Quando le nuvole volano via

Quando le nuvole volano via

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Stupefacente e fantasmagorico Quando le nuvole volano via di Victor Fleming supera di gran lunga il tasso immaginifico de Il mago di Oz, realizzato dal regista vent’anni più tardi. Alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

Inside Douglas Fairbanks

Il diabolico dottor Metz annuncia ai suoi colleghi che ha intenzione di utilizzare un essere umano sano per il suo prossimo esperimento. La sua scelta è caduta su Daniel Boone Brown, un americano medio che sarà la sua cavia testando inconsapevolmente i “metodi moderni” di controllo mentale, con i quali il Dottore punta a condurre l’uomo al suicidio. Metz inizia dunque a “intervenire” nella vita di Brown facendogli perdere il suo lavoro, la sua ragazza e, infine, la sua sanità mentale. Sull’orlo dell’autodistruzione, Brown raggiunge in profondità le risorse basilari dello spirito umano, nel disperato tentativo di sopravvivere. [sinossi]

Non servono “tranquillanti o terapie”, il sense of humour è l’unica arma in grado di preservare l’integrità della ragione dalle angosce, dalla paura, dalle insidie della gelosia. È questo grossomodo l’assunto alla base di Quando le nuvole volano via (1919), opera prima di Victor Fleming proiettata alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone all’interno dell’omaggio dedicato al regista di Via col vento e Il mago di Oz. Fantasmagorico e rutilante, ricchissimo di invenzioni visive in grado di precorrere le future evoluzioni di effetti speciali oggi arenati su una Computer Grafica sempre più in cerca di un utopico e tridimensionale ultrarealismo, Quando le nuvole volano via è un vero e proprio piacere per gli occhi, un inno alla libertà sfrenata dell’immaginazione, da contrapporre a teorie scientifiche che sviliscono la natura umana cercando di razionalizzarne gli imprevedibili e insondabili ingredienti.
Satira ficcante di una psichiatria ancora alle prime armi, il film di Fleming è tutto costruito attorno al suo protagonista, un pirotecnico Douglas Fairbanks, qui anche produttore e autore non accreditato del soggetto del film. Fairbanks veste i panni del giovane broker Daniel Boone, il classico uomo comune statunitense, che finisce vittima di un complotto neuropsichiatrico ordito da un medico folle dal progetto scellerato: spingere al suicidio una cavia umana scelta casualmente – il nostro inconsapevole eroe – manipolando la sua mente. E in Daniel Boone, il perfido Dottor Metz trova certo un terreno fertile: l’aitante ragazzotto è infatti facile preda di una superstizione parossistica (i cui risvolti sono assai spassosi per lo spettatore), il suo lavoro da broker per la società dell’austero zio non fa evidentemente per lui, l’amore per un’artista bohemienne è funestato più che da problematiche tangibili (la ragazza è promessa in sposa a un petroliere imbroglione) dalle sue insicurezze. Rimestando nella sua testa, il Dottor Metz riesce dunque a far perdere tutto al povero Daniel, dal lavoro al nuovo amore gettando scompiglio nella sua testa e nella sua vita.

Con sapido sadismo Fleming si diverte parecchio a costruire questa tela cospiratoria intorno al suo protagonista, doppiamente “cavia”, fuori e dentro la finzione narrativa, di ogni sorta di esperimento. Si parte da una stupefacente sequenza onirica che, in accordo con la tesi anti-psichiatrica mostra come il nostro bellimbusto sia tormentato pragmaticamente dagli alimenti che ha appena ingerito, ovvero da una fetta di pizza e degli ortaggi che, in fogge antropomorfe, si agitano scompostamente nel suo stomaco, fino a dare poi la caccia ad una sua “proiezione interiore”. Il contenitore si fa dunque anche contenuto e Daniel, un po’ come in Viaggio allucinante (Richard Fleischer, 1966) e relativo remake (Salto nel buio, 1987, di Joe Dante) penetra nel suo stesso organismo per ritrovarsi, tra rallenti, accelerazioni al contrario, arditi trucchi visivi e acrobazie a fuggire da ciò che ha ingerito e che in questo momento gli provoca qualche cruccio digestivo. Magistrale è poi la scena in cui il nostro tormentato eroe si ritrova a camminare sui muri e sul soffitto di casa (sta sempre scappando da pizza, carota e altro ortaggio), in una prodezza tecnico-visiva che anticipa quella con protagonista Fred Astaire in Sua altezza si sposa (Stanley Donen, 1951) e utilizza i medesimi esperdienti scenotecnici utilizzati da William Friedkin per L’esorcista (1973): ovvero una stanza interamente ricostruita, sospesa e rotante.

Certo, è inevitabile e magari in certe occasioni anche un po’ ozioso, per noi spettatori odierni ricercare nei capolavori del passato quegli elementi che ne fanno degli ardimentosi precursori del cinema di oggi. Eppure bisogna dire che Quando le nuvole vanno via anticipa l’idea alla base del complesso, commovente e assai discusso Inside Out, pellicola d’animazione diretta da Pete Docter e Ronnie Del Carmen , in questi giorni nelle sale nostrane. Nella mente di Faibanks infatti, proprio come in quella della pre-adolescente Riley, protagonista della pellicola Pixar, i vari ingredienti hanno forme e caratteristiche antropomorfe e troviamo dunque che la ragione – incarnata da un’austera ma anche fragile donna con la tunica – è insidiata da angoscia e gelosia, per poi essere oggetto di un salvataggio all’ultimo minuto, da parte del sense of humour. Insomma, i misteri della mente umana ieri come oggi continuano a galvanizzare la fantasia di autori e spettatori ma l’importante, ci teneva a dirci Fleming, è non prendersi troppo sul serio.

Info
La scheda di Faranno a meno di me? sul sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
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