Io e lei

Con protagoniste Margherita Buy e Sabrina Ferilli, Io e lei di Maria Sole Tognazzi è una commedia sentimentale lesbica che si muove abbastanza agilmente tra toni leggeri e malinconici, peccando però in una regia a tratti maldestra.

Siamo sole

Federica e Marina vivono insieme da diversi anni. Vengono da percorsi diversi, hanno caratteri e modi di vita differenti, discutono e si amano come tutte le coppie del mondo. Ma poi… [sinossi]

Di Io e lei, quarto film da regista di Maria Sole Tognazzi, è apprezzabile in primis l’approccio scelto: nel raccontare infatti la vicenda di una coppia lesbica, interpretata da Margherita Buy e Sabrina Ferilli, non si segue la linea della denuncia o della discriminazione, anzi. Le due donne formano a tutti gli effetti una coppia normale, consolidata, accettata – più o meno a malincuore – dai rispettivi membri delle famiglie di provenienza. Anche se, alla fine, è proprio sull’insicurezza del personaggio della Buy nel convivere con la propria sessualità che si muove la chiave di volta narrativa.
Si tratta, come dire, di un approccio adulto, quello scelto dalla Tognazzi, che non segue le facili lusinghe del film a tesi e della difesa a spada tratta della possibilità di esistere per una coppia siffatta. No, questa coppia c’è, esiste, la vediamo davanti a noi baciarsi e fare forse anche qualcos’altro (un qualcos’altro che viene accuratamente e troppo pudicamente lasciato fuori campo).
Ma è anche vero che questi personaggi si possono agevolmente permettere tale condotta di vita: come infatti capita nel 99% della commedia italiana contemporanea, le nostre protagoniste sono di buona famiglia, alto-borghesi (la Buy è architetto, la Ferilli è un’ex-attrice che ha aperto un locale di ristorazione slow-food), e dunque – come sappiamo – in certi strati della società, là dove il portafoglio è pieno, tutto è accettabile. E su questo punto Io e lei non riflette, non si pone – verrebbe da dire – alcun problema di classe.

Del resto, a Maria Sole Tognazzi interessa la commedia di costume, lo studio dei caratteri, sganciati da un contesto sociale. E c’è da dire che la sceneggiatura, scritta dalla regista insieme a Ivan Cotroneo e a Francesca Marciano, poggia su solide basi. Al di là di un incipit in cui la narrazione arranca vistosamente e in cui si avanza con degli sketch spesso buoni solo a tirar la risata, la vicenda infatti si sviluppa alla lunga soprattutto grazie a una bella costruzione di caratteri (non solo le protagoniste, con la Ferilli che appare molto più convincente nel côté drammatico che in quello comico, ma anche tutti i personaggi secondari, a partire da un eccellente Fantastichini nel ruolo dell’ex-marito della Buy) e grazie anche ad alcune ottime notazioni di scrittura (il ritorno in scena, fisico e simbolico, del materasso comprato insieme all’inizio del film). Non solo, la Tognazzi dimostra forse per la prima volta – visto anche il mezzo disastro di L’uomo che ama, con protagonista Pierfrancesco Favino – di saper ritrarre dei convincenti caratteri maschili: oltre al già citato Fantastichini, sono apprezzabili sia Domenico Diele nei panni del figlio della Buy che Fausto Maria Sciarappa in quelli dell’uomo ‘ritrovato’. Questo perché evidentemente la Tognazzi sa tratteggiare con un certa raffinatezza le debolezze maschili, soprattutto nel momento in cui riesce a farle osservare da un personaggio femminile.

Quel che però allora appare essere l’unico vero problema del film – un problema sintomatico – è una certa trasandatezza nella regia. Una difficoltà che appare addirittura eclatante nella prima scena in casa tra la Buy e la Ferilli, quando in un quasi-piano sequenza, le due si scambiano delle battute in maniera estremamente innaturale. Ed ecco che più avanti, si notano dei campi/controcampi risolti spesso in modo poco fluido. Non solo, a tratti anche il gioco tra interni ed esterni sembra forzato. Perché, ad esempio, non si vede mai l’esterno dello studio di architetti in cui lavora Margherita Buy, ma si insiste al contrario su un parcheggio in una piazzetta che sembra trovarsi in un luogo totalmente altro? Semplicemente perché, rispetto allo studio, si tratta in effetti di un luogo totalmente altro (uno è ricostruito e l’altro no), che la regia e il montaggio non sono riusciti a restituire come contigui.
Non vogliamo qui stare a fare le pulci al film, ma ci sembra che da queste incertezze stilistiche trapeli un qualcosa di più profondo, una mancanza generale di naturalezza, che rimanda a quanto detto già prima: vale a dire la totale de-contestualizzazione della vicenda raccontata, che non è solo simbolica e sociale ma anche fattiva, come nel caso per l’appunto dello studio della Buy. Io e lei infatti sembra venire da un altrove, che è quello di un mondo ricostruito che esibisce – involontariamente – il suo essere tale e che, a tratti, per queste sue incertezze, mette a rischio la temporanea sospensione dell’incredulità.
È questo allora che non si può perdonare al nostro cinema mainstream, questa sua estrazione para-televisiva fatta di regie frettolose, di set ricostruiti – di interni poco ‘vissuti’ e di esterni impalpabili – che è ravvisabile, seppure in qualche dettaglio, anche in questa commedia di Maria Sole Tognazzi. Ed ecco che allora persino la storia principale – la scelta sia pur lodevole di impostare il discorso sull’omosessualità senza farne un cruccio ma anzi sottolineandone l’aspetto di normalità – perde di mordente e suona in qualche modo sempre e comunque vagamente falsa, artificiale. Certo, un passo in avanti è stato fatto rispetto a quel che si vede di solito nel nostro cinema, ma di strada da fare ne manca ancora.

Info
Il trailer di Io e lei.
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