Venezia 2015 – Bilancio

Venezia 2015 – Bilancio

L’ultima edizione (forse) del Barbera-bis evidenzia con chiarezza le vie che il direttore ha cercato di intraprendere in questi anni, con luci e ombre. E sottolinea lo stato di crisi istituzionale della Mostra, sempre più deserta e abbandonata al proprio destino.

Ci sono varie immagini che possono essere scelte per rappresentare in maniera iconica la settantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; scartabellandole, ci si può focalizzare sulla proiezione in Sala Volpi di Na ri xiawu (Afternoon), la chiacchierata con l’amato Lee Kang-sheng che Tsai Ming-liang ha deciso di riprendere e il festival di ospitare nel fuori concorso. Sala gremita in ogni ordine dei (pochi) posti, e i tanti silenzi del film riempiti dalle note delle canzoni di Vasco Rossi rimandate dagli altoparlanti. Era la serata de Il Decalogo di Vasco, il blob di Fabio Masi dedicato al cantautore di Zocca.
L’impressione che la resistenza cinefila lidense si stia arroccando sempre di più in zone liminari, attaccata dal mondo esterno – ma anche spesso incapace di dialogarvi –, ha avuto un’ulteriore riprova durante il rituale della premiazione. Le discutibili scelte della giuria capitanta da Alfonso Cuarón, in particolare quelle legate al Leone d’Oro a Desde allá di Lorenzo Vigas e d’Argento a El Clan di Pablo Trapero, sono state accolte da critici, appassionati e addetti ai lavori come una mossa ai limiti dell’eresia. È indubbio che la Mostra abbia selezionato titoli diretti da autori più maturi e forse più consapevoli del proprio ruolo, ma sarebbe troppo facile addossare le “colpe” sulle spalle di Cuarón e della squadra di registi messa a sua disposizione. Se la mancanza di omogeneità ed equilibrio nella selezione dei film in concorso è apparsa da subito evidente (come si può pensare di far partecipare allo stesso “gioco” Equals di Drake Doremus con Francofonia di Aleksandr Sokurov?), la scelta di spostare l’occhio in direzione dell’America Latina è l’aspetto più progettuale del Barbera-bis, e non solo… Le aperture degli ultimi due anni, affidate ai messicani che hanno sconfinato a Hollywood senza rischiare le fucilate dei ranger (Gravity dello stesso Cuarón e Birdman di Alejandro González Iñárritu), sono state il primo passo di avvicinamento a una ricollocazione della Mostra nell’area dell’America non “yanqui”. Lo testimoniano non solo il film di apertura di Orizzonti di quest’anno (il deludente Un monstruo del mil cabezas dell’uruguayano-messicano Rodrigo Plá), ma anche il primo triennio di Barbera al Lido: tra il 1999 e il 2001 a Venezia arrivarono Arturo Ripsten (in giuria), Raúl Ruiz (anche se è ovviamente forzato considerare cileno il suo cinema), Walter Salles e ancora una volta Cuarón con Y tu mamá también. Là dove Marco Müller aveva sfondato all’estremo oriente, aprendo le porte non solo agli autori ma anche al cinema popolare asiatico, Barbera consolida le posizioni in centro e sud America. Nell’ideale Risiko del festival, una scelta netta, anche discutibile ma non dettata dal caso.

Non è insomma il caos, come da altri affermato, il minimo comun denominatore di questi quattro anni di direzione, e l’ultimo giro di giostra – sempre che non si vada, come sembra plausibile, verso un’ulteriore conferma, magari per un biennio – non si chiude su uno “splash”, magari bigger come quello del film di Luca Guadagnino. Sono semmai alcune scelte di programmazione a lasciare interdetti: a una prima settimana a tratti desolante, eccezion fatta per qualche abbinamento riuscito (Sokurov/Wiseman su tutti), ha offerto il contraltare una chiusura di Mostra in crescendo, capace di racchiudere nell’arco di due o tre giorni alcuni dei titoli migliori in assoluto, da Jerzy Skolimowski ad Arturo Ripstein, da Zhao Liang a Giuseppe M. Gaudino, il più convincente tra gli italiani in corsa per il Leone d’Oro.
Uno squilibrio già di per sé poco comprensibile, ma che aggiunge al danno la beffa: la Mostra ha risalito posizioni nell’attenzione degli addetti ai lavori proprio quando molti di questi avevano già abbandonato il Lido, per la concomitanza con l’inizio di Toronto. La questione relativa alle presenze è poi la più spinosa in assoluto. Anche se i dati ufficiali resi alla stampa dalla Biennale parlano di un’ottima edizione per quanto riguarda lo sbigliettamento in sala e il numero di accreditati, la striscia di terra che va dal Movie Village al PalaBiennale, e lungo la quale si sviluppa la Mostra, ha svolto per una dozzina di giorni la funzione di ultima frontiera, wilderness nella quale disperdersi. Un deserto umano che lascia sgomenti, e getta un’ombra cupa, cupissima, sui prossimi anni. Il pubblico veneziano non è aumentato (e sarebbe stato strano immaginare il contrario) così come le presenze dall’estero; i volti sono oramai sempre gli stessi, in fila per entrare in sala come nella press room al terzo piano del Casinò. L’ultima generazione ad aver avuto accesso con continuità al Lido è quella dei nati a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, e che ha potuto contare alla maggiore età su una Mostra che si apriva ai “giovani”, dalle colonie istituite da Gillo Pontecorvo alle facilitazioni per gli studenti universitari.
A venire meno, nel 2015 (ma è un fenomeno di prosciugamento che va avanti da qualche anno), sono gli accrediti culturali, sempre di meno. Quegli accrediti che spesso venivano accusati delle peggiori infamie, e che in realtà portavano al Lido una vitalità che il massiccio peso granitico della kermesse aveva dimenticato da tempo immemore. La crisi economica ha sicuramente assestato un colpo non indifferente ai giovani appassionati che vorrebbero trascorrere due settimane a vedere film prima dell’inizio dell’anno accademico, ma le responsabilità sono anche della Biennale. Venezia manca completamente di strutture ricettive, se si esclude l’ostello alla Giudecca (con annesso trasporto in vaporetto quotidiano per raggiungere la zona del festival), e i prezzi dei gestori di locali e ristoranti al Lido continuano a essere fuori da qualsiasi logica commerciale. Finché non si ripartirà dal luogo/Mostra sarà difficile ripensare fino in fondo le potenzialità artistiche della stessa. La buca davanti al Casinò continua a fungere da promemoria, in tal senso, senza che nessuno prenda i provvedimenti adeguati. Le istituzioni dormono sonni che rischiano di diventare eterni, tanto al comune, quanto in Biennale e al Ministero, e il più antico festival del mondo arranca sempre di più, perdendo per distacco la gara con Cannes e vedendosi recuperare in Europa non solo dalla Berlinale – che ha il vantaggio di essere un festival cittadino, metropolitano –, ma anche da Locarno e San Sebastián, che catalizzano l’attenzione di sponsor privati e pubblici, e attraggono allo stesso tempo programmer, buyer e distributori da ogni angolo del continente.

Per restituire a Venezia il ruolo che le spetta di diritto (e di storia), è necessario agire con urgenza e rapidità. Se non si ha la possibilità concreta di ricostruire sulle macerie di una cultura sempre più abbandonata al proprio destino, se davvero mancano le risorse, allora Venezia deve smetterla di agognare testa a testa improponibili con la macchina/festival di Cannes e interrogarsi senza paure con il termine che la distanzia da tutti gli altri eventi sopracitati: Mostra. Ripartire da lì, e trovare i modi per donare nuova vita al festival. Perché vedere il lungomare Marconi deserto e le sale semivuote fa male. Il tappeto rosso snobbato è l’indice di una Mostra che deve cambiare traiettoria. Fino a qualche anno fa in alcuni orari si faticava a passare davanti al Palazzo del Cinema, sgomitando tra la folla. Oggi non è più così, e sarebbe ancor più improduttivo non ammetterlo. E non è solo con una diversa direzione artistica che si può pensare di invertire la rotta; il problema è più grave, e si accomoda come sempre con pigrizia nei salotti romani del potere.
Dare nuovo slancio e lustro a uno dei picchi della produzione culturale dell’Italia è un dovere politico. Dal governo e dal ministro dei beni e delle attività culturali si deve pretendere di più. Perché mandare al macero Venezia (proseguendo lungo questa china non si può sperare in un destino diverso) significa commettere un crimine, prima di tutto contro l’Italia. Anche se va molto di moda pensare il contrario. Si apra dunque un tavolo di discussione concreto, il più possibile lontano da svolazzi pindarici e da logiche di apparentamento politico, e lo si apra a tutte le parti in gioco: istituzioni, addetti ai lavori, giornalisti e critici. Il problema, come spesso accade, è capire quanta volontà reale ci sia di un vero cambiamento.

Info
Il sito della Mostra 2015.

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