La Festa nella città che agonizza

La Festa nella città che agonizza

La decima edizione della Festa/Festival di Roma chiude il cerchio su una questione culturale mai realmente affrontata dall’inizio del millennio.

“È stata Roma”. D’ora in poi forse si potrà aggirare l’ostacolo così, affidandosi al tepore tranquillizzante della citazione per fare caustica ironia sulle miserie quotidiane che affliggono la Capitale d’Italia. La frase sibillina con cui il Samurai/Carminati interpretato da Claudio Amendola in Suburra di Stefano Sollima risponde alla domanda dell’amico di un tempo Pierfrancesco Favino sulla morte di un camerata comune (“Sei stato tu?”) è diventata nell’arco di meno di un mese il leit motiv ideale da utilizzare come scusa per ogni scaricabarile che si rispetti. Impazza sui social network, viene rilanciato dai quotidiani, passa di bocca in bocca nei talk show televisivi, politici e non. Sì, è stata Roma, su questo non c’è dubbio. È sempre stata Roma a rappresentare l’idea di sistema italiano (o all’italiana); la Roma dei salotti, delle terrazze, degli attici con la vista, dei ristoranti del centro. La Roma di Piacentini, di Busiri Vici, di Coppedè, di De Renzi, di Moretti, di Luccichenti. Quella Roma che, attraverso vicende spesso oscure e quasi sempre vergognose, è diventata la Roma di Buzzi, di Carminati, di Alemanno, di Panzironi, di Veltroni, di Bettini. Quella Roma che esulta per le dimissioni di Ignazio Marino (sindaco mediocre, ma che ha toccato – forse in maniera involontaria – equilibri dati per scontati da chi domina da sessant’anni la città). Quando Giulio Carlo Argan divenne primo sindaco non democristiano di Roma, la città era già “colpevole”; colpevole di una colpa eterna, che la grava da millenni… Quella di essere capitale da sempre, impero senza impero, simbolo monolitico e già sgretolato. Era così anche nelle mani molli degli andreottiani di turno, al punto che Argan usò queste parole parlandone con Ettore Scola: “Più che una città, Roma è una polenta scodellata.”.

Ne Le ceneri di Gramsci, Pier Paolo Pasolini – un non-romano ben più romano di molti, e anche per questo avversato in vita e inondato di lacrime coccodrillesche in morte – scrive:

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di sudore e ansie.

La Periferia, mostro tentacolare e frammentato che vive negli incubi di ogni romano che si rispetti. Linea di confine anche nei dialoghi tra amici ai tempi del liceo o dell’università: si abitava “prima o dopo” i Ponti di Laurentino 38, Torre Maura, Boccea, Villa Gordiani. Su questo provarono ad agire Luigi Petroselli e Ugo Vetere, agitando le acque e mescolandole, dando slancio a quelle zone tristi e lontane dal centro che erano sempre state abbandonate al loro destino. Solo il cinema, quello dei “cessi e degli stracci” (per citare C’eravamo tanto amati), aveva osato gettare uno sguardo fuori dai sampietrini del centro storico, dalle viuzze, dalle palazzine ottocentesche, dai grandi monumenti. La Periferia era lì, pronta a reclamare il proprio ruolo all’interno della vita cittadina. Con Petroselli e Vetere, e grazie all’apporto di un intellettuale del calibro di Renato Nicolini, si consolidava l’idea di una questione culturale da affrontare con forza e decisione.
Trenta e passa anni dopo, si sguazza nella melma. Il sogno della città come bacino permanente di attività culturale è stato spazzato via in fretta e furia, prima dalle sbandate di un PCI prossimo allo scioglimento e poi soprattutto da un centrosinistra che si è affidato con troppa facilità ai voli pindarici kennedyani (o giù di lì) di Walter Veltroni. Dall’ipotesi di un “centro ovunque” si è tornati a una delocalizzazione dell’offerta culturale, attraverso la gestione discutibile dei cosiddetti “teatri di cintura” (Teatro Quarticciolo e Teatro Tor Bella Monaca) e dei centri culturali. Spesso poco pubblicizzati, abbandonati al proprio destino, inadeguati rispetto alla richiesta di una città sempre più imbarbarita, incattivita, disillusa.

In questo scenario, dominato da traffichini di una politica oramai deprivata di qualsiasi concezione morale, ha preso il via e si è poi fortificato anno dopo anno il Festival del Cinema di Roma, o Festa, secondo la denominazione attuale e primigenia. Si è scritto molto, nei dieci anni di vita della kermesse, sull’opportunità o meno di foraggiarla: dapprima si è sprecato inchiostro sulla lotta tra Roma e Venezia per il predominio festivaliero internazionale (battaglia mai realmente esistita, vista la differente natura dei due eventi), quindi si è passati a suggerire un agone tra Roma e Torino, per poi virare sulle critiche a questa o a quell’altra direzione – la più presa di mira è stata indubbiamente la reggenza di Marco Müller – e infine preoccuparsi dei soldi investiti. Al di là della posizione che si scelga di occupare in questo scacchiere, il Festival/Festa ha rappresentato un’anomalia all’interno di una città obesa e addormentata: ha permesso di discutere di nuovo di una questione culturale. La decima edizione, conclusasi con la vittoria dell’indiano Pan Nalin e del suo Angry Indian Goddesses, ha ribadito alcuni concetti su cui sarebbe necessario puntare lo sguardo con maggiore attenzione. Roma può avere un proprio festival? La risposta è sì, certo che sì. Era vero dieci anni fa ed è vero oggi: Roma può avere un proprio festival, ma ha bisogno soprattutto di un progetto culturale che dia nuova vita a un rapporto con la cittadinanza che si è miseramente interrotto quasi venti anni fa. Roma è oramai una città chiusa, abbarbicata alla propria storia, immersa nei cocci che più di ogni altra cosa la simboleggiano. Non è una città-museo, come invece è Venezia, ma è agonizzante, soffocata dalle sue stesse immondizie. Sotto gli strati di inadempienza, menefreghismo e malapolitica, è ancora viva. Ma respira a fatica.

Dopo dieci anni una verità rifulge sulle altre: l’Auditorium Parco della Musica può essere un luogo come un altro – e ve ne sono di migliori – ma non può rappresentare IL luogo del festival. Non lo rappresenta da un punto di vista architettonico, geografico, cittadino. Una città come Roma, anchilosata dall’usura di un traffico di mezzi ai limiti dell’asfissia, e che non riesce a dotarsi di una metropolitana degna della sua importanza – sempre per via di quei cocci, lusso e scusa perfetta -, deve progettare iniziative che si sparpaglino sul territorio, vivendo ogni giorno dell’anno in più luoghi. Altrimenti l’immagine che si rischia di rilanciare è quella dei bagordi indetti dal Principe Prospero ne La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe, rinchiusi nel castello mentre fuori imperversa la peste. Ben venga, dunque, l’ipotesi di una “CityFest” che per trecentosessantacinque giorni all’anno organizzi attività sul territorio, perché si tratta di un primo passo nella direzione giusta. Ma è solo un primo passo, e non deve rimanere l’unico. Il rischio di sedersi sugli illusori allori deve essere scacciato via da una continua sperimentazione sul territorio. Roma è una città arcigna ma che sa essere anche benevola (meglio, bonaria), ed è una metropoli frammentata, in cui ogni singolo territorio ha le proprie esigenze, le proprie richieste e i propri desideri. Non si corra il rischio di calare dall’alto ciò che deve invece essere sviluppato attraverso un capillare e incessante dialogo con la cittadinanza.
Da questo punto di vista la città offre anche dei vantaggi non indifferenti, in quanto per buona parte è un territorio vergine, inesplorato, mai toccato dalle dita della “cultura”. Le risorse economiche per agire in tal senso ci sono, e vanno usate nel modo migliore. In un’Italia renziana – diretta emanazione di quella berlusconiana – che (si) illude di avere a cuore la protezione e la diffusione della cultura – la diatriba a colpi di interventi mediatici che ha visto per protagonisti Stefano Benni e il ministro Dario Franceschini è illuminante, e fotografa con chiarezza la situazione – Roma ne rappresenta in questo momento la capitale ideale. Ma i giochi potrebbero essere ancora aperti, se questa fosse la volontà. Per quanto riguarda il cinema, cosa aspetta il Comune per dare finalmente il via al progetto di riportare in vita le sale dismesse nel corso dei decenni e di cui si parlò su Quinlan con l’assessore Giovanni Caudo? Come può essere utilizzato il Nuovo Cinema Aquila, ora che è tornato nelle mani delle istituzioni? Cosa si può fare per donarlo nuovamente alla cittadinanza? Com’è possibile che al MIBACT ancora non si sia discusso dell’inadeguatezza di una sala come quella del Trevi per ospitare la Cineteca Nazionale? Il dibattito culturale è ancora lì, vivo e vegeto, basta rendersene conto. La questione culturale capitolina non può essere derubricata a “interesse secondario”, perché lega attorno a sé un intero modo di intendere la vita sociale, il lavoro del Pubblico per i cittadini. Perché una questione culturale ha ancora, in sé, i germi di una visione morale della vita politica. Roma agonizza, tra malaffare, scandali di vario tipo, rinascite fascistoidi e l’imbarbarimento dei cittadini. Una via ancora esiste, percorribile. Non sarà comoda, e non sarà facile, ma va percorsa. Una via che riparte dal territorio, dalle sue urgenze, e che ha bisogno del contributo di tutti, anche del mondo intellettuale e della cultura. Prima che scompaiano.

Info
Il sito della Fondazione Cinema per Roma e della Festa.

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