Eva Braun

Eva Braun

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Con Eva Braun Simone Scafidi disegna un’affascinante e ambiziosa parabola sul potere, e sul desiderio di comando. Un’opera ostica ma ammaliante. In dvd per CG Entertainment e in sala con Movieday.

Eva Braun si ispira ai recenti scandali sessuali e politici italiani, declinati attraverso la lente del sadiano ‘Le 120 giornate di Sodoma’. Questo mix dà vita ad un grottesco viaggio attraverso il Potere, il sesso e la disponibilità dei protagonisti di fare qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo. Pier è il simulacro di quel tipo di potere tentacolare che esiste nell’Italia attuale. Elegante, ironico e ben educato, ha un bizzarro istinto sessuale che viene soddisfatto dalla sua mistress, Romy, la quale recluta persone, uomini e donne (musicisti, filmmaker, scrittori e imprenditori) che accettano di soddisfare le sue strambe fantasie pur di ottenere il suo aiuto per raggiungere ciò che desiderano. Come nel Decameron, un gruppo di persone dentro una casa, mette in gioco il proprio orgoglio con il sesso e la sete di potere. [sinossi]

Eva Braun acquista fascino, un fascino involontario ma persistente, alla luce della recente e sterile polemica impalcata da Gabriele Muccino sulla memoria artistica di Pier Paolo Pasolini. Se il regista de L’ultimo bacio e Padri e figlie intravede una “mostruosità” nella progenie partorita dal cinema di Pasolini, colpevole di aver illuso il mondo che il cinema fosse di tutti, e che chiunque potesse avvicinarvisi, questi strali devono aver sfiorato in modo solo labile Simone Scafidi, iriense di nascita che da un decennio imperversa nel tumultuoso sottobosco dell’indie nostrano, con titoli come Gli arcangeli (nulla a che vedere con l’oramai dimenticato film del 1962 diretto da un Enzo Battaglia in odor di nouvelle vague), Appunti per la distruzione e La festa.
Fin dagli esordi Scafidi ha dimostrato di avere le idee ben chiare su cosa cercasse attraverso l’accumulo, la sezione e la ricostruzione delle immagini. Per quanto possano apparire provocatorie, e forse a tratti anche narcisiste, le immagini partorite dalla mente di Scafidi sono cariche di senso, e puntano con decisione verso un orizzonte assai definito: il superamento, con tanto di slancio, dei limiti imposti dallo standard, produttivo o narrativo che sia.

Si è fatto un gran parlare di paralleli tra Eva Braun e il Pasolini di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Al di là dell’inevitabile distacco estetico – l’opera postuma di Pasolini è una delle vette difficilmente scalabili della Settima Arte italiana –, vi è fin dalle prime battute un evidente scollamento di senso: Pasolini, partendo da Sade e muovendosi in territori repubblichini, narrava l’assoluta tensione verso la morte e l’umiliazione del più debole, scabroso atto di deviazione dal (buon)gusto per mettere in scena il traumatico scollamento tra pensiero borghese e vertigine di potere. Scafidi non ambisce a tutto ciò, e non riesce a trascinare la sua creatura su un territorio così ispido, ingannevole, difficile da dominare. Nella reclusione dei suoi protagonisti alla mercè di Pier non esiste reale coazione, come nel caso delle vittime nelle mani dei “Quattro Signori” pasoliniani, ma solo l’accettazione di un’aberrazione che può, forse, portare in futuro benefit.
Non si procede più verso l’annullamento dell’umano come ultimo atto di una barbarie fascista praticata con viscida consuetudine anche nella quotidianità, perché il potere non è più solo subito, ma goduto in una sottomissione dalla quale può sempre trapelare una futura dominazione.

Simone Scafidi ha una particolarità che lo distanzia da molti dei registi suoi coetanei, inseriti o meno in quel meccanismo che si continua a denominare, più per abitudine che per altro, “industria”: non teme il corpo. Non teme il corpo dei suoi attori, il modo in cui occupa la scena, le figure astratte e non sempre geometriche che forma. È un film di corpi, Eva Braun; un film che glorifica e mortifica il corpo. Non teme neanche la retorica, Scafidi, e di quando in quando vi si aggrappa per rendere ancora più estrema la propria azione nei confronti dell’ovvio.
Il suo cinema, da sempre e ancor più oggi, è scorbutico, violento, volontariamente sgraziato ai limiti dell’impudenza. Il suo racconto, che trae ispirazione dall’epoca del “bunga bunga” per andare in realtà altrove, e allargare giustamente i confini del discorso, è un urlo poetico rauco e riottoso, che si affida a una messa in scena asettica, anaffettiva, fredda come l’erotismo quasi imbalsamato che occupa il quadro. Il trentasettenne regista si astrae con pretesa autoriale – quasi sempre centrata – dal reale per vivificarne l’essenza. Eva Braun non offre appigli allo spettatore, e non è una visione che può assecondare i gusti di chiunque; ma anche per questo appare preziosa, questa invettiva contro il potere che è anche gioco di possessioni ed evasioni continue, fusioni e slabbramenti. Profanare il corpo potrebbe apparire un ludico passatempo fine a se stesso, se esistesse un’anima al di là del tutto. Ma nel cinema di Scafidi tutto è materia, e la materia è tutto. Non v’è via di scampo né di uscita. Ne mai vi sarà.

p.s. Il film ha incontrato enormi difficoltà distributive e ora finalmente, oltre a uscire in dvd per la CG Entertainment, è stato inserito nel catalogo Movieday, iniziativa di theatrical on demand che permette di organizzare singole proiezioni in sala.

Info
Il trailer di Eva Braun.
La scheda di Eva Braun sul sito di Movieday.
La scheda di Eva Braun sul sito della CG Entertainment.
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