Tutti pazzi in casa mia

Tutti pazzi in casa mia

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Nel suo vagare tra i generi, Patrice Leconte torna alla commedia pura: Tutti pazzi in casa mia è un prodotto divertito quanto lieve ed effimero, che punta al bozzetto sommario più che al ritratto credibile.

Quell’effimero oggetto del desiderio

Un sabato mattina, a un mercato delle pulci, Michel incappa casualmente in un oggetto che cercava da tempo: un raro vinile di musica jazz, di uno dei suoi artisti preferiti. L’uomo torna a casa con l’oggetto del desiderio, pregustando un’ora di ascolto in assoluto relax: ma prima la sua amante, poi sua moglie, infine il vicino e gli operai che stanno ristrutturando una stanza in casa, sembrano complottare per negargli questo piccolo piacere. [sinossi]

Regista fedele a se stesso nel suo eclettismo, esponente di un artigianato cinematografico non privo di ambizioni (e di riscontri) autoriali, Patrice Leconte prosegue con Tutti pazzi in casa mia la sua pluridecennale navigazione tra i generi. Dopo l’esperimento con l’animazione de La bottega dei suicidi, e il recupero del melodramma in costume di Una promessa, questo suo nuovo lavoro rappresenta in realtà un ritorno ai territori più conosciuti per il cineasta francese: una nuova incursione in quella commedia che, decenni fa, lo impose all’attenzione internazionale, e che, nei tanti registri toccati, continua a rappresentare il mood prediletto dal suo cinema. L’ispirazione è stavolta una pièce teatrale di Florian Zeller, intitolata (come il film nella sua versione originale) Une heure de tranquillité: e proprio nel titolo originale sta, con tutta l’auto-evidenza di una dichiarazione d’intenti, il senso e l’idea portante che regge l’intero film. I tragicomici tentativi del protagonista Christian Clavier (volto ricorrente della commedia d’oltralpe) di restare solo nel suo salotto per un’ora, per ascoltare in tranquillità il raro disco jazz appena acquistato, rappresentano l’essenza stessa dell’opera: in una sarabanda di grotteschi eventi, rivelazioni e sconvolgimenti emotivi, che aggrediranno il protagonista in un racconto strutturato quasi in tempo reale.

Com’è da sempre sua usanza, Leconte non si preoccupa dell’età (e dell’eventuale usura) del materiale che tratta, aderendo (spesso pedissequamente) alle regole dei generi affrontati, con tutti i rischi che ciò comporta: e va detto che il soggetto di Tutti pazzi in casa mia non nasce certo con ambizioni di rappresentare l’attualità, né tantomeno di innovare un genere ampiamente codificato. Nei personaggi, nelle gag che si susseguono nel film, e nel modo in cui il tutto è messo in scena, sembra anzi di rivedere una commedia degli anni ’90, di quelle che lo stesso regista ha spesso e volentieri frequentato: la stessa idea (nonostante la pièce originale sia datata 2013) pare modellata su una satira di costume dell’epoca pre-internettiana, in cui l’atomizzazione dei rapporti sociali, l’allentamento dei legami familiari, e i disperati (e grotteschi) tentativi di tener vivo un malridotto senso comunitario, non erano stati ancora intaccati dalla forzata modalità always on dei nuovi media. Non è un caso che non ci siano pc o tablet accesi nel film, né che l’uso del cellulare si limiti alla modalità vocale; né che il mondo borghese rappresentato sia quello più tradizionale, un po’ cialtrone e ancora vagamente legato ai rottami ideologici post-sessantottini, più naturalmente conservatore, e riottoso verso le innovazioni tecnologiche. Il protagonista è fedele alla logica borghese del “weekend sacro”, e vorrebbe giovarsene sia pur solo per un’ora: ma gli stessi, insensati e ridicoli rituali del suo ambiente sociale glielo impediranno.

La scrittura di Leconte non cerca certo la verosimiglianza psicologica nei personaggi, men che meno la fedeltà mimetica nella rappresentazione di un contesto sociale che appare chiaramente semplificato. Quello che interessa al regista è semmai il bozzetto sociale di piccolo taglio, la descrizione di “tipi” che possano risultare familiari allo spettatore (non necessariamente legati al solo contesto francese), lo sguardo lieve, divertito e superficiale su un ipotetico (e breve) scorcio di vita borghese. Ogni personaggio, in fondo, a partire dalle due donne rose dai sensi di colpa, per proseguire con il vicino e la sua forzata convivialità, finendo col figlio nullafacente e terzomondista, aderisce esattamente alla casella che la sceneggiatura gli assegna: le sfumature risultano non soltanto assenti, ma neppure vagamente ricercate. L’intera struttura concorre, forte anche della sua breve durata (79 minuti, in una narrazione che, come detto, si articola quasi in tempo reale) a negare crudelmente la premessa/promessa agognata dal meschino protagonista, ed esplicitata nel titolo originale. Il senso ultimo dell’opera, articolata in un’efficace struttura corale, e forte di un buon ritmo comico, sta in fondo tutto qui; nella sua buona presa spettacolare come nella sua palese esilità.

Oggetto cinematografico effimero, divertito quanto gratuito, Tutti pazzi in casa mia finisce per svanire nella mente già pochi minuti dopo la visione; al punto che si finisce per domandarsi cosa si sia visto, e quale sia (risaputa morale finale a parte) la reale urgenza che lo giustifichi. Deve comunque far riflettere come il gusto “medio” della commedia francese, quello che punta all’intrattenimento più facile, sia rappresentato da prodotti come questo; mentre contemporaneamente, nelle nostre sale, viene proiettato il disarmante (e non in senso positivo) Io che amo solo te. Un dislivello nei parametri del gusto, e nel concetto stesso di prodotto di consumo, che si riverbera inevitabilmente nella qualità delle rispettive opere.

Info
Il trailer di Tutti pazzi in casa mia su Youtube.
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