Padri e figli

Padri e figli

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Tra commedia morale e commedia sociale, Padri e figli è garbato e indulgente, ma anche venato di amarezze inedite per il nostro cinema anni Cinquanta. Premiato con l’Orso d’Argento per la regia al Festival di Berlino. In dvd per Mustang e CG.

Cinque famiglie alle prese con problemi legati al rapporto tra genitori e figli nel contesto di nuovi ritmi di vita nell’Italia degli anni Cinquanta. Filo conduttore l’infermiera Ines, saggia e spavalda, che attraversa tutte le vicende narrate… [sinossi]

Mario Monicelli si stacca dalla collaborazione con Steno e dà il via a una propria carriera personale, con frequenti ritorni al comico puro, ma cercando anche una strada parallela nell’amara commedia sociale, che già era stata in qualche modo tentata in alcune occasioni di coppia con l’amico e sodale (si pensi al capolavoro Guardie e ladri, 1951). Padri e figli viene a cadere esattamente in questa fase: benché la doppia paternità di alcune delle opere realizzate con Steno sia stata spesso discussa dallo stesso Monicelli, ufficialmente questo è il sesto film in quattro anni per il quale l’autore toscano riscopre l’attività registica in autonomia, in un’ottica di commedia sempre più radicata nella contingenza. Stavolta lo spunto è legato all’Italia dell’epoca e al contempo a uno dei più costanti “assoluti narrativi”, dacché l’uomo ha iniziato a raccontare se stesso: i contrasti generazionali, il conflitto tra genitori e prole, l’incomprensione e le rispettive griglie psico-comportamentali. La contingenza è più evocata che dichiaratamente messa in scena, tanto che Padri e figli ricorda di più la struttura di una commedia morale con timidi cenni di costume. È una cifra che si conserva per tutto il film, costruito intorno a tipi psicologici di immediata riconoscibilità (il padre “molieriano”, vedovo attempato che non stacca gli occhi da donne giovani e meno giovani; il padre burbero e tutto d’un pezzo; la popolana schietta e saggia, senza peli sulla lingua; i fidanzatini adolescenti, a loro volta maschere ben codificate nella letteratura classica europea, e via discorrendo). Tuttavia, lo sfondamento nella contingenza è garantito da una serie di annotazioni contemporanee, che sia pure per vie talvolta un po’ meccaniche ed eccessivamente didascaliche danno la misura di un paesaggio umano in via di trasformazione.

Col sostegno tra gli altri dei soliti Age&Scarpelli, Monicelli orchestra un racconto coralmente ramificato che coinvolge cinque nuclei familiari legati da rapporti di parentela, amicizia o vicinato, alle prese con problematiche di diversa natura riguardo all’educazione e gestione dei figli. Seguendo un principio di costruzione narrativa fin troppo rigido e consapevole, gli autori distribuiscono nelle varie famiglie raccontate varie questioni parentali, quasi a voler coprire tutte le casistiche possibili sul tema: da chi soffre per non poter avere figli, a chi impazzisce dietro a cinque pargoli (e il sesto è in arrivo), alla coppia in attesa del primo parto, alle famiglie in pena per il primo fidanzamento della prole adolescente o per la classica “pecora nera”: a fare da cerniera, un bel ruolo per Marisa Merlini, nei panni di un’infermiera che attraversa e tiene insieme tutte le storie parallele. Monicelli corre su e giù nella catena biologica dell’essere, soffermandosi di volta in volta a una tappa diversa nel difficile mestiere del genitore, alternando bozzetti a ritratti più profondi secondo un generale schema di garbato intrattenimento. Tuttavia, la spinta all’affondo sociale è già ravvisabile in più di uno spunto, a cominciare soprattutto dai temi intorno ai quali si apre la distanza generazionale. In linea generale Padri e figli mette in scena il conflitto tra un’idea di educazione repressiva e nuovi modelli postbellici, in qualche modo precursori del cosiddetto “permissivismo” che dagli anni Cinquanta sfocerà negli scatenati Sessanta. Due dei ritratti più riusciti riguardano infatti figure di padri (Vittorio De Sica e Ruggero Marchi) che tentano faticosamente d’interpretare modelli ormai superati dalla storia o in via di essere superati, tanto che, specie nel caso di De Sica, il padre stesso finisce per vivere tale ruolo repressivo con fastidio e disagio, tentato a sua volta dai piaceri della vita. Un’ipocrita coazione a ripetere sempre più mal tollerata, inscritta in un gioco delle parti ormai svuotato di senso, perché l’edonismo postbellico, che inizia a spirare su tutta la penisola, è una sirena troppo forte per poter restare ancorati al passato. In buona parte la risonanza sociale di Padri e figli, premiato con l’Orso d’Argento per la regia al Festival di Berlino, è affidata proprio a un sottile e intelligente sguardo in profondità sulla dimensione del piacere, recuperata dopo le catastrofi della guerra, che si avvia a travolgere un paese intero. Come in altre occasioni del nostro cinema anni Cinquanta, è il vento del piacere a gettare all’aria schemi consolidati e antiche dinamiche umane: la nascente Dolce Vita coinvolge vecchi e giovani, e superate antropologie iniziano ad alzare bandiera bianca.

Più problematico e lancinante è invece il ritratto del padre interpretato da Ruggero Marchi, ottimo caratterista a una delle sue poche occasioni di rilievo, che evoca un dolore più profondo e universale: il confronto col “mistero” dei figli, la loro impenetrabilità e la loro impossibile inscrizione in un rapporto causa/effetto con il proprio vissuto. Nello schiaffo dato al figlio fragile e inaffidabile finito in commissariato (una delle sequenze più belle) risuona un’universale impotenza di fronte all’ignoto, al senso di colpa, al costante interrogativo evocato da chi ha ricevuto la vita da noi e ciò nonostante ha assunto un profilo umano a cui si resta totalmente estranei. In tal senso, il racconto finisce per collocarsi in un sapiente crinale tra contingenza e moralità assolute, tra particolare e universale.
Nelle altre vicende narrate si fa più evidente il desiderio di ancorarsi a un contesto culturale in mutamento, in cui più di tutto la fa da padrona la sorridente perplessità per i nuovi ritmi della vita moderna. In uno dei dialoghi più divertenti (e anche più didascalici) Marisa Merlini e Memmo Carotenuto si lanciano in un iperbolico scambio per conciliare i loro rispettivi lavori con la gestione dei cinque figli. L’Italia contadina e ancestrale, quella che sfornava prole come alla catena di montaggio, si scontra con le nuove necessità di inediti paesaggi comportamentali, in cui il lavoro scandisce orari fissi e giornate. In chiave puramente paradossale è invece utilizzato il mestiere moderno dell’istruttore di guida (Franco Interlenghi, recentemente scomparso), di difficile combinazione con l’attesa del primo figlio. Infine, un giovane Marcello Mastroianni regala al film i momenti più teneri e malinconici, vestendo i panni di un marito amareggiato dall’assenza di figli che si affeziona a un nipotino parcheggiato in casa per qualche giorno (i duetti tra Mastroianni e il bambino sono tra le cose migliori del film).

Nei suoi toni generalmente smussati Padri e figli non si discosta molto dalla consueta commedia italiana anni Cinquanta, ma in tale modello Monicelli inietta già sottotraccia umori inediti, evocando con ogni evidenza altri spessori. Mai veramente drammatico né cinico come sarà la commedia anni Sessanta, Padri e figli sposa una malinconia amarognola che evidenzia più di tutto un grande amore per i personaggi. Si tratta di una cifra specifica del cinema di Monicelli, che anche nelle sue opere più sulfuree conserverà spesso un pietoso affetto di fondo per le patetiche figure umane narrate (doppio movimento emotivo rintracciabile pure in Romanzo popolare o Amici miei, che pure si configurano indubbiamente come opere crudeli nei confronti del maschio italiano). In Padri e figli la mano di Monicelli è leggera e indulgente, con annesso qualche inaspettato sconfinamento nel mieloso. Ma quello schiaffo in commissariato risuona ancora, forte e potente. E’ lo schiaffo della frattura, dell’incompreso e incomprensibile, dell’Italia che scopre uno strano futuro di cui restano oscure le cause. Primo segnale di un facile ed equivocato edonismo. Profezia di una macelleria sociale.

Extra
Assenti.
Info
La scheda di Padri e Figli sul sito di CG Home Video.
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