Rock the Kasbah

Rock the Kasbah

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Barry Levinson tenta in Rock the Kasbah di coniugare commedia e dramma sociale, sullo sfondo del contesto bellico afghano: ma il risultato è confuso nel tono e superficiale nell’approccio.

Bombe canore

Manager musicale al capolinea, Richie Lanz accompagna la sua ultima cantante in Afghanistan per farla esibire davanti alle truppe statunitensi. L’artista, però, fugge prima di esibirsi, rubando all’uomo i documenti e tutto il suo denaro. Sperduto a Kabul, Richie incappa casualmente in un volto, e in una voce, che gli fanno intravedere la possibilità di trasformare la sua disavventura in un’occasione… [sinossi]

Se è vero che più volte, negli ultimi anni, il cinema americano ha tentato di riflettere sul conflitto in Afghanistan (“inferno” ultradecennale a media intensità, ormai prossimo ad attraversare il giro di boa della quarta amministrazione), è pur vero che, finora, praticamente mai questa riflessione si era esplicitata in forma di commedia. Basterebbe questo, in fondo, a generare un po’ di curiosità per Rock the Kasbah, unitamente al titolo che evoca suggestioni che vecchi (e nuovi) appassionati di musica rock non possono non cogliere. La guerra, qui, è in realtà più sullo sfondo che al centro della vicenda, occasione di innesco per una trama incentrata sul vecchio motivo del confronto/scontro di civiltà: un manager discografico in declino, dopo essere giunto in territorio afghano in cerca di rilancio, scopre un talento canoro purissimo, che tuttavia religione, famiglia e convenzioni sociali vorrebbero reprimere. Tema semplice, di facile presa e lettura, surriscaldato però da un setting in cui sono le bombe, più che le norme (scritte e non) a dettare legge; nonché puntellato da una serie di figure grottesche, a iniziare dal protagonista interpretato da un nume tutelare degli ultimi decenni della commedia americana come Bill Murray.

Con un carisma che, negli anni, non gli è mai venuto meno, Murray tenta come può di tenere su un film che rappresenta l’ennesimo tentativo di ritrovare la quadratura del cerchio per un regista in disarmo (passateci l’espressione) come Barry Levinson. Artigiano, quest’ultimo, con un curriculum nutrito e degno di rispetto, ultimamente artefice di poche opere degne di interesse (l’horror The Bay) e di molti imbarazzanti scivoloni (l’ultimo è il pretenzioso The Humbling, in cui si misurava con la narrativa di Philip Roth). Cercando di recuperare il mood del suo Good Morning, Vietnam, Levinson si affida qui allo script di un’altra personalità proveniente direttamente dagli anni ’80, lo sceneggiatore Mitch Glazer: ma sta proprio nella superficiale – e in più punti confusa – sceneggiatura uno dei principali limiti del film. Uno script, quello di Glazer, che pare invero aver subito più di un rimaneggiamento in corso d’opera, che fa cambiare faccia e tono al film più volte, ma che mantiene inalterato un approccio superficiale ed epidermico alla sua materia; camaleontico (più per trascuratezza che per scelta) nel tono narrativo, ma parimenti disinteressato a fare del contesto (e della sua deflagrazione con la presenza del protagonista) qualcosa di più di un mero elemento ornativo.

A partire dall’arrivo del protagonista in territorio afghano, infatti, la cifra principale della pellicola sembra essere quella di un umorismo di grana grossa, che in modo gratuito si nutre dello sfondo bellico per richiamare la risata di pancia, estemporanea e poco contestualizzata. Al di là della subito evidente, scarsa credibilità delle evoluzioni del plot, ad evidenziarsi sono confusione, sommarietà descrittiva e trascuratezza: personaggi abbozzati e presto abbandonati (la cantante col volto di Zooey Deschanel) si sommano ad altri ridotti a inconsistenti macchiette (il mercenario interpretato da Bruce Willis, ma anche la prostituta di Kate Hudson). Il film vivacchia per circa metà della sua durata tra episodiche gag legate al contesto bellico, con un’esile vicenda di detection prima, e di contrabbando poi, a fare da filo conduttore al plot. Non supportato dallo script, ma neanche dagli altri membri del cast (Willis, oltre a vestire i panni di un personaggio di rara inutilità, è più mono-espressivo del solito), Murray si sforza di mettere in campo un umorismo lieve, surreale, a cui il contenitore va evidentemente stretto.

Lo stesso attore sembra spaesato quando questo Rock the Kasbah, con l’entrata in scena della cantante interpretata dall’attrice palestinese Leem Lubany, sembra cambiare tema e atmosfere; spostando il focus del suo interesse dal protagonista alla giovane afghana, concorrente ostracizzata di un seguitissimo talent televisivo. Se la sceneggiatura, tardivamente, sembra incanalarsi verso il dramma a sfondo sociale, compiendo una decisa virata verso un ritratto d’ambiente semplificato ed enfatico, immutata resta la sommarietà e scarsa efficacia del quadro generale. Abbandonate le gag, Levinson conduce la vicenda verso un risaputo climax, risolto in un finale di scarsa credibilità; tutto basato su uno sguardo stereotipato, privo di qualsiasi contrappeso e problematizzazione, sulla realtà di un paese islamico. Non si tratta neanche di leggere il film come un apologo yankee, perché la sua ambizione non è questa: la sceneggiatura, semplicemente (al netto dell’incertezza di tono) non tenta neanche di arrivare appena sotto la superficie dei meccanismi sociali che (sommariamente) descrive. La conclusione, con dedica alla cantante afghana Setara Hoseinzadah (alla cui storia, liberamente, la vicenda è ispirata) enfatizza ulteriormente, in modo posticcio, la componente patetica della vicenda. Alla fine, così, di Rock the Kasbah restano sostanzialmente il volto di Murray e la voce della Lubany, che interpreta (bene) le composizioni di Cat Stevens e Jimmy Cliff. Decisamente troppo poco.

Info
Il trailer di Rock the Casbah su Youtube.
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