Experimenter

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Dopo il tonfo con Cymbeline, Michael Almereyda torna alla carica con Experimenter, un biopic ondivago ma non privo di interesse. Alla Festa del Cinema di Roma.

Riflessi condizionati

Nel 1961 lo psicosociologo Stanley Milgram conduce una serie di controversi esperimenti comportamentali all’Università di Yale. I test coinvolgono gente comune, a cui viene chiesto di inviare scosse elettriche di intensità progressiva a una persona legata a una sedia in un’altra stanza. Scopo dell’esperimento è capire il condizionamento umano di fronte all’autorità. Un giorno Milgram incontra Sasha, una ex ballerina che vive a New York. Inizia a corteggiarla e la porta a visitare il suo laboratorio a Yale, dove gli esperimenti hanno intanto prodotto risultati sconvolgenti. [sinossi]

Prima che le major statunitensi comprendessero che un’intera fetta di possibili spettatori sarebbe stata più invogliata a recarsi in sala se fosse stato loro detto che così facendo avrebbero foraggiato il cinema “indipendente”, l’indie a stelle e strisce era ben più di una concezione puramente estetica. Era qualcosa di profondamente concettuale e allo stesso tempo proponeva un’alternativa, nel vero senso della parola, allo standard vigente a Hollywood. Il cinema indipendente, nelle cui fila vengono oramai classificati titoli come l’anodino Little Miss Sunshine (2006) di Jonathan Dayton e Valerie Faris, era un tempo terra di conquista di barricaderi e oltranzisti quali Kenneth Anger, John Waters, Russ Meyer, George A. Romero, Herschell Gordon Lewis, John Cassavetes, il primo David Lynch. Il punto di svolta, la nascita del Sundance Institute nel corso degli anni Ottanta, donò comunque linfa a registi tutt’altro che allineati come Hal Hartley, Jim Jarmusch, Steven Soderbergh, Gregg Araki, Michael Almereyda.
Quest’ultimo, di cui in Italia nessuno si è mai preoccupato più di tanto di seguire le (numerose) tappe artistiche, è ancora oggi un oggetto difficile da maneggiare, con il quale non è semplice avere dimestichezza. Nel corso della sua carriera ha cambiato più volte pelle, oltre a tentare – con rara fortuna – anche approcci con l’industria hollywoodiana. Dei suoi titoli più celebri quasi nessuno ha trovato distribuzione in Italia (The Eternal e Hamlet 2000, uscito in fretta e furia sugli schermi della penisola solo per tentare di sfruttare la memoria ancora viva di Romeo + Juliet di Baz Luhrmann e la presenza in scena di Ethan Hawke), e gli altri hanno spesso faticato persino a ottenere un passaggio a qualche festival.

Sorprende dunque in positivo la scelta della Festa del Cinema di Roma di ospitare durante la decima edizione Experimenter all’interno della selezione ufficiale – quella che può competere per il premio del pubblico. Lo scorso anno il precedente Cymbeline, deludente versione moderna della tragedia/romance di William Shakespeare, venne accolto con fischi alla Mostra del Cinema di Venezia, quest’anno per Experimenter ha stampa ha preferito un altro approccio: lo snobismo più totale. Il film è andato dunque pressoché deserto, con gli accrediti press più propensi a concedere una chance a The Propaganda Game di Alvaro Longoria o a riposarsi in attesa di Alaska di Claudio Cupellini, previsto per le ore undici della mattina. Una scelta che ricorda il silenzio mediatico che accompagnò nel 2012, sempre all’Auditorium, l’eccellente The Ogre’s Feathers che Almereyda aveva tratto da una delle Fiabe italiane di Italo Calvino. Ma in quel caso, è comunque giusto specificarlo, si trattava di un cortometraggio.
È davvero un peccato che il regista di Nadja e New Orleans, Mon Amour continui a vivere un rapporto così difficoltoso con la stampa italiana, perché l’impressione è che visto con occhi scevri da qualsiasi pregiudizio Experimenter avrebbe potuto contare su un’accoglienza ben più calorosa.

Nel mettere in scena la storia del celebre esperimento di Stanley Milgram, con cui lo psicologo squarciava il velo sul significato dell’obbedienza e dell’accettazione dell’autorità chiedendo a cittadini medi statunitensi di applicarsi nell’esecuzione di ordini ben oltre il limite dell’aberrante (la propagazione di scosse elettriche ad altri esseri umani, per esempio), Almereyda costringe i suoi spettatori a interrogarsi sugli stessi quesiti che mossero gli studi di Milgram, e che sono sempre validi: in quale momento un essere umano smette di essere un esecutore di ordini e si trasforma in un connivente di un potere dittatoriale?
Anche per questo motivo il regista decide di annullare qualsiasi distanza possibile tra il protagonista e il pubblico, in un faccia a faccia sempre più serrato. Non tutte le scelte di Almereyda convincono, a partire da una propensione al simbolico e al visionario mal gestita, e che finisce in alcuni casi per appesantire una struttura che già rischia di affossarsi sotto il peso di una inevitabile fissità scenica, ma nel complesso Experimenter mostra un regista di nuovo in grado di ragionare sulla messa in scena, e sul suo significato in relazione alla storia che sta narrando.
Prodotto medio come se ne fanno sempre meno – e per questo forse ancora più difficile da accettare per un pubblico contemporaneo – Experimenter è un film ondivago ma affascinante, interpretato da un cast in ottima forma e diretto da un regista che sembra provenire da un’altra epoca, vicina temporalmente ma sempre più distante nei percorsi dell’industria cinematografica statunitense. Purtroppo.

Info
Il trailer di Experimenter.
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