The End of the Tour

The End of the Tour

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The End of The Tour, biopic basato sulla lunga intervista del reporter David Lipsky a David Foster Wallace, manca il bersaglio di narrativizzare a sufficienza una personalità che resta in sé sfuggente.

David contro David

1996: mentre il romanzo di David Foster Wallace spopola nelle librerie, e il suo autore viene acclamato dalla critica, il reporter di Rolling Stone David Lipsky ottiene dal suo direttore il via libera per un’intervista a Wallace. Ne risulterà una serie di intense, a volte tese conversazioni, articolate lungo sei giorni di convivenza con lo scrittore. [sinossi]

È abbastanza curiosa, la quasi contemporaneità tra l’uscita in sala di Life (resoconto dell’amicizia tra James Dean e il fotografo Dennis Stock, che lo seguì in Indiana per realizzare un servizio su di lui) e la presentazione alla Festa del Cinema di Roma di questo The End of The Tour. Come il film di Corbijn, infatti, quello di James Ponsoldt è il racconto cinematografico di un’amicizia sui generis: quella tra un’icona popolare tormentata, da poco assurta al successo e destinata a scomparire tragicamente, e un operatore della comunicazione che tenta di penetrarne il privato, per restituirlo al suo pubblico. In più, nel caso del film di Ponsoldt (basato sul libro-intervista di David Lipsky, Come diventare se stessi) lo stesso intervistatore è uno scrittore: il film si articola quindi, oltre che su una sotterranea tensione tra il reporter e l’oggetto del suo interesse (sfruttato e “vampirizzato” per definizione) anche su un’inevitabile rivalità tra il romanziere più fortunato e quello più in ombra; quest’ultimo avendo tra i suoi scopi quello (magari inconscio) di carpirne i segreti. Tensioni implicite e (mal) trattenute, nascoste sotto un’apparente stima reciproca, sullo sfondo di un periodo contraddittorio (la metà degli anni ’90) in un humus sociale che andava rapidamente trasformandosi.

Il film di Ponsoldt è in realtà narrato in un articolato flashback, con un avvio ambientato nel 2008; qui, il reporter col volto di Jesse Eisenberg riceve la notizia del suicidio di David Foster Wallace, da lui approcciato in una lunga intervista (in realtà, sei densi giorni di convivenza) dodici anni prima. In seguito, il film si struttura come un lungo duello dialettico tra il reporter e il romanziere, articolatosi tra la casa di Wallace nei sobborghi rurali dell’Illinois, l’università in cui lo scrittore insegnava, e il meeting di Minneapolis in cui Wallace concluderà il tour promozionale del suo romanzo. Il tutto, narrato come resoconto di un’interazione che diviene presto (contraddittoriamente) amicizia, confronto e conflitto, sviluppatasi intorno a due personalità dall’equivalente potenziale di complemento e frizione. Tutto il film è stretto, quasi claustrofobicamente, intorno al continuo rimbalzo del focus narrativo (e alle sotterranee linee di tensione) tra i due ingombranti protagonisti: un Eisenberg apparentemente passivo, in realtà nella posizione ideale per giovarsi della sostanza (di vita e lavoro) vampirescamente carpita dal suo registratore; e un Jason Segel enigmatico, contraddittorio nella noncuranza ostentata dal suo personaggio e nella fragilità (suo malgrado) esibita.

Ponsoldt fa la scelta, a suo modo radicale, di strutturare il tutto come un lungo film-intervista, restando incollato ai due protagonisti e lasciando fuori (o limitando al minimo) tutti i riferimenti contestuali. Una realtà sociale contraddittoria, e magmatica, come quella degli anni ’90, una società in trasformazione che stava abbracciando (proprio allora) gli sconvolgimenti introdotti dai nuovi media, un contesto di cui la stessa narrativa di Wallace si era nutrita in modo decisivo, restano inevitabilmente in ombra. Quella del regista è di fatto una scelta, di cui però resta evidente il carattere limitante: quegli anni, per l’America (e non solo) furono indubbiamente cruciali, e la rappresentazione filmica di una personalità così influente non può non fare i conti con essi. La messa in scena del film segue così le sue scelte narrative, in una dialettica asfissiante, quasi opprimente, tra due interpreti la cui prova viene, ovviamente, messa in primissimo piano.

Si resta invero perplessi quando uno dei pochi interventi esterni nel rapporto (fino allora quasi esclusivo e simbiotico) instauratosi tra i due protagonisti, finisce per provocarne la crisi: un accesso di poco giustificata gelosia da parte dello scrittore, che ne fa crollare la scorza di sicurezza e ne mette in luce una fragilità già intuibile, ma a suo modo ancora enigmatica. Il problema principale di The End of The Tour, in effetti, sta proprio nella sua difficoltà a penetrare i meandri di una mente geniale quanto complessa: il volto di Segel (la cui prova è sicuramente pregevole) resta a suo modo un mistero, espressione di un di più, di uno scarto di senso, con cui il film non riesce compiutamente a confrontarsi. Le lacrime che vediamo scorrere, nel finale, sul volto di Eisenberg (che qui ci sembra più in difficoltà che altrove, in un ruolo tutt’altro che facile) mentre riascolta le conversazioni con l’amico appena scomparso, restano espressione della stessa incognita: una personalità che la sceneggiatura non narrativizza, non rende leggibile per lo spettatore, ma sceglie di lasciare (comodamente) nel recinto dell’icona. Lacrime, quindi, che non arrivano affatto (e qui è un limite) al cuore di chi guarda.

Va detto che raccontare una storia del genere, incentrata su un personaggio tanto complesso (e a noi vicino nel tempo) e con queste modalità narrative, era tutt’altro che facile. Va dato anche atto a Ponsoldt di un certo coraggio nella scelta del registro narrativo, nell’aver usato una regia così antispettacolare, nella messa in scena di un duello dialettico stimolante e tale da non lasciare indifferenti. Resta, in The End of The Tour, il limite di aver lasciato il suo oggetto fuori da una reale capacità di comprensione ed empatia, limitato al piano intellettuale e a quello di icona di un certo modello di cultura pop; e di aver evitato di approfondire quei riferimenti contestuali che furono componente integrante (ed elemento nutritivo) della sua scrittura.

Info
The End of the Tour, il trailer.
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