Woman in Gold

Woman in Gold

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Tra legal drama, ricostruzione storica e accenni di biopic, Woman in Gold mostra il fiato corto per la portata della storia che racconta: affidandosi in modo eccessivo ai flashback, e all’intensità della protagonista Helen Mirren.

La (nuova) vita di Adele

Nel 1998, l’anziana Maria Altmann, ebrea ungherese trapiantata negli USA, inizia una battaglia legale per tornare in possesso del quadro Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, appartenuto a sua zia prima della Seconda Guerra Mondiale. Per far ciò, la donna si rivolge al giovane avvocato E. Randol Schoenberg: i due faranno così un viaggio a Vienna, nel corso del quale Maria dovrà confrontarsi coi fantasmi di un doloroso passato… [sinossi]

Se l’Olocausto, e le vicende ad esso direttamente collegate, continuano ad essere fonte di ispirazione inesauribile per il cinema, meno battuto è stato finora il tema collaterale (ma ugualmente di un certo interesse, narrativo ed estetico) delle opere d’arte trafugate durante la Seconda Guerra Mondiale. Un tema che negli ultimi anni ha visto, curiosamente, confrontarsi due film molto diversi tra loro per impostazione e basi, quali lo storico-avventuroso Monuments Men di George Clooney e questo Woman in Gold, del regista inglese Simon Curtis. Sontuosità e vigore hollywoodiano da una parte, asciuttezza british e understatement dall’altra, un passato vivo nella ricostruzione d’epoca contro uno tenuto in vita nei ricordi di un singolo personaggio; la memoria collettiva e quella individuale, altrettanto dolorose e reclamanti attenzione, incarnate da icone che portano in sé tutto il carico di lutti di quegli anni. Il film di Curtis, alternando passato e presente, cerca di ricostruire la vicenda di Maria Altmann, donna austriaca di stanza negli USA, sopravvissuta all’Olocausto, che a fine anni ’90 intraprese una lunga battaglia contro il governo del suo paese per la restituzione di un quadro appartenuto a sua zia, l’iconica opera Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt. L’ispirazione del film sono le memorie della stessa Altmann e del giovane avvocato E. Randol Schoenberg, che la assistette nella sua lunga battaglia legale.

La struttura narrativa del film di Curtis (regista dal lungo background televisivo, che qualche anno fa esordì sul grande schermo col biopic Marilyn) trova qualche punto di contatto col celebrato Philomena, diretto nel 2013 da Stephen Frears: di nuovo una donna vittima di un’ingiustizia, sepolta nel passato e mai sanata, di nuovo la riapertura di dolorose ferite attraverso un’opera retroattiva di detection, di nuovo il peso del film caricato in gran parte sulle spalle di un’interprete carismatica (lì Judi Dench, qui Helen Mirren). Curtis, tuttavia, si trova a trattare un materiale più complesso, dalla portata più universale, e insieme di meno facile approccio, di quello affrontato a suo tempo da Frears. La vicenda della Altmann ha in sé, ovviamente, un carattere di emblematicità che rispecchia una storia collettiva (quella del popolo ebraico e dell’Olocausto) ma trova appigli emotivi meno facili nella sua gestione cinematografica: ciò, principalmente, a causa della distanza temporale degli eventi, e della sostituzione dei responsabili di allora con un antagonista meno immediatamente respingente (la burocrazia austriaca, i responsabili del Belvedere che vogliono trattenere il dipinto). Non è un caso che, per tutta la prima parte del film, Curtis si affidi spesso al flashback: con le drammatiche vicende che portarono la protagonista alla fuga da Vienna a fare (in un certo senso) da surrogato al mero potere evocativo del quadro, poco sfruttato dal punto di vista narrativo.

In questa alternanza di passato e presente (e in un notevole squilibrio emotivo, tutto a favore del primo) si muove la prima parte di Woman in Gold, quella ambientata a Vienna. La poco convinta gestione del racconto nel presente, la scolasticità e prevedibilità del suo svolgimento, e il suo affidarsi quasi interamente alla recitazione della Mirren, rappresentano il più evidente problema del film di Curtis: la sceneggiatura non tenta neanche di ricercare l’empatia con la Maria Altmann contemporanea, delegando ai flashback la costruzione del coinvolgimento emotivo, e non riuscendo a far emergere adeguatamente le ragioni di una battaglia (condotta in apparenza contro la volontà dell’interessata – la stessa Adele Bauer, che aveva espresso il desiderio che il dipinto restasse a Vienna). Il mistero della “donna d’oro” che trapela dal quadro, e l’ancora più fecondo tema del furto della sua identità ad opera del regime (appena accennato dalla sceneggiatura) restano a un livello solo embrionale, potenziale. Terminata la frazione ambientata nella capitale austriaca, il film si appiattisce in un ancor meno convinto legal drama, dall’esito scontato (e non solo perché gli eventi a cui si rifà siano noti) e non aiutato da un monocorde e inconsistente Ryan Reynolds, nel ruolo del giovane avvocato. Le frequenti ellissi temporali, difficilmente giustificabili in un film che vede nella vicenda presente il suo cuore narrativo, danno la misura di una gestione del racconto affrettata e poco efficace.

Velleitario nella sua componente da biopic (della vera Maria Altmann, malgrado il peso e il risalto dato alla Mirren sullo schermo, sappiamo esattamente quanto prima), sfilacciato nella gestione dei suoi subplot (la vicenda familiare del personaggio di Reynolds resta del tutto secondaria) e fallimentare nel suo tentativo di far (ri)emergere il dramma collettivo da quello individuale, Woman in Gold resta così schiacciato tra il peso dei temi che tratta, e il corto respiro con cui vi si approccia. Il fascino dell’opera al centro della trama, e lo svelamento della vicenda che vi si nasconde, meritavano una trattazione di altro spessore e cabotaggio.

Info
Il trailer di Woman in Gold su Youtube.
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