Belle speranze

Belle speranze

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Le rovine della Gran Bretagna thatcheriana, socialisti malinconici e nevrotici yuppie di nuova generazione. E in mezzo un’anziana signora, dominata da un muto dolore. Con Belle speranze Mike Leigh attaccava nuovi massimi sistemi sposando assurdo pinteriano, realismo e uno spiccato gusto per il grottesco. In dvd per CG Entertainment.

Londra. Vedova alle soglie dei 70 anni, la signora Bender vive da sola in una casa comunale. Ha due figli, Cyril e Valerie, molto diversi tra loro: socialista arrabbiato il primo, borghese nevrotica la seconda. A breve la famiglia deve riunirsi per festeggiare il compleanno dell’anziana madre, ma non tutti saltano di gioia all’idea di ritrovarsi. [sinossi]

“L’operaio conservatore se lo mette in culo da sé”. Già basterebbe questa breve citazione per dare un quadro di massima sull’attualità e necessità di un film come Belle speranze (1988) e più in generale del cinema di Mike Leigh, che sul finire degli anni Ottanta sferrava attacchi alla banalità del male incarnata in quegli anni nell’austera fisionomia di Margaret Thatcher. Non era l’unico cineasta britannico in quello scorcio di decennio a porsi come voce arrabbiata contro i misfatti del Primo Ministro, e soprattutto il suo cinema non veniva in soccorso di un discorso meramente contingente. Secondo chiavi assai originali Mike Leigh affrontava di petto universali culturali pertinenti al mondo occidentale, e insieme all’aria del suo tempo permetteva di far respirare, purtroppo, l’aria di sempre.
Dopo molti anni dedicati a esperienze televisive, con Belle speranze Leigh dette vita alla sua opera seconda per il cinema, affidandosi a moduli espressivi che solo in parte preannunciavano il suo cinema più noto degli anni successivi. In questa occasione risuonano più di sempre umori decisamente lontani dall’inefficace definizione di “realismo” che sovente è stata spesa (e appiccicata) per l’autore britannico.
Leigh ha sempre riconosciuto infatti nell’opera di Harold Pinter uno dei suoi principali numi tutelari, e Belle speranze sta lì a dimostrarlo. Come del resto è rilevabile anche in Naked (1993) e in forme più sottili pure in Segreti e bugie (1996), a Leigh interessa scavare negli abissi dell’assurdo che si manifesta tramite la più blanda quotidianità e la più banale sociosfera. La reiterazione di riti, parole e schemi mentali che perdono il proprio significato nell’atto stesso della loro vuota e meccanica riproposizione: la parola (e l’immagine) che smarriscono il loro primario scopo, comunicare e mettere in relazione, per tramutarsi in guscio senza vita, in strumento privo di funzione.
Tale teatrino meccanico si trasforma poi a sua volta in lettura espressionista di un’epoca e del suo disagio esistenziale, fino alla distanza siderale tra ideale e realtà, fino all’indifferenza delle istituzioni nei confronti del loro (teoricamente) primo obiettivo: la felicità dell’uomo. Dalle piccole crepe che si aprono in un piattissimo tran-tran proletario o piccolo-borghese possono spalancarsi a poco a poco voragini di disperante assurdo. È sufficiente dimenticarsi un mazzo di chiavi a casa per scoprire tutto il senso d’inutilità riservato agli anziani in un sistema fondato sull’efficienza e sull’immediato, e per lasciare spazio a un ingovernabile caos poiché il sistema produttivo, radicato in ineludibili cause-effetto, non tollera imprevisti.

A chiudersi sbadatamente fuori di casa è l’anziana signora Bender, vedova prossima al settantesimo compleanno che nella Londra di fine anni Ottanta occupa una delle ultime case comunali di un quartiere trasformatosi a poco a poco in zona alto-borghese. La signora ha due figli, Cyril e Valerie: il primo un appassionato socialista che detesta la Thatcher e che non vuole figli dalla sua compagna, la seconda una nevrotica borghese sposata a un rozzo commerciante. Aspettando che i figli si facciano vivi per farla rientrare in casa, la signora Bender è accolta dai vicini di casa, una coppia di yuppie arrivisti che mal tollerano la presenza dell’anziana signora e che soprattutto hanno mire espansionistiche sulla sua vecchia casa comunale. Sul nucleo familiare incombe una festa di compleanno organizzata da Valerie per l’anziana mamma, che si trasformerà in un’ulteriore occasione per toccare con mano le squallide esistenze di alcuni dei protagonisti.
Innanzitutto Belle speranze fonda la sua ragion d’essere sull’indagine delle relazioni umane messe in gioco, che si riconfermano sequenza dopo sequenza come veri e propri rapporti di forza. Rapporti umani concepiti anch’essi, insomma, come manifestazione di un’ideologia produttiva. Fatta eccezione per la coppia “socialista e sensibile” formata da Cyril e la sua compagna Shirley, da tutti gli altri emana in piena evidenza il modello dell’uomo dominante su altri. O meglio, dell’essere umano piegato alle necessità, nevrotiche o meno, di un altro. Sotto questa luce, oltre al palese macchiettone rappresentato dal rozzissimo Martin, assume piena rilevanza la figura di Valerie, spinta al massimo grado della rappresentazione grottesca, dal trucco alla recitazione eccessiva, che più di ogni altro fonda le sue relazioni umane sull’appagamento delle proprie isteriche esigenze (il compleanno dev’essere festeggiato per dare sfogo al suo esibizionismo capitalistico, non certo per far felice la vecchia madre). Per far questo Mike Leigh si fa forte di strumenti assai più variegati e compositi rispetto alla maggiore omogeneità stilistica di alcune sue opere successive.

In Belle speranze Leigh cerca palesemente il contrasto eccessivo e stridente, la collisione dei registri, anche all’interno della medesima sequenza, in cui spesso convivono i toni realistici di Cyril e Shirley con i sovratoni di Valerie o della vanitosa vicina di casa. Anche il linguaggio filmico spesso si adegua agli scarti di tono, sfoggiando in alcune sequenze (pensiamo soprattutto al ridicolo amplesso dei vicini di casa) punti di vista esasperati, contreplongés e primi piani deformanti.
Belle speranze appartiene insomma a un’idea di cinema dichiaratamente politico, che attacca a testa bassa i nuovi borghesi britannici, figli legittimi del thatcherismo, con l’arma del grottesco conclamato e generalizzato. Per cui tutti i pregi spettano ai malinconici marxisti e tutti i difetti agli insopportabili e ridicoli borghesi, tarati nei comportamenti fino anche nella sessualità. Ma più di tutto sembra premere a Leigh il racconto di un Regno Unito in via di sparizione, di cui figure come la signora Bender appaiono le ultime manifestazioni. La Gran Bretagna delle case comunali, dello stato sociale, della sensibilità umanitaria, spazzati via dalla schiacciante ondata di conservatorismo della Thatcher, di cui forse c’è da ritenere responsabili anche i proletari stessi, annebbiati dal fantasma del benessere o da antiche conformazioni culturali (Cyril è convinto che sua madre abbia votato per la Thatcher: “L’operaio conservatore se lo mette in culo da sé”, per l’appunto).

Se un film come Belle speranze riconferma a tutt’oggi un terribile valore, è perché in qualche modo viene a raccontare i prodromi dell’Occidente che abbiamo oggi davanti ai nostri occhi. Certe battute suonano tremendamente profetiche per un’Europa che negli ultimi vent’anni ha bellamente rinunciato ai propri diritti, che ha lasciato prevalere l’idea della privatizzazione sulle preziose risorse del bene comune, che semplicemente ha aderito a un unico modello di pensiero e azione modificando profondamente anche i propri profili antropologici.
In Belle speranze Leigh racconta tutto questo svariando tra il realismo, il grottesco e la malinconia, e affrontando di petto le mille conseguenze di tale débacle ideologica.
È sintomatico anzi che una delle sequenze più pregnanti sotto il profilo contingente e culturale la ritroviamo nel dvd come reinserita in lingua originale con sottotitoli. Con ogni evidenza si tratta quindi di una sequenza che nella prima edizione italiana era stata tagliata, e guarda caso ci troviamo di fronte a un lungo brano in cui si discute di aborto; Suzi, che ha appena interrotto una gravidanza, si confronta con Cyril e Shirley riaffermando il diritto della donna al rifiuto della maternità.
“Anche un cavolo è un essere vivente, eppure lo fai a pezzetti”: facile immaginare che i distributori italiani abbiano pensato bene di cassare la sequenza, un po’ meno facile immaginarselo se si pensa che il film è uscito nelle nostre sale nel 1988. Ma poi si pensa che tuttora si ipotizza di ridiscutere la legge italiana sull’aborto, e tutto assume contorni più chiari.

Fatta la tara al grottesco che rischia di decadere nel tempo (e che nel caso di Valerie rischia pure di infastidire, tanto è eccessivo), quel che rimane di Belle speranze impresso nella memoria è la sconsolata malinconia di Cyril per tutto un mondo di ideali in estinzione: la visita a Karl Marx, le perplessità rispetto ai modelli produttivi, il rifiuto ad avere figli in una società dove manca il pane per tutti. Tramite gli strumenti di un assurdo pinteriano, Leigh raccontava l’emersione di un mondo dove l’uomo non è più previsto, dove un’anziana signora può solo piegare la testa, a occhi chiusi e in silenzio, mentre la sua famiglia litiga (una delle sequenze più amare). Ci nuotiamo oggi, in quel mondo. Chissà fino a quando. Forse per sempre.

Extra: assenti.
Info
La scheda di Belle speranze sul sito di CG Entertainment.
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