Life

Come nacque il mito di James Dean? Attorno a questo tema ruota il nuovo film di Anton Corbijn, Life, che sopperisce a una scrittura poco approfondita con il potere (a tratti sterile) dell’immagine.

Jimmy Dean, Jimmy Dean

Nel 1955 si incontrarono diventando amici due giovani sul punto di dare una svolta alla propria carriera artistica. Un momento complesso per loro, quello in cui dimostrare a se stessi prima che altri altri di valere non solo per il proprio talento, ma anche per le scelte che avrebbero compiuto. I due erano James Dean, il cui film La valle dell’Eden stava per uscire nei cinema, e il fotografo dell’agenzia Magnum Dennis Stock. A quest’ultimo venne commissionato un servizio fotografico sull’attore stella nascente di 23 anni… [sinossi]

Venti e forse più anni fa, a Roma venne organizzata una mostra di memorabilia del mondo del cinema. Erano esposte locandine, foto di varia grandezza, oggetti di scena, abiti indossati dalle star. Tra questi ultimi faceva bella mostra di sé una giacca appartenuta a James Dean; di fronte a quella reliquia, protetta da un vetro, i commenti della maggior parte dei visitatori era immancabilmente lo stesso “però, quant’era basso”. In realtà il metro e settantatré centimetri che gli viene accreditato non è una misura così minuta, ma se è vero che “gli eroi son tutti giovani e belli”, è altrettanto probabile che nell’immaginario collettivo i divi di Hollywood, soprattutto quelli del periodo classico, siano anche tutti alti e prestanti. Dopotutto, nella celebre sequenza dell’alterco tra Dean e Rock Hudson ne Il gigante, la produzione fu costretta a ricorrere a un sotterfugio prospettico per rendere meno evidenti i ventitré centimetri di differenza tra i due attori…
La vita di James Dean, bruciata come la sua gioventù appena qualche mese dopo l’inizio della sua carriera di attore a Hollywood, è uno dei miti più persistenti del cinema, perché racchiude in sé l’idea del ribelle destinato a una fine precoce, che in una nazione giovane come quella statunitense nel secondo dopoguerra ha spesso trovato terreno fertile, dalle avvisaglie della beat generation fino ad alcune icone rock, Jim Morrison in testa.

Avvicinandosi a un film come Life non si può evitare di puntare l’accento sul nome del regista: Anton Corbijn, altrove autore di rivedibili noir dal fiato corto, ha esordito dietro la macchina da presa portando sullo schermo la vita, altrettanto breve e tormentata, del leader dei Joy Division Ian Curtis. A distanza di anni Control rimane il titolo più luccicante della carriera di Corbijn, quello in cui la professione dell’artista olandese – fotografo per Vogue, Rolling Stone, Harper’s Bazaar e molte altre riviste – riesce a trovare la propria collocazione anche nel lavoro sull’immagine in movimento. Life, che narra la storia dell’incontro tra un ancora sconosciuto Dean e il fotografo Dennis Stock, in attesa di veder sbocciare la propria carriera, in qualche modo sembra la naturale prosecuzione del discorso intrapreso su Curtis e i Joy Division. L’apparenza però inganna: Life, a conti fatti, non ha un granché del film biografico. Non ha alcuna intenzione di raccontare la storia di Dean, né quella di Stock, ma cerca di raggiungere il difficile obiettivo di raggelare in un fermo immagine un istante di vita che racchiude al suo interno il senso stesso dell’America degli anni Cinquanta. Se l’affresco sui Joy Division si accontentava di narrare gioie, dolori e amori di Curtis, Life viaggia insieme ai suoi personaggi, contrapponendo un anti-divo a un uomo che invidia quella divinità che a lui non è concessa.
Senza scivolare nell’agiografia, e senza alcuna intenzione di smitizzare a ogni costo una delle star per eccellenza del sistema hollywoodiano, Corbijn non riesce però a compiere il passo ulteriore, uscendo dalla descrizione per entrare davvero nella vita. Tutto rimane in superficie, nel corso del film, dalle insoddisfazioni di Stock alla ripugnanza provata da Dean nei confronti del “sistema”; quasi che temesse di scalfire l’immagine immortalata nel tempo, Corbijn si adegua e si limita a un’opera diretta con classe, recitata con credibile professionalità, fotografata con la consueta perizia e il rispetto del “tempo”. Ma il rispetto, se non si trasforma in azione, rimane neutro, e forse ben poco indispensabile.

Info
Il trailer di Life.
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