta un agente segreto britannico (e, così, unendoci anche il topos dell’inglese maudit, figura onnipresente nel cinema statunitense, ogni riferimento un po’ ambiguo alle proprie istituzioni è tolto). Perciò va a finire che, se si vanno a studiare bene le dinamiche con cui è costruito No Escape – Colpo di Stato, allora emerge che il vero riferimento di Dowdle non è stato ad esempio un film come Missing di Costa-Gavras, quanto La guerra dei mondi di Steven Spielberg; basta sostituire gli alieni con i malefici musi gialli.
Infatti, il vero centro del discorso è il salvataggio della famiglia di Wilson e il compito a lui assegnato di tenere alto l’orgoglio nazionale e di riscattarsi umanamente, portando in salvo la moglie e le sue due figlie. Senza ovviamente tralasciare di farci sapere che lui non sapeva nulla della forma di sfruttamento messa in atto dalla sua azienda.

In ogni caso, non che la salvaguardia dell’unità familiare sia necessariamente un male, anche perché lo stesso La guerra dei mondi – che ragiona in lungo e largo intorno a questo tema – è indubbiamente uno dei capisaldi cinematografici di questo inizio millennio. Basta però saperlo fare. E il problema è che Dowdle mischia i discorsi e, fingendo di voler sottolineare le malefatte statunitensi, vuole in realtà parlarci di questa piccola epopea di famiglia, non sapendo poi nemmeno metterla in scena troppo bene, visto che le dinamiche psicologiche dei personaggi sono semplicemente abbozzate e dopo un po’ finiscono per reiterarsi uguali a se stesse.
Quel che allora salva No Escape – Colpo di Stato è una quasi perfetta costruzione della tensione, un ritmo forsennato che non concede pause e che presenta pericoli di ogni sorta da affrontare per i nostri malcapitati. In questo, il film è inventivo e piacevole (da cult la scena del lancio delle bambine), scegliendo per l’appunto di lavorare su una violenta concentrazione temporale: infatti, la notte stessa dell’arrivo dei quattro avviene il colpo di Stato e, da quel momento in poi, tutto si svolge nel corso di poche ore.
Per chiudere, va concesso a No Escape – Colpo di Stato anche un piccolo guizzo sul lato fanta-politico della vicenda, vale a dire che il Vietnam comunista (quello che all’epoca sconfisse gli yankee) viene ora visto – in una situazione di estrema turbolenza politica provocata proprio dagli Stati Uniti – come l’unica ancora di salvezza per i personaggi. Un paradosso molto azzeccato, che fa rimpiangere ancor di più lo scarso coraggio di Dowdle nello sviluppare un po’ di sana satira politica.

Info
Il trailer di No Escape – Colpo di Stato su Youtube.
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