Dobbiamo parlare

Dobbiamo parlare

di

Più che a un kammerspiel, Dobbiamo parlare di Sergio Rubini ci riporta al classico due camere e cucina: quattro personaggi che discutono di problemi sentimentali, urlano, strepitano e fanno qualche riflessione qualunquista sulla politica e sull’Italia di oggi. Alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Non parlarmi, non ti sento

Dobbiamo parlare: è questo l’incipit più temuto nei discorsi di ogni coppia. Siamo in un attico altoborghese con terra panoramica. Questo sarà il teatro dello scontro di due coppie. [sinossi]

Si può essere più teatrali del teatro? Evidentemente sì, come ci dimostra Sergio Rubini con il suo nuovo film, Dobbiamo parlare, che pur non essendo tratto da nessuna pièce preesistente sembra soffrire dei difetti tipici che hanno generalmente le trasposizioni teatrali su grande schermo: staticità del racconto, scambi di battute poco realistici, recitazione sovra-tono, piccoli escamotage che servono per far entrare a forza gli attori sul proscenio (qui ad esempio il citofono rotto – da cui non arriva la voce di chi suona – che fa sì che si apra automaticamente a chiunque).
L’idea probabilmente era quella di inseguire il modello di Carnage di Roman Polanski, ma – oltre a tutte le dovute proporzioni del caso – nel film di Rubini manca anche la volontà di arrivare fino in fondo nella reciproca umiliazione tra i personaggi, manca la reale perdita di controllo da parte degli interpreti, che invece – anche quando strillano e/o lanciano qualcosa per rabbia – sono sempre tenuti a freno dal bell’eloquio e dalla bella posa da palcoscenico, dalla battuta misurata o dallo strilletto modulato ad hoc.

Detto questo, Dobbiamo parlare appare estremamente forzato e meccanico anche nella stessa impostazione del racconto: nell’attico in cui abitano i personaggi di Sergio Rubini e Isabella Ragonese fanno un ingresso a sorpresa e poco gradito i personaggi interpretati da Fabrizio Bentivoglio e da Maria Pia Calzone. Quest’ultima coppia è in crisi (l’uno ha tradito l’altra), ma il loro litigio costante ed estenuante finirà per scatenare un rivolgimento emotivo anche all’interno dell’altra coppia, fino ad arrivare al tutti contro tutti. E questo schema, che è percepibile sin dai minuti iniziali e si rivela essere privo di sorprese, viene ulteriormente appesantito dal corpo che Rubini, in veste di sceneggiatore insieme a Carla Cavalluzzi e Diego De Silva, ha dato ai suoi quattro protagonisti, i quali sostanzialmente appaiono come delle mere macchiette.
Se infatti Dobbiamo parlare si poteva salvare, questo sarebbe stato possibile nella descrizione di personaggi credibili, con ambiguità e lati oscuri. Invece accade esattamente il contrario: pur tra rivolgimenti, confessioni, tradimenti reciproci, i quattro non evolvono nel corso della narrazione e, anzi, restano ingabbiati in cliché sin troppo riconoscibili: Rubini è lo scrittore di successo che ha perso l’ispirazione (nota a margine: ancora non siamo stufi di ritratti di scrittori che perdono l’ispirazione?), la Ragonese è il giovane talento che vive all’ombra del compagno, Bentivoglio è il medico caciarone e qualunquista, Maria Pia Calzone è una donna vendicativa e odiosa sia nei confronti del marito che nei confronti degli amici. E, dato che queste griglie di partenza restano tali fino alla fine del film, la visione di Dobbiamo parlare finisce per diventare una sterile messa in scena del parlarsi addosso infinito che un tempo era tipico di certo cinema italiano.

Infatti, vien quasi da dire che, dopo alcuni episodi più o meno recenti (Due partite di Enzo Monteleone, Il nome del figlio di Francesca Archibugi), la tendenza al due camere e cucina caratteristica del nostro cinema degli anni Novanta rischia di tornare prepotentemente alla carica. Ma forse allora perlomeno non era stato del tutto sciolto – nemmeno nel cinema più o meno mainstream (se lo si poteva considerare tale) – il cordone ombelicale con il neorealismo e quindi, nonostante tutto, un minimo di “verità” veniva a galla, magari anche involontariamente. In Dobbiamo parlare invece non è rimasto più nulla del nostro glorioso passato e, anzi, i personaggi, la scenografia e il film stesso vivono nella stessa bolla di vetro in cui è rinchiuso il pesce rosso che fa da voice over all’inizio e alla fine (forse una delle soluzioni più maldestre della sceneggiatura). E quel poco di mondo esterno che filtra nel super attico è un mondo fatto di qualunquismo: si vedano in tal senso gli sproloqui sulla destra e sulla sinistra (con il PD che viene considerato dal personaggio di Bentivoglio un partito di sinistra!!!) che erano già vecchi ai tempi di Ferie d’agosto di Virzì e che ora appartengono al giurassico.
Ma, in questa mancanza di aderenza al contesto, in questo disinteresse verso la temporanea sospensione dell’incredulità spettatoriale (che – sembra assurdo – forse lo si dovrebbe considerare a questo punto uno dei grandi problemi del cinema italiano contemporaneo), ci sembra forse il caso chiudere con una notazione scenica: all’apice di una litigata, Isabella Ragonese scaraventa a terra una bottiglia di vino che stava cercando vanamente di aprire già da qualche minuto; ebbene, sul pavimento c’è traccia solamente dei cocci e non del vino rosso. Come mai? Perché lasciarsi sfuggire un’occasione ghiotta per ‘sporcare’ l’ambiente perfettino e ripulito del set? Perché venire meno a un così banale dovere di verosimiglianza? Ai posteri l’ardua sentenza.

Info
Il trailer di Dobbiamo parlare su Youtube.
  • dobbiamo-parlare-2015-sergio-rubini-001.jpg
  • dobbiamo-parlare-2015-sergio-rubini-002.jpg
  • dobbiamo-parlare-2015-sergio-rubini-003.jpg
  • dobbiamo-parlare-2015-sergio-rubini-004.jpg
  • dobbiamo-parlare-2015-sergio-rubini-005.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Roma 2015 – Minuto per minuto

    Annotazioni, pensieri, piccole e grandi polemiche: il resoconto della vita quotidiana nei fatidici giorni della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, dal 16 al 24 ottobre 2015.
  • DVD

    La stazione

    di Per General Video e CG torna in dvd La stazione, esordio alla regia di Sergio Rubini, anche protagonista accanto a Margherita Buy ed Ennio Fantastichini. Un'originale commistione di generi per un cinema italiano agli albori della ripresa. Da riscoprire.
  • Festival

    Festival di Roma 2015Roma 2015

    Il Festival del Film di Roma 2015, dal 16 al 24 ottobre, giunto alla decima edizione. Come già l'anno scorso, si conferma il ritorno all'idea di Festa. Con quali risultati?
  • I Mille Occhi 2016

    Carmelo Bene e il Camerini ritrovato

    Si è aperta ieri sera la 15esima edizione di I Mille Occhi con la versione estesa di Nostra Signora dei Turchi e con un'opera del 1939 di Camerini, Il documento, che si credeva perduta. Due film e due ere cinematografiche apparentemente inconciliabili, eppure stranamente confluenti.
  • Archivio

    Piccoli crimini coniugali RecensionePiccoli crimini coniugali

    di Dopo un lungo silenzio, Alex Infascelli torna al lungometraggio di finzione con Piccoli crimini coniugali, una commedia nera impostata secondo i canoni del teatro borghese, non priva di efficacia e di cattiveria.
  • Archivio

    Mi rifaccio vivo

    di Confrontandosi con un testo come Heaven Can Wait di Harry Segall, Sergio Rubini con Mi rifaccio vivo prova a testare il terreno di una commedia non banale, capace di riflettere sulla crisi. Ma il risultato è confuso.
  • Archivio

    L’uomo nero

    di A diciannove anni da La stazione, Sergio Rubini torna all'ambientazione del suo esordio con L'uomo nero: il risultato però è zoppicante e ovvio nel suo afflato nostalgico.
  • In sala

    Il grande spirito RecensioneIl grande spirito

    di Le fantasie western e lo sfondo delle ciminiere dell'Ilva non riescono a redimere Il grande spirito di Sergio Rubini, sorta di kammerspiel a due voci su una terrazza, privo però del necessario supporto di dialoghi sensati.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento