Belle e Sebastien – L’avventura continua

Belle e Sebastien – L’avventura continua

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Subentrando in cabina di regia a Nicolas Vanier, Duguay confeziona con Belle e Sebastien – L’avventura continua un medio prodotto per ragazzi, che risente anche della prematura usura cinematografica del soggetto.

Cartoline dai Pirenei

Al termine della guerra, il piccolo Sébastien attende con ansia il ritorno di Angelina, decorata per la sua attività nella Resistenza: ma l’aereo da guerra su cui la donna viaggia, requisito ai tedeschi, precipita tra i monti. Il ragazzino e suo nonno adottivo, tuttavia, sono convinti che la donna sia sopravvissuta; insieme al cane Belle, si mettono così alla sua ricerca, ma saranno costretti a chiedere un aiuto di cui avrebbero fatto volentieri a meno… [sinossi]

L’onda lunga del revival cinematografico da anime anni ’70-’80, a uso e consumo dei quarantenni (insieme ai buoni risultati del primo capitolo del 2013) aveva reso in qualche modo ipotizzabile la messa in cantiere di un sequel di Belle e Sebastien; malgrado le origini del soggetto siano infatti interamente francesi (una serie di romanzi per ragazzi ad opera della scrittrice Cécile Aubry), il titolo dell’opera rimanda automaticamente, nella mente di una precisa fascia di spettatori, alla fortunata serie nipponica dei primi anni ’80. Un progetto, quello di questo Belle e Sebastien – L’avventura continua, che si configurava da subito, tuttavia, come piuttosto problematico: le potenzialità cinematografiche del soggetto, infatti, sembravano pressoché esaurite col film del 2013 di Nicolas Vanier, che raccontava con efficacia una storia di formazione ed empatia uomo-animale in sé autoconclusiva. Lo sguardo privilegiato sull’infanzia, e sulla sua nitida capacità di distinguere bene e male (e di stabilire così un legame empatico col cane protagonista, visto come “mostro” della gretta comunità montana) non poteva essere replicato tal quale in un sequel; l’accettazione (da parte del mondo adulto) della Bestia, e del suo legame col piccolo protagonista, necessitava che il soggetto trovasse altre strade.

Proprio in questa inevitabile usura del soggetto, più adeguato a un serial televisivo che a un franchise cinematografico, sta probabilmente il limite principale, fisiologico, di questo sequel. L’empatia tra il bambino e l’animale, oggetto da difendere e da far accettare socialmente nel primo film, è ridotta qui a un dato assodato; lo stesso ruolo del cane maremmano protagonista ne è inevitabilmente ridimensionato. Il plot immagina così un inedito background familiare per il piccolo Sébastien (che ha di nuovo il volto, ugualmente legnoso e poco convinto, del giovane Félix Bossuet), con un padre vivo e vegeto (ma ignaro di quel figlio mai conosciuto) che vive nei pressi di un paese poco distante. La vicenda, ambientata poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si dipana così intorno al ritorno della partigiana Angelina (sorta di madre adottiva del protagonista) e all’incidente subito dal suo aereo precipitato tra i monti; i successivi tentativi di salvataggio vedranno impegnati Sébastien, il suo inseparabile maremmano, e l’appena conosciuto genitore, esperto pilota aeronautico. Il motivo principale della vicenda, così, è proprio il progressivo avvicinamento del giovane protagonista a un padre creduto morto, giudicato irrimediabilmente colpevole di aver abbandonato i propri affetti. Un motivo che la sceneggiatura, che pare confezionata (invero più di quella del primo film) appositamente per un pubblico di giovanissimi, tratta nel modo più lineare e risaputo.

È interessante notare come i personaggi di Tcheky Karyo (il “nonno” adottivo del protagonista) e della stessa Margaux Chatelier (interprete di Angelina, in scena solo nella prima e nell’ultima frazione di film) sembrino inseriti più per stabilire una continuità col prototipo, che per una reale necessità narrativa. Lo stesso tema del salvataggio della donna, portato avanti senza una grossa preoccupazione per l’elemento-credibilità, sembra più che altro un pretesto per innescare il percorso di conoscenza, e di reciproca accettazione, tra il piccolo Sébastien e il padre col volto di Thierry Neuvic. In questo, la stessa Belle resta paradossalmente in ombra, messa in secondo piano da un plot familiare portato avanti in modo piuttosto superficiale, affrettato e stanco. Scegliendo di puntare quasi tutto sulla ricostruzione di un legame di sangue, e su uno smaccato emergere delle similitudini padre/figlio, la sceneggiatura si adagia sugli stereotipi (Neuvic è una sorta di Han Solo che vive tra i Pirenei) e persegue un’emozione facile ed epidermica.

L’altro limite di questo Belle e Sebastien – L’avventura continua, almeno se giustapposto all’originale del 2013, è il cambio in cabina di regia: il primo film, infatti, aveva il suo pregio principale nell’occhio documentaristico del regista Nicolas Vanier, sempre attento alla valorizzazione (anche in chiave narrativa) degli scenari naturali dei Pirenei. Il subentrato Christian Duguay, invece (un background tra cinema e televisione, con qualche titolo più fortunato quale Screamers – Urla dallo spazio e L’arte della guerra) tratta il paesaggio come mero elemento di contorno: il suo fascino resta quello di una visione da cartolina, rispettosa del suo oggetto quanto piatta, che non assurge mai al lirismo che (pur nei limiti di un prodotto per giovanissimi) aveva impreziosito il film di Vanier. Un limite di sguardo che, insieme alla scelta dell’approccio più facile e superficiale alla narrazione, rende questo sequel abbastanza trascurabile; un prodotto che, malgrado la buona confezione, resta da relegare all’anonimo recinto del “medio” cinema per ragazzi.

Info
Il trailer originale di Belle e Sebastien – L’avventura continua.
Il sito ufficiale di Belle e Sebastien – L’avventura continua.
Belle e Sebastien – L’avventura continua sul sito di Alice nella città.
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