Cinema: A Public Affair

Cinema: A Public Affair

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Presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, Cinema: A Public Affair, non è solo un documentario sul destino del Museo del Cinema di Mosca, ma un vero e proprio inno al potere del cinema, della memoria, della condivisione.

Il cinema, l’ultima agorà

Un uomo a Mosca combatte per la sua visione del cinema. Un viaggio cinematografico nell’universo di Naum Kleiman, uno dei più importanti intellettuali della Russia contemporanea.[sinossi]

No, il dibattito No! Tuonava ironico Nanni Moretti in Io sono un autarchico (1976), prendendo in giro un cliché di certa sinistra nostrana, assidua frequentatrice di umidi cineclub. Erano altri tempi, certo, oggi forse quel dibattito andrebbe recuperato, magari in altre forme e con altri strumenti, dal web alla scuola pubblica, o anche nei festival, dove ancora in parte sopravvive, e poi nei musei e nelle sale pubbliche delle nostre cineteche. In ogni caso, il cinema, arte così ontologicamente aperta ad analisi e interpretazioni, non ha mai cessato di creare discussioni, partecipazione, di essere politico. A ricordarcelo è un fatto di cronaca piuttosto recente che vede nei suoi principali ingredienti proprio politica e settima arte, una vicenda troppo presto dimenticata – come sovente accade oggigiorno – dai media e che tocca ora al cinema stesso riportare alla luce, per svelarne le oscure ragioni e le successive evoluzioni. Stiamo parlando della chiusura, che tanta indignazione ha destato un anno e mezzo fa a livello internazionale, del Museo del Cinema di Mosca, ora oggetto del documentario di Tatiana Brandrup Cinema: A Public Affair. Mai titolo fu più azzeccato: il cinema come “cosa pubblica”, è insidiato dalle decisioni dissennate di un governo-regime, quello russo-putiniano, che di repubblicano ha ben poco e di scelte impopolari ne ha già fatte parecchie. Presentato ora, dopo l’anteprima nella sezione Forum della Berlinale, alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, evento che proprio negli archivi e nelle cineteche ha la sua principale sorgente di programmazione nonché il suo vessillo da difendere strenuamente, questo importante documentario segue le vicende del Museo del Cinema di Mosca e del suo curatore, Naum Kleiman, intellettuale e grande studioso del cinema di Ejzenstejn, al quale tra l’altro Le Giornate di Pordenone hanno conferito nel 1994 il prestigioso Premio Jean Mitry.

Kleiman è il principale narratore di questa storia, che ha inizio nel 1989, nel pieno della perestojka, con la nascita del Museo e della sua collezione. Nel 2004, per oscure ragioni e con la complicità del presidente del Sindacato dei Registi Nikita Michalkov, l’edificio che ospitava il Museo è stato venduto e la sua collezione letteralmente sfrattata in strada. Furono gli stessi lavoratori impiegati nell’istituto a salvare i materiali, poi depositati nei magazzini della Mos Film. Da allora, il personale del Museo organizza in vari teatri di Mosca alcune retrospettive, mentre nel 2014 Mikhalkov stesso ha designato la giornalista Larisa Solonitsyna come successore di Kleiman, nominato semplicemente “presidente” e privato dunque di potere decisionale. Dopo pochi mesi, i lavoratori del Museo hanno rassegnato le dimissioni, ma lo stesso Kleiman si è poi dimesso invitando i colleghi a proseguire il loro lavoro di conservazione. Di recente il Museo Puskin di Mosca si è offerto di ospitare l’archivio, ma si attendono ancora le decisioni governative per sapere quale sarà il futuro della preziosa collezione di materiali che comprende locandine, sculture, disegni (tra cui uno anche di Fellini) oltre che, naturalmente pellicole in 35mm..

Attraverso interviste ad intellettuali e conservatori, animatori culturali, giornalisti e registi, come ad esempio un assiduo frequentatore del Museo, ovvero l’autore di Leviathan Andrey Zvyagintsev, Cinema: A Public Affair intesse la sua accorata inchiesta, ponendosi come obiettivo, oltre alla denuncia dell’accaduto, anche la celebrazione del cinema quale prezioso contenitore di memoria.
Una nazione senza memoria perde ogni valore e possibilità di futuro, afferma una delle conservatrici del patrimonio sfrattato, mentre il suo oramai ex-direttore ribadisce nei suoi discorsi il potere rivoluzionario della settima arte, il suo imperituro richiamo alla partecipazione e il suo inestinguibile proposito di imperitura resistenza.

Anche se non particolarmente brillante nelle sue scelte di regia, forse perché pudicamente autolimitato dalla volontà di trasmettere la forza delle idee del suo protagonista, Cinema: A Pubblic Affair contiene però almeno un’intuizione decisamente brillante, ovvero quella di assimilare la storia qui narrata al destino del capolavoro ejzentejniano Ivan il terribile. È lo stesso Kleiman a suggerire la metafora: invisa a Stalin per la raffigurazione di Ivan come uno spietato dittatore la seconda parte di Ivan il terribile (1945), ovvero La congiura dei Boiardi fu censurata e resa invisibile (fino al 1958) dal regime sovietico, che impose anche la distruzione delle sequenze già girate della sua terza parte. Oggi come ieri si assiste dunque ad un atto di forza governativo, violento e dalle potenziali, gravissime conseguenze. Ma quella di Kleiman non è una lotta contro i mulini a vento e il finale non è ancora scritto. E Cinema: A Pubblic Affair dal canto suo non è un documentario necrofilo né pessimista e la sua denuncia è un monito di valore internazionale, valido ovunque ci sia un patrimonio cinematografico da preservare. In un paese come il nostro poi, dove i fondi statali vengono ancora assegnati con un “reference system” che premia anche il successo commericale, le parole di Kleiman devono risuonare forti e chiare.

Kleiman parla infatti del cinema come “agorà” e del fatto che un film inizia proprio quando è finito, nelle discussioni degli spettatori, con buona pace dell’oramai sorpassato grido morettiano. La sua concezione dell’arte è di natura – coerentemente con la sua formazione – ejzenstejniana: nell’interpretazione dell’arte non entra in gioco solo la logica, l’analisi “scientifica”, ma anche la pre-logica (il reame dei sentimenti, dell’inconscio) che ne fa una porta verso un sentire comune, dalle accezioni metafisiche quanto universali. Le opinioni di Kleiman sono talvolta piuttosto severe, specie quelle sulle commistioni tra cinema e commercio: si scaglia contro un sistema distributivo che predilige solo grandi blockbuster e ha un’idea molto precisa su Internet e la sua falsa natura democratica: il web è infatti un mare magnum in cui è difficile orientarsi senza un’apposita formazione, senza una guida. E una cineteca è una guida, lui, un possibile maestro-condottiero contemporaneo. Ma cosa faremo quando non ce ne saranno più?

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Il sito delle Giornate del Cinema Muto.

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