Crumbs

Con Crumbs, il regista Miguel Llansó confeziona il primo esempio di fantascienza etiope, in un prodotto curato e consapevole, seppur appesantito da una struttura involuta e da un approccio a tratti autoreferenziale. Presentato al Trieste Science+Fiction 2015.

Distopici detriti

In un lontano futuro, secoli dopo una guerra che ha annientato la civiltà, Candy passa le sue giornate a sognare un futuro diverso, per sé e la sua compagna. Un giorno, l’astronave che staziona sopra la sua dimora inizia a muoversi: l’uomo interpreta l’evento come un segno, lo stimolo a intraprendere un singolare viaggio destinato a cambiare la sua vita… [sinossi]

Science fiction etiope. È bastata questa, sommaria, definizione, a scatenare un generale moto di curiosità verso questo Crumbs: questo, almeno, è ciò che abbiamo sperimentato nella seconda giornata del Trieste Science+Fiction, dove il film è stato presentato in anteprima italiana. Presentato a inizio 2015 al festival di Rotterdam, il film segna l’esordio nel lungometraggio del regista spagnolo Miguel Llansó: già autore di corti e da tempo operante in Etiopia, perfetto conoscitore (ed è evidente dalla visione del film) della realtà sociale e produttiva del paese africano. Al di là dell’aver adottato un genere che pare per definizione “alieno” nel contesto di una cinematografia che si immagina tutta rivolta al mercato interno (e basata su ben altri temi ed atmosfere) a colpire del film di Llansó è il singolare cotè visivo: frutto di uno sguardo attento, e consapevole, sui luoghi in cui si è trovato ad operare, di una loro reimmaginazione in chiave fantastica non priva di gusto; ma anche di un utilizzo intelligente di mezzi che dire limitati sarebbe poco. Più che low budget, Crumbs sarebbe infatti da definire no budget: le scenografie post-apocalittiche utilizzate sono nient’altro che reali luoghi abbandonati negli slums etiopi, mentre l’utilizzo del digitale è limitato davvero all’indispensabile. La science fiction, qui, trova nella realtà tutto il suo materiale, praticamente già pronto.

Nella rappresentazione di un viaggio che è mentale, prima che fisico, costellato di fantasmi privati e collettivi (un iroso Babbo Natale, nazisti vecchi e nuovi, scaltri rigattieri interstellari), il regista mette in scena i resti di un’apocalisse dimenticata, che si traducono in frammenti disfatti di cultura popolare. Un poster di Michael Jordan elevato a santino laico, una spada giocattolo acquistata da Carrefour, un disco in vinile di Michael Jackson, una statuetta di Gesù svuotata di qualsiasi sacralità: frammenti, residui di un tempo sepolto ormai privati di senso, detriti tornati alla luce dopo il placarsi di una metaforica marea; gettati letteralmente nello spazio, e investiti di un valore (economico) ormai non più quantificabile. La differenza tra prezzo di domanda e d’offerta, nelle trattative per l’acquisto di ogni oggetto, è nell’ordine di uno a dieci: ma la forbice potrebbe aumentare ulteriormente, data l’arbitrarietà di qualsiasi calcolo, in una società in cui anche il denaro è ormai vuota icona. C’è, nella visione distopica del film, uno sguardo al vetriolo sulla globalizzazione, su un imperialismo culturale che ha lasciato di sé (letteralmente) solo i cocci, un territorio depredato e devastato e un pugno di segni indecifrabili. L’approccio disilluso (e radicale) verso simboli e rituali della cultura di massa, si accompagna a una voglia (disperata, e a suo modo tenera) di ritorno al villaggio, al calore familiare, alle radici comunitarie. Una pulsione che è motore ed elemento portante della storia.

In questo approccio radicale al genere, che subordina alle sue esigenze qualsiasi istanza spettacolare o narrativa, sta la peculiarità principale (ma anche il principale limite) di Crumbs. Nonostante il fascino delle location e di una regia avvolgente ed ipnotica, nonostante le intuizioni visive (la navicella sospesa nel cielo, gli oggetti fluttuanti, l’uso degli ambienti quali elementi partecipi del racconto) la narrazione resta involuta e statica. Il regista, partendo da uno spunto in sé valido, sembra voler portare avanti in modo intransigente la sua visione autoriale ed anti-spettacolare del genere: non concedendo punti di riferimento (espliciti) allo spettatore, ma schivando anche tutti quei meccanismi che generino empatia ed immedesimazione. Si resta, così, sul terreno di un’operazione intellettuale consapevole, ma anche fredda, che ha il limite di non porsi il problema della natura popolare del materiale che tratta. Natura che, nella fattispecie, accomuna contenitore e contenuto, elemento stigmatizzato e mezzo (il racconto cinematografico di fantascienza): poteva essere l’occasione, per il regista spagnolo, per spostare la sua ricerca su un piano diverso e fare del meta-cinema, ma il film non ha queste ambizioni.

Quello di Llansó resta comunque, nel suo complesso, un esordio curioso e apprezzabile, al netto dell’approccio autoreferenziale che ne appesantisce la fruizione. Una maggiore attenzione al terminale ultimo del testo (lo spettatore, elemento sempre imprescindibile) avrebbe giovato; specie in un’opera come questa, che nasce con ambizioni internazionali. Ma l’evidente sforzo nella confezione di un prodotto originale e sui generis, unito alla lucidità degli intenti, non possono che far guardare con simpatia a questa operazione.

Info
La scheda di Crumbs sul sito del Trieste Science+Fiction.
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