Come, quando, perché

Come, quando, perché

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Per la nostra serie Un Pietrangeli al mese, in attesa della retrospettiva che gli verrà dedicata al prossimo Festival di Roma: Come, quando, perché è l’ultimo titolo della filmografia di Antonio Pietrangeli, che morì durante le riprese. Concluso da Valerio Zurlini, il film ha finito per rappresentare un punto d’innesto tra i due registi.

Durante un ricevimento Paola conosce Alberto, in affari con il marito Marco, industriale rampante. Alberto si innamora di Paola e si dichiara ma lei lo respinge. La donna parte per una vacanza in Sardegna dove dovrebbe essere raggiunta dal marito, che in realtà non arriverà mai. Giunge invece Alberto cui Paola finisce per cedere. I due continuano a frequentarsi per un po’, tornati in città, ma alla fine Alberto si rassegna a non poter dividere la donna con Marco e torna in Argentina, dove risiede. Paola passa momenti di sconforto. Ritroverà la serenità nella riconciliazione piena con il marito… [sinossi]

La solitudine femminile, il rapporto conflittuale tra i sessi, il ritratto di donna, il suo ruolo subordinato in una società tritacarne che macina tutto, il ruolo della moglie annoiata, prefissato anche nel tradimento, quello che voleva vedere Andrea Artusi/Ugo Tognazzi in Il magnifico cornuto – e non c’era ma ci sarebbe stato alla fine – e che non vuole vedere Marco/Philippe Leroy – e c’è. Questo è il canovaccio di Pietrangeli in Come, quando, perché (1969), il suo lascito, perfettamente in linea con il suo cinema, su cui si innesta il cinema dell’algido amour fou balneare, cifra stilistica di Valerio Zurlini.
Pietrangeli si conferma come uno dei pochi registi del cinema classico italiano, con il Germi di Signore & signori e il suo ritratto del Veneto, a saper navigare nel profondo Nord dell’Italia, traino del boom economico, punta di diamante di una società sempre più opulenta e gretta che fa il paio con la società dello spettacolo di Io la conoscevo bene.
Dopo la Milano di Nata di marzo, la Brescia de Il magnifico cornuto, il paesaggio padano de La visita, Pietrangeli approda a Torino, centro industriale e humus di un capitalismo più rampante, popolata da una società altolocata come quella raccontata nel film. Così è subito enunciato l’ambiente sociale.
Dopo il flashback di Marco, ricordo di turbamenti erotici giovanili, poi ripreso, siamo a una festa di battesimo. E più avanti ci sarà il compleanno di una vetusta zia. Il contesto sociale è subito chiarissimo. Una reggia. Un mondo patriarcale, dinastie famigliari dove ricchezze e affari sono ereditari – siamo sempre nella Torino sede della famiglia simbolo del capitalismo italiano e che porta ancora i segni del suo passato regale sabaudo –, dinastie e genealogie complesse e numerose, rampolli dell’aristocrazia. Che Marco non fosse un self made man, come del resto neanche Alberto, era già chiaro dallo sfarzo della sua gioventù mostrata nel flashback, in una lussuosa casa padronale rivestita di quadri, che sembra quella di La ragazza con la valigia.
Un mondo che si rivela subito per il cicaleccio femminile, per le donne relegate al ruolo di comari, a occuparsi di poltrone e tappezzeria – tappezzeria esse stesse –, parcheggiate dai mariti il cui compito è invece quello di accumulare ricchezza. Variante più aristocratica del mondo dei cappellai e dei bottegai di Il magnifico cornuto. Ricchezza che per essere accumulata comporta l’inseguimento dell’innovazione, antitesi di un mondo conservatore che celebra i suoi fasti come tale.
Marco e Alberto, il secondo arrivandoci come un hobby temporaneo, si occupano, a fine anni Sessanta, di “computers e macchine elettroniche”. Marco sentirà il bisogno di dedicarsi alla tutela dei beni ambientali, cadendo ancora in contraddizione. Prendendosela con un progresso che pensa solo a far strade deturpando il paesaggio, Marco si scaglia quindi contro le fondamenta stesse dei principi del capitalismo e del consumismo da cui trae linfa. E la preoccupazione dei danni del turismo di massa a Capri rivela invece la tutela, più che dell’ambiente, di privilegi di classe, di mantenere i beni paesistici per una fruizione elitaria, contro la crescente massificazione.

Una donna sola, triste, annoiata è Paola. Un ritratto pietrangelesco che, come si diceva, va comparato, per il tema dell’adulterio a Il magnifico cornuto. Per suo marito lei assume il ruolo di semplice ornamento. Marco non si preoccuperà minimamente, né sospetterà, di essere un magnifico cornuto. Mentre lui per primo, proprio come Artusi/Tognazzi, a sua volta la tradisce. Lo vediamo, nella sua posizione dominante, nel suo ufficio dei piani altissimi, telefonare a Lucy, che si rivelerà essere una prostituta d’alto bordo. E con un montaggio analogico, la regia lo mostra, nella scena successiva, a commentare con Alberto di un comune conoscente che ha una relazione con due donne contemporaneamente. Lui è possibilista, sono cose diverse, mentre per l’amico è una cosa impossibile (un dialogo che sta lì ad enunciare come si svilupperà la storia). Come sarà evidente più avanti, Paola non si era finora mai innamorata in vita sua. Il matrimonio con Marco sarà stato evidentemente combinato e, tra i due, la relazione si deve essere improntata subito nella fredda routine. Non hanno mai vissuto un briciolo di autentica passione. Marco similmente è con la moglie la negazione dell’erotismo, tanto che lei arriverà a capire che per lui si tratta di un semplice fatto fisiologico; Lucy serve, come la moglie, a mantenere un cliché, se non a fuggire, nell’arredamento psichedelico della sua stanza d’appuntamenti, al suo mondo fatto di severi edifici stuccati e riempiti di altisonanti quadri. Il suo disinteresse per Paola si mostra quando la illude di raggiungerla in vacanza in Sardegna, mentre non ne ha la minima intenzione.
E la sua vita sessuale viene riepilogata dal secondo flashback – che parte come in montaggio analogico dopo la battuta di Paola che riconosce la loro routine a letto – e nei successivi: l’iniziazione a luci spente da parte della ragazza ospite, che di giorno detestava e voleva fare allontanare, la sarta e le prostitute. A ogni incontro sessuale sembra ossessionato dal prendere un libro come una via di fuga. Sembra che la moglie gli serva solo come una base da cui poter trasgredire. La sua competizione con Alberto per Paola è lasciata come persa in partenza, costruita su continue e speculari fughe in avanti e indietro, sui loro falsi movimenti, continui rinvii: Marco continua a rimandare per finta l’arrivo in Sardegna sapendo che non ci andrà, Alberto rinvia all’infinito il suo ritorno in Argentina.

La vacanza in Sardegna sarà galeotta per Paola e Alberto. Lei proverà finalmente quel trasporto amoroso che la vita finora le aveva negato. Qui siamo nel terreno prediletto di Zurlini che fa deflagrare la sua classica tempesta di passioni. Passioni e amori impossibili, triangoli sentimentali che arrivano al quadrilatero coinvolgendo anche i turbamenti lesbici dell’amica di Paola. La situazione è a lungo covata, fin dalla – simbolica – partita di tennis in doppio. E da un momento in cui Paola disquisisce sulla mercificazione del sesso sempre più dilagante, sul sesso senza amore e sull’amore senza sesso, argomenti in voga nel clima pieno di liberalizzazione dei costumi dell’epoca. Ragionamenti chiosati da Alberto con un “vedo che l’argomento l’appassiona”.
I momenti di danza, le scene di ballo, le canzonette pop appartengono al repertorio tanto di Pietrangeli quanto di Zurlini. Si pensi solo a quella, umiliante, di Ugo Tognazzi in Io la conoscevo bene.
Ma il lungo momento di ballo, anticipatore dello scatenarsi della tempesta d’amore, sulle note di Prendi prendi di Gianni Morandi (“Siamo fatti l’uno per l’altra (…) / Prendi prendi quello che vuoi, / bere l’amore viene e va”), è un puro momento zurliniano. Cifra stilistica di Zurlini infatti sono i momenti in balera dove si incrociano i percorsi e le tensioni amorose latenti, dove si dirimono e incanalano le passioni, dove si buttano le carte da gioco dei giochi d’amore, tra gli sguardi e gli inviti, tra coppie che si alternano a ballare e personaggi che rimangono a far da tappezzeria a bordo pista. Questa scena non può che essere attribuita a Zurlini, che la usa come firma, avendo costellato il suo cinema da momenti analogamente costruiti che confluiranno nella magistrale discoteca di La prima notte di quiete, nella musica di Domani è un altro giorno.
E qui, in Come, quando, perché, abbiamo Paola e Alberto seduti a chiacchierare con l’amica Ingrid che si avvicina, e che a sorpresa inviterà a ballare Paola invece di Alberto. Le note di Prendi prendi saranno poi riprese in una scena della parte finale, con una situazione a tre, in cui comincia il declino della storia di Paola e Alberto che è vestito con un cappotto cammello anticipatore di quello di Daniele Dominici/Alain Delon di La prima notte di quiete.

Anche il viaggio successivo, alla scena del ballo di Come, quando, perché, è un momento del tutto zurliniano. Passaggio in un percorso di innamoramento, vede i due personaggi confrontarsi di fronte alle vette dell’arte, San Marino in Estate violenta e Piero della Francesca in La prima notte di quiete. E qui siamo in un villaggio deserto sardo che suggerisce ad Alberto riflessioni escatologiche.
Il passo successivo nel count down ormai quasi allo zero verso l’esplosione della passione, sarà una scena conturbante: Paola guarda i fuochi d’artificio – pensiamo a quante volte i fuochi d’artificio sono stati usati come riferimento sessuale al cinema, da Caccia al ladro a Gola profonda – e si denuda. Arriverà poi la telefonata fatale. In uno dei rapporti sessuali successivi con Alberto, dirà essere la prima volta che fa l’amore in pieno giorno. È semplicemente la prima volta che fa davvero l’amore, come Rossana sulla spiaggia con Carlo in Estate violenta.

Come leggere la parte finale, che vede tutti i passaggi inversi in un ritorno all’indietro, alla ricomposizione dello status quo iniziale, con il ricongiungimento di Paola e Marco? Un trionfo di quei principi morali che la donna pensava di essersi scrollata di dosso? Un arrendersi alla preordinata vita borghese che non può essere intaccata nella grande e coesa famiglia dove l’obiettivo è raggiungere le nozze d’argento? Tutto può essere ma il passaggio è in realtà un’ulteriore inversione dei ruoli. Ora è Marco a diventare l’amante, a rappresentare la trasgressione rispetto a un rapporto di corpi ormai saturato. “L’amore fisico ha dei limiti, quando finisce tutto, finisce che ti innamori” dice Alberto. Un’inversione dei ruoli che passa, nel percorso di Paola, attraverso la tappa di una metaforica scena in una sala cinematografica, lo storico Cinema Romano di Torino, dove assiste a un film in cui si identifica – come quando Adriana Astarelli/Stefania Sandrelli di Io la conoscevo bene si vedeva in uno spot sul grande schermo – e sfugge a un pretendente in sala (quasi sapesse dei facili costumi di Paola come si può vedere al cinema) mostrando anche il fascio di luce del proiettore, l’elemento primario, generatore dell’illusione cinematografica.
L’ultimo film di Antonio Pietrangeli segue, dopo quattro anni, Io la conoscevo bene, film che porta all’apice un sistema di narrazione a scatti, a blocchi non raccordati. La narrazione di Come, quando, perché è veloce, secca, ellittica, essenziale, diretta. Salta tanti passaggi ridondanti che qualsiasi altro regista metterebbe come sottolineatura o complemento. Paradossalmente però il film soffre di eccessi didascalici nei dialoghi, secondo psicologismi quanto mai espliciti e “telefonati”. Forse risultato della non perfettamente riuscita saldatura tra le due regie.

Info
L’inizio di Come, quando, perché su Youtube.
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1 Commento

  1. m 26/05/2016
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