Lo stagista inaspettato

Lo stagista inaspettato

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La specialista di commedie romantiche Nancy Meyers propone con Lo stagista inaspettato un’opera furba quanto superficiale, incentrata su uno sguardo manicheo (e un po’ indisponente) sulla contemporaneità.

Lo stagista (s)misurato

Pensionato, da poco rimasto vedovo, Ben Whittaker risponde a un singolare annuncio di lavoro, col quale un’azienda di moda dichiara di ricercare stagisti ultrasettantenni. Assunto presso la compagnia, l’uomo viene affiancato alla giovane, temuta titolare Jules Ostin: questa inizialmente lo snobba, ma presto scoprirà nell’anziano stagista potenzialità inaspettate… [sinossi]

La carriera più recente di Robert De Niro continua a muoversi, come una sinusoide, tra progetti di diverso valore e spessore; con l’unica costante di un’evidente (e in fondo apprezzabile) attitudine all’instancabilità per l’ultrasettantenne attore italo-americano. Tra opere di cassetta (Big Wedding) e progetti dalla forte impronta personale (i pur discutibili film di David O. Russell) fino alla partecipazione in qualche opera più piccola e decentrata, quanto poco riuscita (il noir Motel), la filmografia di De Niro continua ad arricchirsi di nuovi titoli (e siamo ancora in attesa di Joy, dell’immancabile O. Russell, e del prossimo Heist); riservando uno spazio tutto particolare a quello che definiremmo, con una semplificazione magari azzardata, cinema “senile”. Parliamo di quei progetti che, specie negli ultimi anni, hanno teso a sfruttare il carisma di star del passato più recente, per riflettere (spesso in forma di commedia) sulla vecchiaia e sulle sue problematiche; spesso incrociando la riflessione con un discorso, più o meno velato, sul cinema di ieri e di oggi. L’apprezzabile Il grande match, esempio di commedia che lavorava fuori e dentro lo schermo, sul potenziale dei due attori protagonisti e sulla memoria cinefila, è forse l’esempio più rappresentativo di questa tendenza.

Pur con diversi distinguo, nel filone rientra anche questo Lo stagista inaspettato, diretto dalla specialista di commedie romantiche Nancy Meyers. Il film della Meyers si nutre infatti dell’ingombrante presenza, delle rughe e del carisma, della sua star protagonista; incentrando il suo soggetto sulla riflessione sulla terza età, e presentando una smaccata dialettica vecchio/nuovo (anche qui i riferimenti al cinema non mancano) che vuole coinvolgere per intero la vita della New York moderna. I paragoni con un’opera come il recente Ruth & Alex di Richard Loncraine (anche quello ambientato a New York, e in particolare nel quartiere di Brooklyn) vengono in un certo senso spontanei.
Eppure, il film della Meyers (ed è evidente fin dalle sue prime inquadrature) si muove su altri territori rispetto a quello di Loncraine, ha un approccio per certi versi antitetico al materiale che tratta, e soprattutto ha una grana decisamente più grossa. Parlare di terza età, e opporsi alla logica della “rottamazione” (termine ormai passato di moda anche tra i suoi promotori) è in questo film più un pretesto che altro: lo scopo reale, neanche tanto velato, è quello di mettere in scena l’ennesima commedia romantica (priva di una concreta love story) abbeverandosi al massimo alla fonte del carisma del suo protagonista.

De Niro, da par suo, sembra stare al gioco, accettando di buon grado di vestire i panni del vecchio saggio (remissivo quanto garbatamente ironico) che accetta di tornare stagista. Per un ruolo del genere, l’attore non dà l’impressione di doversi sforzare più di tanto, massimizzando l’impatto filmico delle sue rughe, e quello della sua compresenza sullo schermo con i “piccoli” Anne Hathaway, Anders Holm, Zack Pearlman e Adam DeVine (tra gli altri). Quello che tuttavia preme sottolineare è l’approccio facile, schematico, a un passo dal manicheo, con cui la sceneggiatura sembra approcciare una storia già di per sé improbabile: il vecchio impiegato degli elenchi telefonici, da poco andato in pensione, che non sa neanche accendere un pc e non ha mai sentito l’espressione “chiavetta USB” (ci si domanda quale azienda newyorchese, agli albori del terzo millennio, sia rimasta totalmente priva di strumentazioni elettroniche); l’azienda giovane e dinamica, col capo che si aggira per gli uffici in bicicletta, in cui la giacca e la cravatta sono banditi e tutti gli impiegati hanno un’identica aria da nerd; la morale spiccia (già vecchia di almeno un quindicennio) sulla necessità di esprimersi vis-à-vis con la persona amata piuttosto che attraverso un sms o una mail. La riflessione sulla contemporaneità presentata dal film, insomma, non brilla proprio per finezza.

Esile nelle sue premesse, forzatamente “frizzante” nella sua messa in scena (con un tappeto di composizioni musicali di un’allegria dopata), Lo stagista inaspettato sembra inoltre proporre uno spiccio micro-trattato sui pericoli di un’interpretazione integrale del femminismo; mostrando l’inarrivabile figurina del marito della protagonista, Anders Holm, ridotto a “casalingo” e costretto all’infedeltà coniugale dal suo ruolo forzato. A rimettere le cose a posto, nella disastrata e troppo moderna famiglia di Jules, ci penserà ovviamente un De Niro piombato direttamente (così sembra) dai primi anni ’60. Imprigionato nel suo manicheismo e nelle sue opposizioni forzate, non contemplante nemmeno alla lontana l’idea di una lettura più articolata e sfaccettata della realtà, lo script della Meyers guida il film verso una prevedibile conclusione, introducendo anche una debolissima love story tra il protagonista e la massaggiatrice col volto di Rene Russo. Il potenziale, tante volte sfruttato dal cinema, degli esterni newyorchesi, viene qui appiattito e ridotto a cartolina, privo com’è di profondità (di campo e di sguardo) e immobilizzato in una confezione tanto pulita, quanto plasticosa. Il mood della commedia romantica di questo millennio (millennio tanto superficialmente, e falsamente, stigmatizzato dal film) è pienamente rispettato.

Info
Il trailer di Lo stagista inaspettato su Youtube.
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