The Mollycoddle

The Mollycoddle

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Presentato alle Giornate del Cinema Muto all’interno della personale sugli esordi di Victor Fleming, The Mollycoddle è il secondo film del regista che avrebbe poi raggiunto i fasti con Via con vento e Il mago di Oz. Commedia brillante con grande mattatore Douglas Fairbanks nei panni del rampollo di una famiglia di successo che, proveniente dall’Arizona, gozzoviglia a Monte Carlo.

Il pueblo unito

Richard Marshall V, discendente da una famiglia di allevatori dell’Arizona e i cui avi sono sempre interpretati, come lui, da Douglas Fairbanks, è uno “straniero americano” educato in Europa, che trascorre il suo tempo a Monte Carlo. Qui si imbatte in un contrabbandiere di diamanti e in un’avventura che lo riporterà negli USA, nel Deserto Dipinto tra i nativi americani della tribù degli Hopi. [sinossi]

Quante volte abbiamo sentito dire che il primo western in cui gli indiani sono buoni è Il soldato blu, film del 1970. Affermazione del tutto priva di fondamento che dimostra solo l’ignoranza cinematografica di chi la pronuncia. Equivoco che nasce anche dal prendere in considerazione solo il western del sonoro, quello che si conosce di più, quello classico. Ma il genere americano di frontiera è un genere squisitamente del muto e la sua appendice sonora è stata solo un revival. E i western del muto sono, nella maggioranza dei casi, a favore degli indiani, o, come meglio definirli, dei nativi americani.
Non fa eccezione The Mollycoddle – presentato all’interno dell’omaggio a Victor Fleming alla 34esima edizione delle Giornate del Cinema Muto – che pure propriamente western non è, ma è una commedia brillante che diventa un road movie che porta il protagonista da Monte Carlo a un villaggio Hopi nel Deserto Dipinto dell’Arizona. Sarà forse per l’influenza esercitata sul giovanissimo Fleming da Allan Dwan, i cui western erano rigorosamente politicamente corretti nei confronti degli indiani e da cui ha ereditato anche l’attore feticcio Douglas Fairbanks?

Qui gli indiani non sono i pellerossa stereotipati con il diadema di piume che il cinema ci ha propinato. Sono veri appartenenti alla tribù Hopi, anche connotati come tali, di cui Fleming ci fa vedere le danze tradizionali e ci porta nella vera dimensione del pueblo in cui vivono. E li fa parlare, negli intertitoli, nel loro vero linguaggio. E a riprova di questa impostazione l’aneddoto raccontato da Kevin Brownlow, secondo cui quando la troupe si recò nel villaggio Walpi risalente al Diciassettesimo secolo, alcuni tecnici iniziarono a effettuare scavi improvvisati nella riserva indiana rinvenendo reperti dell’antica civiltà nativa. Ma il regista della seconda unità, Joseph Henabery intervenne imponendo a tutti di rimettere quelle vestigia al loro posto, ritenendo quegli scavi una profanazione, e minacciando di chiedere l’intervento della polizia indiana. Vero che nel film ci sono anche indiani coinvolti nel contrabbando clandestino di diamanti, ma sono dei rinnegati, al soldo dell’uomo bianco. Non esiste dunque manicheismo.
Tutto il film si vuole giocare sul contrasto tra civilizzazione e status di uomini primitivi, concludendo con ironia che non c’è una grande differenza tra i due modi di vivere e che tante stranezze dell’uomo moderno, come ballare il charleston, non sono altro che un residuo di ancestrali abitudini tribali. E Fleming gioca a creare buffi e arditi contrasti. Il villaggio Walpi, nel Deserto Dipinto dell’Arizona, è messo in parallelo con Monte Carlo, entrambi agglomerati che si ergono su una mesa o su una rocca. Vediamo il protagonista Richard Marshall V, dopo che era stato presentato come l’ultimo rampollo di una famiglia di bovari dell’Arizona, cavalcare un cavallo che sembra imbizzarrito, ma allargando il campo si scopre che è solo su una giostra e che si trova nel mondo dei nababbi di Monte Carlo.
Ancora all’interno del conflitto civilizzazione/natura si inserisce il contrasto tra Europa e America. Richard viene da una famiglia ruspante rispetto alla quale si è evoluto: con i soldi accumulati ha potuto permettersi un’educazione raffinata in Europa, tanto che gli altri americani di Monte Carlo lo scambiano per un inglese. E così anche la visione onirica di una New York dove circolano diligenze a cavallo sembra segnare il distacco, il taglio del cordone ombelicale di Richard con la madrepatria. Tutto il film si rivelerà come un viaggio del protagonista nelle sue origini ancestrali, in Arizona e nel mondo degli americani primigeni, autenticamente autoctoni.

The Mollycoddle, termine riferito al protagonista che, ci ricorda sempre Brownlow, venne usato da Teddy Roosvelt per definire una tipologia di persone cui mancava il desiderio di assaltare San Juan Hill o di combattere gli indiani, è in definitiva una commedia estremamente brillante, costellata di gag geniali. Come ad esempio la parte d’animazione che serve ad illustrare il traffico illecito di diamanti e che si conclude con un percorso in cui, ironicamente, il trafficante va a piedi da Monte Carlo ad Amsterdam; oppure quella in cui Richard, da uomo raffinato qual è, non capisce come caricare il carbone nella caldaia della nave e butta i pezzi a mano senza ricorrere alla pala; o, ancora, sempre Richard che, caduto tra i pesci, viene poi inseguito da una miriade di gatti. E poi scene straordinarie come l’inseguimento nel deserto e una enorme, gigantesca frana, mai vista in modo così realistico fino a quel momento al cinema.

Una curiosità: nelle scene girate a Monte Carlo appaiono come comparse Charlie Chaplin e Mary Pickford, ingaggiati con un compenso di sette dollari e mezzo ciascuno.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.

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