The Walk 3D

The Walk 3D

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Travestito da classico racconto d’avventura, con i suoi pregi e i suoi difetti, The Walk 3D di Robert Zemeckis è in realtà un preciso film politico che rimette in scena le Twin Towers prendendole come simbolo di una riflessione sulla natura stessa del mito americano. Alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io sono il mio Dio

Il 7 agosto del 1974 Philippe Petit, un funambolo francese, sorprese la città di New York camminando su una fune d’acciaio tesa tra le Twin Towers, inaugurate l’anno precedente. [sinossi]

Tra i cineasti americani, Zemeckis con The Walk 3D si conferma come uno dei più lucidi autori/fautori del mondo dello spettacolo contemporaneo. E lo è in virtù sia di una predisposizione costante alla sfida tecnologica, che nel suo cinema contribuisce ad esempio a ridefinire concettualmente il corpo attoriale (Polar Express, La leggenda di Beowulf e A Christmas Carol, al di là della concreta riuscita dei singoli titoli, hanno aperto il campo a vertiginose prospettive teoriche), sia per via di un approccio che unisce e, anzi, fa coincidere la riflessione sulla natura del mito americano con un puro spirito mercantile (fare il film giusto al momento giusto, vedi Forrest Gump o Ritorno al futuro, ma anche, in misura più ridotta, Flight).
Ecco che allora The Walk 3D è sì un film d’avventura come se ne facevano un tempo a Hollywood – e come, oltre a Zemeckis, oggi solo Spielberg sa fare – ma è anche un prodotto che porta avanti il discorso tecnologico, riallacciando quello lasciato in sospeso con A Christmas Carol. Soprattutto, però, The Walk 3D è un’opera che riporta le Twin Towers al centro della scena collegandole a una riflessione sul mito primigenio dell’America; ed è questo il vero nucleo del film, il motivo della sua importanza.

Il dramma dell’11 settembre del 2001 è ancora vivido nella memoria collettiva degli americani e in particolare in quella dei newyorkesi tanto che, dopo questa tragedia, Hollywood aveva deciso di rimuovere l’immagine delle Torri Gemelle (ad esempio dal primo Spiderman di Sam Raimi, quello del 2002), evocate e rivisitate solo in film esplicitamente dedicati al tema – come ad esempio World Trade Center di Oliver Stone. Ora invece Zemeckis ci dice che gli americani, privati da allora non solo delle vite umane che perirono nella tragedia, ma anche della forma di rappresentazione di quelle torri ormai ricordate solo nel momento in cui collassarono, hanno il diritto di riappropriarsi di quell’immaginario, un immaginario vincente e positivo, simbolo del mito primigenio della nazione e dello spirito d’iniziativa del singolo individuo.
La vicenda di Philippe Petit, il funambolo francese che nel 1974 camminò su un cavo teso tra le Twin Towers lasciando a bocca aperta tutta New York, serve infatti a Zemeckis come strumento per l’elogio dell’identità di una nazione per sua natura aperta al mondo esterno e disposta ad accogliere ciò che le arriva, per fagocitarlo e per arricchire così il suo mito. Non è un caso che Zemeckis faccia parlare Philippe Petit – ottimamente interpretato da Joseph Gordon-Levitt – in cima alla Statua della Libertà con sullo sfondo le stesse Torri Gemelle. È lì, sopra la statua che potevano ammirare gli emigranti quando arrivavano negli USA, che il protagonista – come un cantastorie o come uno speaker del cinema delle origini – ci racconta le sue gesta, ed è lì che lo spazio diventa a-temporale, lo spazio del mondo dello spettacolo, un presente a-storico dove le Torri sono ancora al loro posto. Questo meccanismo che rompe la classica finzione della quarta parete aumenta però al contempo la sensazione di spettacolo puro che Zemeckis vuole mettere in scena con The Walk 3D. Infatti ben presto si capisce che lo scopo dell’operazione è quello di lavorare sulla pura attrazione, sul richiamo al mondo del circo e del vaudeville; e allora il discorso di Zemeckis e quello di Petit/Gordon-Levitt coincidono, il loro concetto di spettacolo è identico. Il pubblico preferisce – purtroppo, verrebbe quasi da dire – non una cantante che, in una piazzetta di Parigi, si mette a cantare le canzoni di Leonard Cohen (colei che diventerà la ragazza del protagonista), quanto il funambolo che pochi metri più in là rischia di spezzarsi l’osso del collo. È questo che fa spettacolo, nient’altro. E allora ecco che si legge chiarissimo il legame con le comiche slapstick ed ecco che Gordon-Levitt si reincarna nell’Harold Lloyd di Preferisco l’ascensore e nello Charlot di The Pilgrim e di The Immigrant, sia in quanto immigrante sia in quanto vagabondo incapace di trovare un suo spazio nel mondo. Infatti, cosa ci vuole dire Zemeckis al momento del climax di The Walk 3D, nel momento della lunga passeggiata del funambolo avanti e indietro lungo il filo, da una torre all’altra, mentre i poliziotti lo aspettano su entrambe le sponde per arrestarlo? Che il nostro funambolo vive bene solo lì, nello spazio tra una cosa e l’altra, così come Chaplin nel finale di The Pilgrim camminava lungo il confine tra il Messico e gli Stati Uniti senza poter andare in nessuna delle due direzioni.

E, in questo lungo filo che Zemeckis usa per collegare le grandi forme rappresentative americane, quelle forme che contribuirono a creare la nascita di una nazione (che esiste solo nel momento in cui viene rappresentata), le Torri Gemelle debbono tornare a far parte del discorso. E dunque, al gesto della loro distruzione (simbolo della catastrofe e dell’apocalisse), Zemeckis contrappone quello della loro riscrittura spettacolare, della loro rinascita come parte di una rappresentazione scenica, di una scenografia circense e, dunque, di un immaginario cinematografico positivo. È questa la vera natura di quelle torri ed è questo il motivo per cui debbono tornare ad essere vive nel nostro immaginario.

Ma, all’abisso storico-teorico, Zemeckis aggiunge – come si diceva – quello tecnologico. Portando avanti infatti il discorso lasciato sospeso con A Christmas Carol, Zemeckis dirige il suo primo film live action in 3D applicando alla messa in scena un così forte intervento di computer graphic che gli stessi corpi degli attori – e in particolare quello di Gordon-Levitt – diventano di gomma, indistruttibili, proprio come in un cartone animato o in una comica anni Venti.
Solo Spielberg, si diceva, riesce ad essere così genuinamente in linea con lo spirito americano e con la natura stessa dello spettacolo americano. Ma – e non per caso Spielberg gli resta comunque superiore – Zemeckis si lascia troppo prendere dalla dimensione teorico-spettacolare del suo invidiabile giocattolo. E dimentica perciò tutto il resto. La scrittura dei personaggi, l’inventiva delle situazioni, la molteplicità dei colpi di scena, il gusto della sintesi e dell’efficacia, sono tutte cose che mancano in The Walk 3D, film che si pone per l’appunto come prodotto ipertrofico e volutamente ridondante, perfetto dal punto di vista della teoria, molto meno su quello del costante coinvolgimento spettatoriale, a parte ovviamente il climax dell’esibizione al cospetto le Twin Towers.

Info
Il trailer di The Walk 3D su Youtube.
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