Intervista a Jay Weissberg

Intervista a Jay Weissberg

Critico cinematografico per Variety, Jay Weissberg dal prossimo anno succederà a David Robinson alla direzione delle Giornate del Cinema Muto. Lo abbiamo intervistato per parlare con lui del modo in cui intende svolgere il suo incarico e delle sue passioni: Griffith, il cinema arabo e il 35mm.
[La foto è di Paolo Jacob]

La direzione delle Giornate del Cinema Muto, a partire dal 2016, ti è stata affidata dal vecchio direttore, David Robinson, che quest’anno ha concluso il suo mandato iniziato nel 1997. È andata così? Hai pubblicato qualche volume sul cinema muto?

Jay Weissberg: Sì, è stata una proposta che mi ha fatto David un po’ di mesi fa e ho subito accettato. Ne sono molto lusingato. Non ho scritto libri sul cinema muto, ma diversi saggi sì. E ho curato il programma di due rassegne qui a Pordenone, una nel 2009 che si chiamava “Sherlock e gli altri”, dedicata ai vari film che sono stati fatti con protagonisti dei detective non solo nell’ambito del cinema angloamericano, ma anche cecoslovacco, danese, ecc. Poi lo scorso anno sono stato uno dei curatori del programma sui fratelli Barrymore. Quindi ho collaborato anche con Il cinema ritrovato di Bologna e partecipo a un progetto che si chiama Ottoman Film Project. Si tratta questa di una ricerca sulle forme di cinema che si facevano al tempo dell’Impero Ottomano. L’intento è quello di trovare cosa sia rimasto delle immagini filmate all’interno di quel territorio così ampio, in un periodo storico che va dagli albori del cinema fino al 1922, quando l’impero Ottomano ha smesso di esistere. Il progetto si propone di trovare non film di fiction, ma documentari, testimonianze filmate di ogni popolo e territorio che faceva parte di quello stato sovranazionale, dagli Armeni all’Iraq, ma anche – per esempio – dalla Bosnia o dalla Bulgaria. E non vogliamo solo compilare un database, intendiamo anche portare questi film nei luoghi in cui sono stati realizzati all’epoca, accorpandovi l’opportuna con dei programmi con musica dal vivo, per dire: “Questa è la vostra storia”. La maggior parte di queste immagini sono completamente sconosciute. Per esempio, un mese fa ho organizzato un programma a Copenhagen per un festival e ho mostrato un breve film ambientato a Gaza, che avevo scoperto all’Imperial War Museum a Londra. Durante la Prima Guerra Mondiale, a Gaza ci sono state tre terribili battaglie e in questo filmato del 1916 si assiste a delle immagini incredibili. A ripensarci mi vengono ancora i brividi per quello che si vede. Dura appena dieci minuti, ma è un qualcosa che ti resta addosso per quanto è drammatico: si vedono i bombardamenti, le moschee che crollano…

E tra l’altro, da come mi racconti, si tratta di immagini, purtroppo, anche molto attuali, visto quello che ancora succede a Gaza…

Jay Weissberg: Esatto. Poi, ad esempio, abbiamo anche un film del 1924 con un bombardamento a Damasco ad opera dei francesi. E anche quelle sono immagini molto tragiche e di tremenda attualità.

Chi faceva materialmente queste riprese?

Jay Weissberg: Di solito erano operatori europei, spesso francesi o inglesi. In Libia, c’erano anche degli italiani, ovviamente, che facevano gli operatori.

C’erano anche operatori arabi?

Jay Weissberg: Sì, ma erano pochi, pochissimi. Quest’anno ad esempio a Bologna, sempre al Cinema ritrovato, è stato programmato un omaggio dedicato al primo regista arabo della storia, Albert Samama Chikly, che era originario della Tunisia ed era anche ebreo. Ha lavorato per i Lumière e per tanti altri, anche per l’esercito francese durante la Prima Guerra Mondiale. Sono state ritrovate più di cento ore di materiale girato da lui, in battaglia, nelle trincee, in Belgio o in Francia. E poi, dopo la guerra, ha diretto il primo lungometraggio di finzione nella storia del cinema africano, Zohra (1922). Fu un vero pioniere del cinema.

Nell’Ottoman Film Project c’è anche l’intervento anche del governo turco?

Jay Weissberg: No, come purtroppo si può leggere dai giornali anche in questi drammatici giorni, è un momento particolarmente difficile per la Turchia. Nello specifico, io come critico cinematografico mi occupo molto di cinema turco e, più in generale, di cinema arabo. E attualmente, anche in Turchia, ci sono grandissimi problemi con la censura. C’è da essere preoccupati per la libertà dei giovani registi, non solo per la censura governativa, ma anche per le forme di auto-censura cui vieni spinto per la situazione restrittiva che si vive da quelle parti e che ti porta ad evitare di parlare di certe cose.

Già, per fortuna però proprio in questi giorni esce in Italia un titolo che al contrario ha evitato di porsi problemi di auto-censura: Much Loved, film sulle prostitute marocchine, che sta creando scandalo nel mondo arabo e che – proprio in Marocco – è stato vietato.

Jay Weissberg: Sì, ho scritto di questo film già da Cannes. E mentre lo vedevo, ho pensato sin dai primi minuti che una distribuzione in Marocco sarebbe stata impossibile. È un film coraggioso, l’ho apprezzato molto. E, anche se proibito, allo stesso momento è facile immaginare che sarà il film recente più scaricato dalla rete in Marocco e in tutti i paesi arabi.

Per tornare al cinema muto, qual è il tipo di cinema che preferisci, o quello che hai scoperto per primo?

Jay Weissberg: Griffith, senza dubbio. Mi ricordo benissimo quando avevo appena dieci anni e seguii un ciclo di proiezioni sulla televisione americana. Un ciclo che veniva presentato da Lillian Gish. Erano, credo, otto film, tutti diretti da Griffith, c’erano titoli come Orphans of the Storm Broken Blossoms. Rimasi completamente incantato. Non ho mai visto cose così, completamente visionarie e allo stesso tempo perfette, perché Griffith aveva raggiunto la purezza della forma. Secondo me dai suoi film traspare l’arte del cinema nella sua essenza. E quindi da quel momento mi sono appassionato del cinema muto e di tutto il cinema in genere.

A proposito di purezza della forma, sono rimasto sbalordito da un film come Mantrap – visto per l’appunto quest’anno alle Giornate del Cinema Muto – che praticamente anticipa con forza il sonoro. Forse per essere perfetto gli manca solo la parola… Mentre, al contrario, ad esempio un film come L’ultima risata di Murnau aveva raggiunto un purezza assoluta che gli permetteva di rinunciare alle didascalie.  

Jay Weissberg: Sì, è vero, però quello di Murnau è un esperimento estremo. E poi anche la didascalia può essere una forma d’arte. Per restare al cinema americano, basti pensare a due figure come quelle di Anita Loos e di John Emerson, che collaborarono con Douglas Fairbanks nella fase iniziale della sua carriera e che poi continuarono a lavorare anche negli anni del sonoro. E Anita Loos per esempio ha scritto anche il musical Gli uomini preferiscono le bionde, da cui Howard Hawks ha tratto il suo celebre film del 1953. Spesso, quindi gli autori delle didascalie erano dei veri sceneggiatori. E nella scrittura negli anni del muto di Loos e di Emerson – che è stato anche regista – ci sono giochi di parole, largo uso dello slang, situazioni molto sottili e divertenti. A questo proposito, una delle mie bisnonne che arrivò dalla Germania a New York senza conoscere neanche una parola d’inglese, ha imparato la lingua leggendo le didascalie dei film. E sono sicuro che anche per altri emigranti è andata così. Infatti, una cosa che mi ha fatto sempre impressione del cinema muto è che le parole usate nelle didascalie sono anche una forma di educazione della lingua. Per non parlare poi dei casi in cui la didascalia veniva declinata in modo poetico, come ad esempio in Cabiria di Pastrone, con le didascalie di D’Annunzio.

Cosa pensi di proseguire del lavoro fatto da David Robinson in questi anni e cosa pensi di cambiare?

Jay Weissberg: David ha fatto delle cose eccezionali qui a Pordenone. Grazie a lui ci sono state delle notevoli scoperte, con una programmazione – che dopo essere stata presentata alle Giornate – ha permesso di far progredire il dibattito e gli studi intorno a diverse cinematografie. Penso, ad esempio, al cinema tedesco prima della Repubblica di Weimar o a quello russo prima della Rivoluzione russa. Tutte queste scoperte sono state fatte qui. Voglio dunque provare a proseguire questo spirito di ricerca. Ma una cosa importante è capire che il festival non è dedicato solo agli studiosi e agli archivisti. Se pensi, alla proiezione di The Mark of Zorro con la sala completamente piena, allora puoi verificare come ci sia anche della passione genuina, non solo uno spirito da specialisti. C’è la gioia nel vedere i film con protagonista Douglas Fairbanks, per esempio, ma anche le commedie, non solo quelle dei sovietici, ma anche The Battle of the Century con Stanlio e Ollio che è stato proiettato sempre quest’anno, o i film di Lubitsch. Sì, è vero, siamo degli studiosi, degli accademici, ma siamo qui anche per ridere alle commedie o per piangere ai film drammatici come Les Misérables. E anche questa è una lezione di David che voglio proseguire e che vorrei provare a rendere ancora più chiara. Un’immersione nel cinema muto che abbiamo qui a Pordenone ti permette inoltre di renderti conto di quale fosse il contesto storico di allora, lo capisci dalle immagini o, per l’appunto dal tipo di linguaggio che viene usato nelle didascalie. E devo dire che ci sono tanti studiosi, non qui a Pordenone ma nel mondo, che hanno scritto dei saggi sul cinema muto, senza però avere la consapevolezza del contesto storico. Questo allora serve anche a capire come si evolveva il cinema muto e come si è evoluto dopo, nel momento in cui è diventato sonoro. Dopo aver visto Les Misérables ci possiamo rendere conto che nel 2015 in più abbiamo solamente il sonoro. La forma è la stessa, la perfezione era stata già raggiunta. E voglio specificare che non sono una persona che lavora con lo sguardo rivolto al passato, anzi il mio lavoro di critico è quello di occuparmi del cinema contemporaneo. Ma sto parlando dell’idea che conoscere il cinema muto è fondamentale per avere consapevolezza del cinema contemporaneo. Abbiamo bisogno di un ponte come Pordenone che ci permetta di collegare i due mondi.

Già, è assolutamente necessario continuare a costruire un legame tra il cinema muto e quello successivo, anche contemporaneo. E queste sono cose di cui ti rendi conto stando qui. Ad esempio, lo scorso anno abbiamo visto I Nibelunghi e abbiamo capito che gran parte del cinema fantastico viene da lì, a partire da Il signore degli anelli. Oppure vedi Quando le nuvole volano via e capisci da dove nasce un’idea come quella di Inside Out

Jay Weissberg: Assolutamente, è proprio così.

Però come farlo a capire a chi non ha l’abitudine di venire qui alle Giornate?

Jay Weissberg: Probabilmente questo è il compito più difficile che mi spetta nei prossimi anni. Ho la fortuna di poter girare molti festival come critico, frequento uno o due festival al mese. E spero di poter riuscire ad essere una sorta di ambasciatore, non solo per Pordenone, ma per il cinema muto tutto. Certo, in un certo senso, il cinema muto è una nicchia nel mondo, ma nell’ambito del cinema non è assolutamente una nicchia, è un aspetto fondamentale della storia di questa arte. Una delle cose che odio da morire è quando mi ritrovo a parlare con certi colleghi che magari mi dicono, dopo aver visto un film recente: “Ah, questa cosa è la prima volta che l’abbiamo vista nella storia”. Ma no! Non è vero! Ad esempio troppi critici giovani pensano che il cinema cominci con John Cassavetes o con Tarantino. Dobbiamo quindi combattere questa idea che i film muti siano vecchi, sorpassati. Non è così, sono nuovi, moderni. E poi, con la musica dal vivo, tutto assume un aspetto ancora più affascinante, da performance. Quindi, una delle cose che sento di più è proprio questa: trasformarmi in una sorta di missionario e andare in giro a dire che dobbiamo vedere questi film nel modo giusto, con la musica dal vivo e tutto, per capire cos’è il cinema.

Qui alle Giornate vediamo partecipare molti studiosi e cinefili stranieri, ma pochi italiani. Come si può fare per convincere anche gli italiani a venire?

Jay Weissberg: Sì, questo è un problema. La stampa italiana non ha per niente interesse nel cinema muto, perché la considera una cosa troppo particolare. Ma non è vero. Purtroppo non ho ancora una strategia in proposito, ma è un aspetto su cui dobbiamo assolutamente riflettere.

Sempre più spesso nei festival, anche qui a Pordenone, aumentano i film proiettati in digitale e diminuiscono quelli in 35mm. Non pensi che sia un compito specifico di festival come Le Giornate o del Cinema Ritrovato quello di salvaguardare la proiezione in 35?

Jay Weissberg: Sì, sono completamente d’accordo. È una cosa molto frustrante per me vedere che, non solo qui, ma in ogni festival non è quasi possibile più vedere film in 35. Su questo argomento sono un po’ old fashion e preferisco anch’io le proiezioni in 35. Purtroppo sappiamo benissimo che i restauri sono fatti in questo momento per la maggior parte in digitale, ma sarebbe più giusto che, anche dopo questi restauri, venga realizzata una copia in 35mm, non solo per la preservazione, ma anche per la proiezione. Purtroppo è una procedura tutt’altro che economica, quindi la maggior parte degli archivi ha deciso negli ultimi anni di non voler sostenere questa spesa. E, in ogni caso, io la maggior parte dei film li vorrò in 35mm e farò di tutto per averli, anche se so che la mia sarà una fatica di Sisifo e che di anno in anno sarà più difficile averli. Ma il 35mm è più vivo, ti permette di vedere i film in un modo completamente diverso.

Penso, ad esempio, alla riedizione di L’inhumaine che abbiamo visto qui. Beh, all’inizio, con quelle vedute sulla Senna non sembrava un film del 1924, ma anzi dava l’idea di essere stato girato l’altro ieri.

Jay Weissberg: Già, e sono molto triste perché le nuove generazioni non possono giudicare la differenza, visto che sono disabituate a vedere i film in un certo modo e li guardano spesso sullo schermo di un pc o, peggio, su un Iphone.

E a proposito di 35mm sappiamo che qui a Pordenone è fondamentale il contributo di Paolo Cherchi Usai, che abbiamo intervistato diverse volte e che ha una posizione molto chiara sul confronto tra pellicola e digitale.

Jay Weissberg: Assolutamente, lui è bravissimo e preparatissimo, in particolare su questo tema. Abbiamo bisogno di studiosi e di persone come lui che fanno una vera crociata per la pellicola.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
Il sito dell’Ottoman Project.

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