Belli di papà

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Senza guizzi ma anche senza particolari cadute, Belli di papà di Guido Chiesa guarda quasi con nostalgia all’Italia del boom e, al contrario di tante altre commedie nostrane contemporanee, rimette al centro della scena il concetto di racconto.

Vedi Taranto e poi lavori

Vincenzo è un imprenditore di successo. Vedovo, deve badare a tre figli ventenni che vivono una vita piena di agi, ma ignari di qualsiasi responsabilità. Vincenzo perciò organizza una messinscena facendo credere ai ragazzi che l’azienda di famiglia è sulla via del fallimento e li costringe a rifugiarsi a Taranto, come dei veri latitanti, dove i tre dovranno cominciare a fare qualcosa che non hanno mai fatto prima: lavorare… [sinossi]

Guido Chiesa è regista discontinuo, ma mai disattento e superficiale, sempre alla ricerca di percorsi eccentrici da seguire all’interno della sua variegata filmografia. Ecco perché, a un primo impatto, si era rimasti stupiti nel saperlo alle prese in Belli di papà con una commedia dall’impostazione apparentemente classica, laddove con questo termine si vuole intendere una sorta di neo-classicità che impone nel cast i soliti nomi (in questo caso Abatantuono) e nelle location la solita Puglia da Film Commission.
Eppure le premesse negative sono state in certo senso disattese, perché ad esempio se è vero che Abatantuono anche in Belli di papà indossa la sua consueta maschera, è anche vero che qui dimostra una vitalità e un senso della battuta che sembrava aver perso da anni. E, d’altro canto, la Puglia scelta da Guido Chiesa è tutto tranne che cartolinesca (si veda, in opposizione, il caso negativo di Io che amo solo te e l’uso strumentale che viene fatto del paesaggio di Polignano a Mare), visto che buona parte del film è ambientata nella città vecchia di Taranto, forse l’unico avamposto consustanzialmente anti-turistico in regione (a parte l’Ilva, ovviamente).
In più vi è da dire che in Belli di papà si riconosce lo scheletro di una vera storia, di un percorso che debbono seguire i personaggi, dato che vi si racconta la messinscena organizzata dal personaggio di Abatantuono che fugge con i tre figli da Milano a Taranto, apparentemente per rifugiarsi dalla guardia di finanza, quando in realtà li si vuole ri-educare all’etica del lavoro. In questo modo, tra l’altro, Guido Chiesa gioca sì sul confronto Nord-Sud così come avevano fatto i vari Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord o La scuola più bella del mondo, ma lo fa in controluce, all’interno del racconto di formazione dei tre figli di Abatantuono, e non spiattellando gag, cliché e situazioni varie senza un vero filo conduttore (che è, per l’appunto, il caso più frequente delle altre commedie sopracitate).

È qui allora, in questo suo voler restituire centralità al racconto e allo stesso tempo nell’inserire le gag al servizio dell’ordito principale, che va colto il miglior pregio di Belli di papà. Anche se bisogna aggiungere che non tutto torna, sia in alcune sottotrame (non convince, ad esempio, la vicenda del figlio più piccolo che non si capisce bene da dove tragga il suo irresistibile ascendente nei confronti di mature signore), sia in alcuni turning point (l’intervento di Abatantuono nell’impedire una decisione sciagurata della figlia non regge come tempistica), sia soprattutto per una regia che non affonda mai il coltello e preferisce tenersi a distanza di sicurezza da possibili situazioni scabrose (il bagno lercio che si ritrovano ad usare i protagonisti meritava forse ben altre attenzioni).
L’aver scelto però di far impiegare il figlio più grande nel recupero della spazzatura, oltre ad essere già di per sé una scelta apprezzabile – visto che il mondo dei rifiuti è uno dei grandi rimossi della nostra cinematografia contemporanea -, ci fa capire chiaramente quale fosse l’intento di Guido Chiesa in Belli di papà: tentare di riportare il mondo della commedia su di un piano di concretezza, di aderenza al presente; ed è un peccato per l’appunto che questa scelta non sia stata seguita fino in fondo anche sul piano registico, dove ad esempio si eccede in qualche insistita steadycam (si pensi alla sequenza a tavola tra Abatantuono e i figli, quando l’armonia ritrovata regge nel dialogo ma non nel modo di riprendere la scena).

Del resto, il tema del lavoro è da sempre centrale nella filmografia di Guido Chiesa e lo è anche in Belli di papà e, anzi, diventa il grimaldello per provare a scardinare qualche abusato cliché. Addirittura, mettendo in scena la lotta per la sopravvivenza quotidiana (sia pur finta e funzionale alla “rieducazione” dei tre ragazzi protagonisti), Belli di papà sembra catapultarci in una Taranto che richiama nettamente l’Italia del boom economico e, con questo gesto, pare guardare con malinconia al cinema che raccontava quel mondo, fatto di personaggi sempre in cerca di sbarcare il lunario.
Esiste allora la possibilità di raccontare l’Italia del presente sotto forma di commedia senza per forza guardare con timore e reverenza a quel che fu la commedia del passato? La risposta non la sappiamo, ma è pur vero che, provando a rintracciare una sorta di etica del lavoro, Guido Chiesa un suggerimento prezioso ce lo ha dato.

Info
Il trailer di Belli di papà su Youtube.
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