Anna und Elisabeth

Anna und Elisabeth

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Tra i percorsi più preziosi affrontati dalla 14esima edizione del festival Mille Occhi vi è senz’altro l’omaggio al dimenticato cineasta tedesco Frank Wisbar, autore nel 1933 con Anna und Elisabeth di una riflessione sulla sacralità, anticipatrice dell’Ordet dreyerano.

L’enigma, o della possibilità del miracolo

Un’umile ragazza di un villaggio, Anna, veglia in preghiera un morto, suo fratello, quando questi improvvisamente risuscita. Da quel momento, viene ritenuta una santa, tanto che riesce a guarire anche una ragazza di buona famiglia, Elisabeth, che a quel punto pretende che Anna doni i suoi poteri al prossimo. [sinossi]

Ancora una volta bisogna dare atto a Sergio M. Germani, direttore del festival I Mille Occhi, di aver fatto delle eccellenti scelte di programmazione: i film in cartellone di questa 14esima edizione si richiamano gli uni agli altri seguendo dei fili inaspettati, a volte di contrasto (come ad esempio per la serata di apertura con la visita del Duce a Trieste nel ’38 e con l’intervista all’anarchico Tommasini), altre di sottile quanto palese comunanza (il percorso tra il fascismo iper-propagandistico di Camicia nera del ’33 e il colonialismo di Abuna Messias del ’39 e di Okiba non vendermi del ’55), altre ancora fatte di legami apparentemente più espliciti ma, se possibile, ancora più stordenti (tutto l’omaggio ad Ermanno Olmi risalendo da torneranno i prati – che si è scelto giustamente di non mostrare quanto piuttosto di usarlo come strumento di evocazione – a Ritorno al paese del 1967, passando per I recuperanti e per Il mestiere delle armi). Ma ancor più sbalorditivo per efficacia ci è parso l’accostamento tra due film tedeschi dei primi anni Trenta: Ragazze in uniforme di Leontine Sagan e Carl Froelich (1931) e Anna und Elisabeth di Frank Wisbar (1933).

Nello specifico, tra questi due titoli non vi è solo la notevole coincidenza di avere le stesse due attrici protagoniste (Dorothea Wieck e Hertha Thiele), quanto la scelta di giocare – tra l’uno e l’altro – su un rovesciamento di ruoli e di discorsi, dove se il primo è incentrato sulla sessualità e il lesbismo (e dunque su una potenziale rivolta all’ordine repressivo), il secondo – Anna und Elisabeth – si muove al contrario nel campo della sacralità e in quello di un potenziale afflato umanistico. Volendo sintetizzare, si può dire che Ragazze in uniforme è più terragno, mentre Anna und Elisabeth è quasi mistico e arriva ad avvicinarsi a certo cinema di Dreyer. Anzi, addirittura, mettendo in scena l’enigma del miracolo (divino o umano?), il film di Wisbar anticipa persino Ordet.
Umile ragazza del popolo, Anna è in grado di compiere questi miracoli inspiegabili (resuscita suo fratello, guarisce l’artrosi avanzata di una anziana), che sono visti con sospetto dalle autorità ecclesiastiche così come dall’alta borghesia. Ma della buona società fa parte anche Elisabeth che, impossibilitata a camminare sin dalla nascita, invece sa con certezza che Anna potrà aiutarla. E così accade infatti, aprendo il campo a un rapporto sempre più stretto e sempre più ambiguo tra le due donne.
Per Elisabeth, Anna diventa l’incarnazione della Madonna e viene da lei adorata in tal senso; allo stesso tempo però Elisabeth finisce per forzare la natura della ragazza, spingendola a dare tutta se stessa al prossimo e a far uso di queste sue doti per guarire potenzialmente tutti i malati della terra. Il gioco non potrà reggere a lungo e si fermerà al cospetto di un uomo che non ha fede e che Anna non riuscirà a guarire.

Una delle grandezze di Anna und Elisabeth – che poi si ritroverà anche in Ordet – è quella di non (poter) dare spiegazione razionale ai miracoli: nel film di Wisbar prima sono semplicemente accaduti, poi hanno smesso di verificarsi. Come e perché non lo sapremo mai. Ma, rispetto ad Ordet, che lavora sul percorso di riscoperta della fede, Anna und Elisabeth lascia sgomenti, impreparati e più che sulla fede religiosa sembra voler riflettere sulla fede nell’Altro. Le persone che vengono guarite infatti – a parte il fratello che non vediamo mai in scena da vivo, e dunque la sua resurrezione appare ancora più misteriosa – hanno una cieca quanto irrazionale convinzione nei poteri di Anna. Si stabilisce tra loro e Anna un’empatia che travalica il concetto consueto di sacralità. Ecco dunque spiegato il motivo per cui Elisabeth, nel pretendere da Anna una dedizione assoluta verso l’altro, fraintenderà la ‘missione’ della ragazza, che non è quella di rivolgersi a una collettività, quanto quella di stabilire una comunione d’intenti solo con dei singoli (come ad esempio il giovane oste con cui è fidanzata). Anna crede, crede forse più degli altri (più del prete, ad esempio), ma non lo sa finché compie i suoi miracoli. A quel punto, diventata troppo consapevole di sé, non riesce più, perché capisce che i suoi poteri le imporrebbero un ruolo sociale salvifico, e forse, invece, ha finito per smettere di credere. Perché infatti deve essere lei e non Dio a guarire?

Sono tante le possibili chiavi di lettura di Anna und Elisabeth probabilmente perché questo film, prima ancora che sulla fede cristiana, vuole ragionare sulla fede spettatoriale, sull’accettare o meno degli eventi che accadono e a cui non si può – e non si vuole – dare spiegazione. Ed è qui, forse, il nucleo disturbante del film di Wisbar e ciò che dunque affascina maggiormente.
È forse inoltre interessante notare come si possa rintracciare un altro possibile legame tra Ragazze in uniforme e Anna und Elisabeth: il tentativo di scardinare la divisione in classi. Nel primo infatti un’allieva si innamora dell’insegnante, nel secondo una popolana finisce per essere vista come oggetto di adorazione da una ragazza di buona borghesia. E allora non sono tanto il lesbismo o la santità ad apparire inaccettabili in questi due film, quanto il fatto che queste tensioni portino a mettere in discussione le regole sociali. Ed ecco che perciò in entrambi si può cogliere un indiretto riferimento a quanto si agitava nella società tedesca dell’epoca, dove il nazismo avrebbe portato a una militarizzazione di ogni aspetto del vivere finendo per distruggere la concezione tradizionale di divisione in classe e asservendola a una folle ideologia.

Vale la pena di soffermarsi, infine, sulla messa in scena di Anna und Elisabeth: se da un lato vi si coglie l’incertezza tipica dei primi anni del cinema sonoro (quella di non saper gestire ancora alla perfezione il montaggio parallelo, che nel muto si reggeva su un concatenamento esclusivamente visivo), dall’altro il vero punto di forza registico del film è giocato sui primi piani delle due protagoniste, riprese spesso insieme quasi in dettaglio e come colte in un progressivo processo di osmosi. E anche qui, se pensiamo al meccanismo di rispecchiamento femminile che sarà tipico del cinema di Bergman, ci si può rendere conto di come andrebbe rivalutato il nome di Wisbar nella storia del cinema.

Info
Il sito del festival I Mille Occhi.

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