La bambola di carne

La bambola di carne

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Erotica, sfacciata e gustosamente anticlericale La bambola di carne di Ernst Lubitsch è una commedia esilarante e dal ritmo indiavolato. Alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.

Commediasexy

Il Barone von Chanterelle vuole dare un futuro alla sua stirpe e perciò convoca 40 fanciulle da marito nella speranza che tra queste suo nipote Lancelot possa scegliere la sua sposa. Ma Lancelot, terrorizzato dalle ragazze, fugge in un monastero. Quando i monaci ingordi scoprono che il barone offre una grossa somma in dote per il matrimonio, suggeriscono a Lancelot di sposare una bambola meccanica e di donare poi l’eredità al monastero. Il creatore di bambole Hilarius ha appena finito di fare una replica di sua figlia Ossi, ma il suo assistente la rompe accidentalmente e convince la ragazza a fingersi una bambola. Lancillotto sceglierà proprio lei, senza sapere che è di carne. [sinossi]

Da Metropolis a Hugo Cabret, possiamo ben dire che quella per gli automi più o meno antropomorfi è una vera e propria magnifica ossessione della settima arte. Le sue radici affondano in un universo fiabesco quasi ancestrale, dove realtà e fantasia conflagrano dando luogo a metafore ora politiche, ora psicanalitiche di un certo peso. Ispirandosi liberamente al racconto di Hoffman Der Sandman, il maestro della commedia Ernst Lubitsch ha detto la sua sulla questione con La bambola di carne (Die Puppe, 1919) gustosa satira sulla misoginia edipica di un bamboccione che non ha alcuna intenzione di crescere. Se infatti esiste un’ampia narrativa di formazione per fanciulle, in stile Piccole donne, i fanciulli illibati possono di certo trarre giovamento da questa storia, che li aiuterà a vincere tutte (o quasi) le loro paure.
Protagonista del film, riproposto sul grande schermo alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, all’interno della sezione Il canone rivisitato, è il giovane Lancelot (Hermann Thimig) unico erede del Barone von Chanterelle (Max Kronert). Dal momento che il Barone si sente prossimo alla morte, desidera dare prosecuzione alla sua stirpe facendo sposare l’imberbe rampollo. Ma quando Lancelot si ritrova faccia a faccia con uno stuolo di fameliche pretendenti, preferisce saltare dalla finestra e correre a rifugiarsi in un convento. Qui lo accoglie un gruppetto di frati poco propensi alle dure regole della vita monastica, molto più interessati, invece, a rimpinzarsi di ogni ben di Dio. Quando i religiosi scoprono che Lancelot erediterà un’ingente somma dallo zio solo se accetta di sposarsi, suggeriscono al ragazzo una scappatoia dai temuti doveri coniugali: basterà acquistare dal bizzarro inventore Hilarius una delle sue bambole meccaniche e far credere allo zio che si tratti di una ragazza vera. Una volta sposata la bambola, l’illibatezza di Lancelot non verrà intaccata, mentre l’eredità del Barone potrà andare al convento, che ne ha tanto bisogno. Peccato però che qualcosa in questo impeccabile piano clericale vada terribilmente storto. Il giovane e maldestro assistente di Hilarius rompe infatti accidentalmente un braccio alla bambola di Hilarius prescelta da Lancelot, che verrà sostituita dalla figlia in carne ed ossa dell’inventore, la vivace Ossi (Ossi Oswalda). Lancelot impiegherà un bel po’ di tempo a scoprire la verità, ma alla fin fine per lui potrebbe trattarsi di una piacevole sorpresa.

Fiaba dai toni grotteschi e dalle finalità educative, La bambola di carne è un vero e proprio gioiello di humour e anti-misoginia, governato da un Lubitsch in stato di grazia (come sempre, d’altronde). L’autore si diletta anche con una gustosa mise en abyme del suo ruolo registico, quando nell’incipit apparecchia per noi l’apposita scenografia di cartapesta, vi srotola un fiumiciattolo a serpentina e infine vi alloggia i suoi pupazzi-personaggi. Abile burattinaio con i suoi bambolotti di carne, Lubitsch dirige gli interpreti scandendo il ritmo di questa esemplare parabola e non dimentica di innestare il tutto con un malcelato erotismo e un pizzico di anticlericalismo. Spassosissima è infatti la raffigurazione degli avidi frati del convento che, intenti a mangiare pasti luculliani e a brindare con boccali ricolmi di birra, sono oggetto delle scoppiettanti stoccate di Lubitsch, in grado di far impallidire qualsiasi prodotto nostrano contemporaneo, dove l’abito talare non è più oggetto di satira da decenni. Per non parlare poi di erotismo e relativi doppisensi (uno su tutti: al nostro Lancelot viene consigliato di “lubrificare” la bambola consorte almeno due volte alla settimana) in cui Lubitsch sfoggia tutta la sua sfrenata creatività, ma che da tempo immemore la commedia nostrana evita con cura, preferendo i tormentoni del comico di turno alla satira, le bambole alla carne.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
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