Suburra

Suburra

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L’opera seconda di Stefano Sollima conferma le doti di un regista quasi unico nel panorama italiano contemporaneo. Suburra è un noir ipercinetico e denso, fradicio di umori, che racconta la Roma di oggi, tra malavita e neo-fascismo.

Pioggia nera

Nell’antica Roma, la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità segretamente si incontravano. Dopo oltre duemila anni, quel luogo esiste ancora. Perché oggi, forse più di allora, Roma è la città del potere: quello dei grandi palazzi della politica, delle stanze affrescate e cariche di spiritualità del Vaticano e quello, infine, della strada, dove la criminalità continua da sempre a cercare la via più diretta per imporre a tutti la propria legge. Il film è la storia di una grande speculazione edilizia che trasformerà il litorale romano in una nuova Las Vegas. Per realizzarla servirà l’appoggio di Filippo Malgradi, politico corrotto e invischiato fino al collo con la malavita, di Numero 8, capo di una potentissima famiglia che gestisce il territorio e, soprattutto, di Samurai, il più temuto rappresentate della criminalità romana e ultimo componente della Banda della Magliana. Ma a generare un inarrestabile effetto domino capace di inceppare definitivamente questo meccanismo saranno in realtà dei personaggi che vivono ai margini dei giochi di potere… [sinossi]
Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
– Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna…
– je disse er Sorcio ricco – Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co’ li fiocchi! una cuccagna! –
L’intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde ‘na trappola anniscosta;
– Collega, – disse – cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi…?
– Macché, nun c’è paura:
– j’arispose l’amico – qui da noi
ce l’hanno messe pe’ cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t’acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so’ fatte pe’ li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!
Trilussa, Er sorcio de città e er sorcio de campagna (1914)

Sono passati cento anni dalla pubblicazione di Er sorcio de città e er sorcio de campagna, una delle poesie più caustiche di Trilussa, ma la conclusione sembra ancora raccontare Roma con una certa precisione, al di là di ogni retorica: anche oggi le trappole della società sono preparate per i “micchi” (gli idioti), ed è sempre più vero che a finirci dentro sono i “sorcetti poveri”, non certo quelli ricchi. Chissà cosa penserebbe oggi Tarquinio Prisco nell’apprendere che la Cloaca Maxima, la mastodontica opera di “ripulitura” della città che portava le acque sporche dalla Suburra fino al Tevere attraversando l’Urbe, è diventata sinonimo dispregiativo di Roma. Chissà cosa penserebbero Giulio Cesare e Marziale nello scoprire che il luogo in cui abitarono, la Suburra, è ora utilizzata come metafora del traffico illegale, dello scambio di favori sottobanco, della criminalità che si cela sotto la magnificenza – strutturale – della capitale.
Suburra, che era il quartiere più popoloso e popolano di Roma, dove l’umore del popolo riusciva a raggiungere ancora i seggi del senato, è ora l’immagine di una città inondata, sbandata, abbandonata al proprio destino. Inondata come la livida Roma descritta da Stefano Sollima nel suo ritorno alla regia cinematografica, a tre anni di distanza da ACAB – All Cops Are Bastards; già nella storia dei celerini Sollima aveva messo a fuoco una città inospitale, fredda, grondante umori tra i più detestabili (a partire dalle simpatie fasciste dei protagonisti), smarcandosi dall’immagine stereotipata, pressoché standard, che il cinema italiano rimanda di Roma.

Quella Roma dalla dominante bluastra sprofonda nel nero soffocante di Suburra. Il nero della pioggia che anticipa l’Apocalisse, il nero dell’animo di persone/personaggi privi del benché minimo scrupolo, il nero che lega il politico Malgradi e il criminale Samurai, entrambi ex-Nar, come l’amico di un tempo appena uscito di prigione, il camerata che gli anni in gattabuia se li è fatti mentre fuori i suoi sodali iniziavano a spartirsi la torta. Ora che è fuori, una fetta la vorrebbe anche lui, ma ci pensa una provvidenziale automobile a fargli rivedere questa ipotesi. Per sempre. “Sei stato tu?”, chiede Malgradi a Samurai, ma la risposta la conosce già. “È stata Roma”. Un botta e risposta facile, retorico. L’inevitabile retorica di chi ha già tutto sotto controllo. L’odiosa retorica di chi non ha più di che sorprendersi. Neanche la rinuncia del Papa al pontificato potrebbe far sgranare gli occhi fuori dalle orbite a Samurai, uno che per mestiere lo Stato se lo porta a spasso nel taschino dopo aver giocato a fare la rivoluzione fascista attentando allo Stato. Il suo è il personaggio meno scritto (o peggio scritto, il risultato non cambia) di Suburra, quello più codificato e “banale”, perché non può essere che così. È l’uomo-ovunque, che si cela nell’ombra ma tutto manovra. L’occulto gestore di un gioco pericoloso. È la chiave di Suburra, ma non ne rappresenta in alcun modo il centro nevralgico.
A Sollima interessa più che altro lo zoo umano che gravita attorno a quest’asse: il nevrastenico Malgradi, che vorrebbe fare il gradasso con la sua croce celtica al collo ma alla Camera è manovrato da chiunque, disprezzato dai colleghi di partito, tenuto in scarsa considerazione dall’assemblea parlamentare. Si può rifare solo sulle prostitute che porta in albergo ogni notte, ma anche quando qualcosa va storto non ha la minima idea di quel che deve fare. E ne paga le conseguenze… Quasi tutti i personaggi descritti da Bonini, De Cataldo, Petraglia e Rulli vorrebbero alzare la voce, ma preferiscono tenerla bassa, se questo vuol dire far parte del giro d’affari che dovrebbe investire il litorale romano. Sono gli insubordinati, i cani sciolti come lo “zingaro” Manfredi Anacleti – sorprendente l’interpretazione di Adamo Dionisi, che qualcuno ricorderà in Good Morning Aman di Claudio Noce – o l’eroinomane Viola, a mandare all’aria la prassi, improvvisando. In un sistema che è un circuito chiuso, l’improvvisazione rischia di diventare bomba. E una bomba non è mai facile da gestire.

Per quanto cerchi di incastrare tutto, in un meccanismo congegnato alla perfezione, non è la sceneggiatura il punto di forza di Suburra. Anzi, a volerla spogliare strato per strato, non c’è dubbio che si possano trovare forzature o incongruenze. E c’è chi, nell’universo critico, si è già divertito a farlo, a pochi minuti dalla fine dell’anteprima stampa. Certo, se da un punto di vista mediatico la casuale convergenza tra un film che parla del degrado di Roma e la squallida vicenda che ha visto il Campidoglio al centro del dibattito – e della ciarla – politica può favorire il risultato commerciale del prodotto, dall’altro grava gli sguardi di chi vi si avvicina, li incattivisce, li distoglie da ciò che dovrebbero davvero vedere. Suburra è senza dubbio un film politico, ma lo è nell’accezione più libera e ampia del termine. Racconta gli intrallazzi in atto tra governo di centro-destra, un sindaco fascista e la criminalità, ma lo fa senza mai rinunciare al racconto popolare. Come il tanto vituperato Romanzo criminale di Michele Placido, anche Sollima sceglie la via della narrazione attraverso il genere, e non abdica mai – rispetto a certe deviazioni del percorso operate da Placido nel suo film – da questo diktat.
Oggi come quarant’anni fa in molti preferirebbero che il cinema di genere rimanesse nel suo cantuccio, senza permettersi sguardi d’insieme o fotografie della “realtà”. Finché Sollima si preoccupa di mettere in scena quattro celerini tutto va bene, quando invece alza il tono del discorso, e allarga la visuale, qualcosa inizia a non tornare. Nelle comodità del cinema italiano, chi in questi ultimi anni ha osato mettere in scena l’orrore di una nazione caduta nel baratro dell’illegalità, del pressapochismo politico, del gioco di potere? Anche nei suoi istanti più ispirati, o di maggior successo, la produzione italiana ha preferito languire su terrazze intellettuali, guardando lo sporco tracimare sotto di lei senza mai sporcarsi le mani. Sollima immerge il suo film nell’acqua che esce dai tombini intasati, non si priva di nulla, non lascia fuori campo per scelta nulla.
Perché una cinematografia che per pudicizia (a volte; più spesso per convenienza) relega tutto fuori dalla messa in quadro, può essere presa d’assalto solo in due modi: o radicalizzando ancora di più l’estetica, uscendo una volta per tutte dal quadro e astraendosi, oppure tirando dentro tutto ciò che si può “vedere”. Suburra non lesina in sparatorie, accoltellamenti, minacce di morte, pestaggi. Favino nudo, sotto la pioggia, che urina sulla città dal balcone d’albergo è un’immagine che può disturbare, può perfino schifare lo spettatore (e il critico), ma forse in questo momento è utile. Doverosa. Là dove lo script si muove strizzando l’occhio alle dinamiche di molti serial televisivi – non ultimi 1992 o, ancor più, Romanzo criminale e Gomorra – Sollima reagisce con una regia pienamente cinematografica, per ritmo e costruzione delle sequenze.
Negli anni Settanta coloro che sarebbero poi diventati gli “eroi del poliziottesco” (per quella stanca abitudine di riconoscere il valore solo nel post-mortem) venivano dileggiati, accusati di “fascismo”, trattati come reietti del cinema. Oggi si rischia di commettere lo stesso errore. A volte per pudicizia, più spesso per convenienza.

p.s. Cercare, come hanno fatto alcuni, di mettere in relazione Suburra e Non essere cattivo, è operazione oziosa e priva di qualunque fondamento. Se si esclude il riferimento a Ostia, presente in entrambi i film, tra Sollima e Claudio Caligari non esiste alcun punto di contatto, né per l’umanità che indagano né per la Roma che si vuole raccontare per immagini.

Info
Il trailer di Suburra.
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