Genitori

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Dopo i riconoscimenti per Tir, Alberto Fasulo torna al documentario puro: Genitori è un’opera tanto rischiosa (per il tema, e il registro scelto per raccontarlo) quanto preziosa nella sua riuscita.

Rigore e vicinanza

Un gruppo di genitori e parenti di persone disabili si raccontano e confrontano, nel gruppo di autosostegno di San Vito al Tagliamento “Vivere insieme”. Alcuni di loro hanno già perso il proprio caro, ma continuano a ricevere fondamentali stimoli dal contatto con quella che ormai considerano una famiglia. Gli argomenti delle loro discussioni sono i più vari, dal diritto al lavoro del disabile a quello alla sessualità, fino all’inevitabile (e temuto) momento del distacco… [sinossi]

Dopo il Marc’Aurelio d’Oro tributato dal Festival di Roma per Tir, e la conseguente, rinnovata attenzione della critica per il suo cinema, Alberto Fasulo cambia nettamente registro per questo suo nuovo lavoro. Lo fa, il regista friulano, nel modo più rischioso, e non solo per la scelta di tornare a dedicarsi al documentario puro, dopo la felice incursione nella fiction del film precedente: Genitori, infatti, è un esempio di cinema-verità nel senso più rigoroso dell’espressione, che raggiunge la massima asciuttezza nella gestione del montaggio e del “racconto”, e che concentra il suo svolgimento (con l’eccezione del prologo e dell’epilogo) in un’unica location. Una scelta in controtendenza, rispetto ad una linea generale che (non solo in Italia) sembra portata sempre più alla contaminazione tra docucinema e fiction, all’annullamento (con gli esiti più vari) dei confini tra i linguaggi. Fasulo, qui, procede in direzione contraria; e questa, si badi bene, vuole essere la semplice constatazione di un dato di fatto, che non comporta in sé alcun giudizio di merito.

Ciò che invece conta, nella valutazione di un film come Genitori (già presentato in anteprima a Locarno, e in uscita in sala a fine settembre) è la coerenza e la consapevolezza con cui il regista porta avanti il suo discorso; frutto di una riflessione non banale sul tema affrontato, e sul come metterlo in immagini. Il “dare la parola”, senza mediazioni, a un gruppo di parenti di persone disabili (perlopiù genitori, ma in qualche caso anche fratelli e sorelle, nonché parenti che hanno già vissuto il trauma della perdita) presentava in sé più di un rischio: il dilemma che da sempre agita i sonni di un documentarista, quello di trovare la giusta distanza dall’oggetto ritratto, nascondeva qui insidie particolari. Fasulo opta per un approccio “invisibile” alla regia e al montaggio, tutto concentrato sulla frontalità dell’immagine, sull’emersione spontanea di storie ed emotività, sul rifiuto di qualsiasi sovrastruttura strettamente cinematografica. Il regista lascia che gli individui che ritrae espongano liberamente, senza mediazioni, le loro storie, facendosi apparentemente da parte; al punto di dare l’impressione, in più punti, dell’inconsapevolezza da parte degli intervistati della presenza della macchina da presa.

Eppure (ed è questo l’elemento più interessante del film) il lavoro di regia e montaggio risulta trasparente quanto decisivo, fondamentale per l’organizzazione delle varie storie, e per il loro impatto complessivo. Fasulo assembla il suo materiale attraverso vari macro-argomenti (tra questi, la sessualità del disabile, la sua auto-determinazione, il futuro rapporto con la morte del caregiver) lasciando che lo spettatore prenda gradualmente familiarità con individui che, nel corso del film, si fanno “personaggi” in senso cinematografico. Il frequente uso di primi e primissimi piani, a nascondere un ambiente che, sullo schermo, appare come il più neutro possibile, facilita l’emersione progressiva della componente emotiva: ma anche la graduale costruzione dell’empatia, l’assimilazione di storie e racconti, l’avvicinamento decisivo con quell’oggetto narrato (l’individuo disabile) che viene sempre lasciato, opportunamente, fuori campo. In un approccio che trova, sullo schermo, un felice equilibrio tra necessità di vicinanza e attenzione (e rispetto) per le storie ritratte, rigore ed empatia, calore nella rappresentazione e rifiuto del ricatto emotivo.

Una costruzione che assume anche, nel prologo e nell’epilogo, una struttura circolare, con l’apertura di una questione (il diritto al lavoro del disabile, qui incarnato dalla vicenda emblematica di una famiglia) che sembra trovare, nel finale, una sua conclusione positiva. Una chiusura che conferma da un lato l’attenzione del regista per il suo terminale ultimo (lo spettatore), e per la ricerca di un meccanismo “narrativo” che punti a coinvolgerlo; e dall’altro la sua fondamentale vicinanza, e proficua assimilazione, con le storie che ritrae. In un interscambio all’insegna di un equilibrio prezioso, che fa di questo Genitori (ed è un risultato sempre più raro) un’opera tanto importante sul piano divulgativo, quanto significativa su quello puramente cinematografico.

Info
Genitori sul sito del Festival di Locarno.
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