Ritorno al paese

Ritorno al paese

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Un piccolo film del 1967 di Ermanno Olmi, Ritorno al paese – mostrato alla 14esima edizione dei Mille Occhi – ci ricorda come a volte in un’opera di brevissima durata possa capitare di ritrovare il senso ultimo della filmografia di un autore.

Non scorderò, non scorderò

Il ritorno al paese è quello dello scrittore Mario Rigoni Stern, il quale, ogni volta che trascorre un po’ di tempo in città, anche solo pochi giorni, si sente assalire dalla malinconia e dalla nostalgia per la propria terra d’origine. [sinossi]

A volte capita che la grandezza di un cineasta la si possa ritrovare miracolosamente in un film piccolo, di breve durata, magari anche d’occasione, dove forse per magia, forse per improvvisa capacità di sintesi, riesce l’impresa di squadernare in pochi minuti tutta la complessità della propria opera. Senza sminuire per nulla il resto della filmografia di un Pasolini, ad esempio, va detto che in episodi come La ricotta o Che cosa sono le nuvole? si assapora probabilmente l’essenza del suo cinema, distillata in una serie di soluzioni necessariamente votate alla densità d’ispirazione da immettere in opere che – inserite nel contesto di film a episodi – non potevano superare i quaranta minuti. Lo stesso si può dire che accada, su tutt’altro versante, per un cineasta come Orson Welles in cui, ad esempio, il classico rimpianto sui suoi progetti non finiti, si trasforma a tratti – vedendo qualcuno di quei frammenti dispersi per il mondo – in folgorazione assoluta. È il caso della lettura delle prime pagine di Moby Dick che Welles, vista l’impossibilità di farne un classico adattamento cinematografico, declamò verso la fine della sua carriera davanti alla macchina da presa. Si tratta di pochi minuti, che tra l’altro si possono apprezzare all’interno del film Orson Welles: the One-Man Band, ma in cui ci pare che vi sia l’epifania della concezione definitiva del cinema wellesiano: lui, il suo corpo attoriale, il suo guardare in macchina, la sua passione per il racconto, il suo essere un raffinatissimo e abilissimo imbonitore, in ossequio a una radicale rarefazione e astrazione dei mezzi, necessaria per mancanza di soldi ma comunque molto simile a quella del palcoscenico elisabettiano.

La stessa sensazione l’abbiamo provata qui alla 14esima edizione del festival I Mille Occhi di fronte a Ritorno al paese, film di dieci minuti diretto da Ermanno Olmi nel 1967 e prodotto dalla Rai per il programma Quest’estate. Anzi, per usare la parola chiave di questa edizione del festival, è un’apparizione quella cui abbiamo assistito, l’apparizione di un episodio poco raccontato e celebrato di Olmi, anche per la sua stessa natura di film ‘piccolo’, e che invece ci pare possa e debba essere posto tra i vertici della sua filmografia.
Il meccanismo narrativo di Ritorno al paese è di disarmante semplicità – e dunque già in questa sua naturale dinamica si accosta al nucleo del cinema di Olmi – e fa affidamento alla figura e alle parole di Mario Rigoni Stern, coinvolto sia come interprete che come autore dei testi. Il film è infatti incentrato su un breve allontanarsi in città (Milano nello specifico) e su un – di poco successivo – ritorno a casa dello scrittore nato nel 1921 ad Asiago.
Dopo la brevissima introduzione di una voice over oggettiva che presenta in poche parole l’autore di Il sergente nella neve, è dunque proprio la voce di Rigoni Stern a commentare quel che gli vediamo fare: passeggiare con il cane, uscire dalla sua casa, andare in città, restarvi qualche giorno, poi ritornare indietro in corriera, riconoscere i compaesani, essere accolto dalla moglie e dal figlio.
Di fronte a queste azioni, la malinconia ci pervade immediatamente: non si tratta però di una malinconia dettata da un qualche facile didascalismo (come, ad esempio, un banale fastidio verso i ritmi tumultuosi della città), quanto da un legame intimo e naturale con la propria terra, con l’heimat, che – qualsiasi esso sia, anche eventualmente un’orribile borgata – costa fatica averlo lontano e fuori dalla vista. Ecco che, allora, partendo dallo specifico dell’altopiano di Asiago, il discorso si allarga indirettamente – quanto necessariamente – a una dimensione universale del vivere, quella per cui non si può non rimpiangere il posto in cui si è nati, perché è un istinto naturale nell’uomo. E quel che bisognerebbe sempre fare, al contrario, è trattenerne il ricordo, assaporarne i piccoli cambiamenti, accettare l’imprevisto di un incontro (il dialogo con le tre bambine è un momento che provoca un’intensa commozione) e ricondurre il tutto alla propria singola prospettiva, all’identità individuale che nasce dal luogo che ci ha dato i natali.

Certo, si potrebbero fare qui dei discorsi ben differenti, considerando ad esempio la forza e il vigore che al contrario possono avere gli sradicati da una terra e che si sostengono attraverso il dolore della lontananza e, spesso, della distruzione del proprio heimat. Ma non è questo il caso. Non è il caso di Olmi, né di Rigoni Stern che, al contrario, nell’Italia degli anni Sessanta ci ricordavano come e quanto fosse prezioso mantenere il proprio posto all’interno di un mondo in trasformazione.
Tutto questo Olmi ce lo racconta con una regia discreta quanto estremamente sottile; si pensi ad esempio a quei significativi sguardi in macchina dei passanti di Milano a commento di quanto dice Rigoni Stern (del fatto cioè che in città gli dà sollievo incrociare lo sguardo con dei bambini piuttosto che con degli adulti frettolosi). Nella sua essenzialità e nel suo segno caratteristico d’epoca allora, anche uno zoom – quello che stringe sulla casa di Rigoni Stern e sulla moglie che lo attende in cima alle scale – può darci il senso di un mondo e di un modo di concepire il cinema.

Info
Ritorno al paese su Youtube
L’intervento di Adriano Aprà sul cinema di Ermanno Olmi.
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